Telecomunicazioni: la banda larga all'ENEL

Storia difficile e controversa quella delle telecomunicazioni in Italia. Molto ruota attorno alle vicende del gruppo Telecom, ma non tutto. Politica, governo, imprenditori e imprese, finanza e banche, si sono arrovellati e combattuti per quelli che sono un’azienda e un settore strategico, come lo ha definito nei giorni scorsi lo stesso presidente del Consiglio, Matteo Renzi.

Purtroppo, però, la storia anche recente sembra essere trascorsa invano e si rischia di commettere errori analoghi a quelli che ci hanno condannato a essere tra gli ultimi Paesi in Europa in tema di velocità di connessione Internet. A ncora una volta è inutile però star lì a compulsare statistiche e classifiche. Il dato dal quale partire è semplice. Provate a uscire da una grande città che disponga di un buon collegamento di Rete e tentate di scaricare un film su un computer. Posto che ci si riesca, il tempo sarà assolutamente inaccettabile. E se fosse un piccolo imprenditore o un professionista a dover caricare (normalmente operazione ancora più lenta) cataloghi o informazioni sul suo sito? La lentezza o, peggio, l’impossibilità di farlo, determinerà la possibilità di concludere accordi e di vendere prodotti. Ecco dove cade la competitività italiana.

Difficile dare torto alla politica, ai governi che vogliono conoscere o orientare processi che incrementino la capacità del Paese di competere. Il tema però, come sempre, non sono gli obiettivi - che sulla carta sono gli stessi per cittadini, imprese e politica. Il tema è come arrivare a quegli obiettivi. È la stessa storia di Telecom a mostrare come il modo di procedere sia fondamentale per evitare di mancare il bersaglio.

Si è cominciato con la privatizzazione della società - era il 1997, periodo nel quale lo Stato aveva disperato bisogno di soldi - imbarcando famiglie e imprese che di malavoglia si sono trovati a gestire un gruppo come Telecom, che negli anni Novanta era il sesto nel mondo. Si è proseguito poi con una scalata fatta a spese della società, che si è ritrovata indebitata e incapace di investire. Si cambia gestione, arriva la Pirelli. Siamo agli inizi degli anni 2000. Viene avviata una profonda ristrutturazione. La scommessa tecnologica sulla banda larga permette in quegli anni all’Italia, secondo l’Agicom, autorità di vigilanza del settore, di accelerare e recuperare posizioni in Europa in termini di diffusione e velocità della rete Internet. Ma a quel punto l’assedio ricomincia. Circolano progetti di scorporo della Rete da Telecom. Il fine è quello di potenziare l’offerta e l’infrastruttura tecnologica. Ma è chiaro che anche il solo parlare di possibili nazionalizzazioni e scorpori destabilizza un gruppo che aveva e ha nella Rete il suo asset principale. Telecom contemporaneamente sta trattando con Murdoch un accordo che tenga assieme un gruppo come quello dell’imprenditore australiano-americano, attivo sui contenuti per tv e stampa, e gli italiani che dispongono di reti e servizi tecnologici. Era la famosa convergenza, un’idea che in questi mesi si sta concretizzando nelle numerose intese simili tra aziende telefoniche e di contenuti in tutto il mondo (l’ultima è quella tra Verizon e America online).

La reazione trasversale della politica è immediata. Insorgono i difensori dell’italianità acritica, che non guarda mai agli interessi del Paese ma sempre a quelli di bandiera (e sono cosa ben diversa: il primo si preoccupa di far crescere e sviluppare la comunità, il secondo solo di affermazioni di principio, quali che siano le conseguenze). Telecom e Pirelli si trovano nel mezzo di uno scontro tale che, di fronte al blocco delle alleanze, il loro leader Marco Tronchetti Provera decide di passare la mano. Siamo nel 2007: parte l’operazione di sistema guidata da banche e istituzioni finanziarie. Ma lo choc è forte. Per Telecom iniziano anni nei quali il primo obiettivo è sopravvivere. Si bussa ai soci spagnoli di Telefonica. Cade anche quell’opzione quando si capisce che per i cugini iberici - che devono innanzitutto risolvere i loro problemi - Telecom non è certo una priorità. Quella stessa quota, oggi, finirebbe in capo ai francesi di Vivendi.

Il problema torna quindi a essere quello di una «italianità» in pericolo? E questo mentre una Wind russa e una 3 cinese si fondono, o mentre Vodafone è sempre più protagonista sui mercati internazionali? Si dimentica così che il vero interrogativo è: come fare in modo che il Paese disponga di una infrastruttura tecnologica degna di chi ha tutte le carte e le potenzialità per competere con le nazioni più avanzate. Tornano così a far capolino ipotesi di ingressi dello Stato o pubblici in una società privata, quasi fosse garanzia dell’avviarsi di processi di innovazione tecnologica. E, insieme con quei progetti, rispunta una diffidenza verso le imprese private che, nel nostro Paese, non è mai scomparsa. Troppo spesso si pensa che basti investire per creare crescita. In pochi si pongono il problema di misurare l’efficacia di quegli investimenti, che vanno invece comparati con i risultati. E quindi con una parola che in Italia si fa fatica persino a pronunciare: profitti. È la redditività degli investimenti che permette che vengano effettuati.

È chiaro che esiste anche un versante relativo al servizio universale. Uno Stato e un governo si devono porre il problema di offrire a tutti i cittadini e le imprese, ovunque essi si trovino, un servizio di qualità e competitivo rispetto a quello di altre nazioni. Ma è proprio questa la funzione della politica: fare in modo che le società private possano investire, che ci sia un quadro normativo chiaro, che il mercato sia competitivo, che si possano combinare redditività e servizio universale. Altrimenti dovremmo accettare il concetto che il capitalismo privato italiano, per lo sviluppo del Paese, oggi non sia in grado di «assicurare un adeguato supporto finanziario né sufficienti risorse imprenditoriali», come diceva Donato Menichella, direttore generale dell’Iri poi governatore della Banca d’Italia. Ma era il 1944. Oggi, con tutti i difetti che pur sappiamo di avere, l’Italia è cambiata. È cresciuta, è la seconda manifattura d’Europa: e anche nella tecnologia ha punte di eccellenza che sottovalutiamo. A meno di non volerci rassegnare, nel 2015, a dibattere ancora sulla necessità della supplenza dello Stato, mentre si dovrebbero molto più efficacemente orientare i processi utili ai cittadini.

Attualità...
Cerca per etichetta...
Seguici su...
  • Facebook Basic Black
  • Twitter Basic Black
Archivio