La Catalogna verso la secessione dalla Spagna...?


Dopo circa un sessantennio di stabilità, i confini di un paese dell’Europa occidentale potrebbero tornare a cambiare.


Fino a poco tempo fa sarebbe stato difficile prevedere che un processo del genere avrebbe riguardato la Catalogna. Si tratta di un territorio (oggi una "comunità autonoma") in cui la contesa identitaria non ha mai assunto la dimensione violenta caratteristica di altre aree, come il Paese Basco e l’Irlanda del Nord. Secondo vari sondaggi la maggioranza dei catalani, in passato distaccata al riguardo, al momento considera l’indipendenza dalla Spagna come l’opzione migliore.

L’11 settembre, festività nazionale catalana, oltre un milione di persone ha manifestato a Barcellona con lo slogan "Catalogna, uno Stato d’Europa": è un avvenimento tra i più rilevanti dell’intera storia di Spagna. Grazie alla legittimazione conferita da questo evento sensazionale, Convergència i Unió (CiU), il partito nazionalista liberal-conservatore che governa la regione, ha chiamato la cittadinanza al voto anticipato (25 novembre). Obiettivo: ottenere la maggioranza assoluta per dirigere al meglio il delicato passaggio politico, che dovrà essere caratterizzato dalla stesura di una carta costituzionale e da un referendum sull’autodeterminazione. Oltre la metà della popolazione, secondo i sondaggi, approva questa road map.

Il malessere catalano, anche se finora non si era mai espresso così massicciamente in favore di un divorzio da Madrid, ha le sue radici in alcuni nodi irrisolti della politica e della stessa struttura territoriale spagnola. Dopo quarant’anni di dittatura franchista ultracentralista, la costituzione del 1978 creò uno “Stato delle autonomie” che riconobbe le diverse identità presenti nel paese, disinnescando le spinte centrifughe.

Secondo il principio del café para todos non solo le regioni storiche (Catalogna, Paese Basco, Galizia e più tardi Andalusia), ma tutte le 17 Comunità autonome in cui è divisa la Spagna godono di estese giurisdizioni, più altre trasferibili in seguito dallo Stato. Ogni Comunità è regolata da uno statuto, che funge un po’ da "costituzione" locale.


Retta sin dalle prime elezioni democratiche (1980) da CiU e dallo storico leader Jordi Puyol, la generalitat (l’amministrazione) della Catalogna è stata capace di conquistare la gestione di materie come la pubblica sicurezza e l’istruzione: attualmente dà lavoro a oltre 200 mila funzionari. CiU ha saputo far valere il suo piccolo peso al parlamento di Madrid, offrendo negli anni pragmatico sostegno a governi dell’uno o dell’altro colore in cambio di risorse, investimenti, trasferimenti di competenze. La rivendicazione indipendentista era esclusiva di un’altra formazione politica, radicale di sinistra: Esquerra republicana de Catalunya.

L’egemonia di CiU venne rotta nel 2003: poco prima del voto regionale di quell’anno, il segretario del Partito socialista spagnolo (Psoe) José Luis Rodríguez Zapatero si impegnò ad accettare, se fosse stato eletto premier, qualsiasi modifica allo Statuto catalano che il parlamento di Barcellona avesse approvato. I catalani riconoscenti portarono i socialisti al governo della loro regione e li premiarono con una valanga di voti anche l’anno successivo, alle elezioni nazionali. L’estatut de Catalunya fu modificato e la maggioranza socialista a Madrid lo ratificò nel 2006. Il Partido Popular (Pp), principale forza di opposizione, ricorse alla Corte costituzionale contro il nuovo testo. Non solo la Catalogna vi si autodefiniva "nazione", ma si attribuiva anche il potere giudiziario e il potere legislativo in materia fiscale. L’alta corte, nel 2010, nonostante una maggioranza di membri di nomina socialista, bocciò proprio questi articoli; Zapatero, alle prese con la crisi, non spese una parola per l’estatut. I catalani, infuriati, scesero già allora in piazza a centinaia di migliaia (con lo slogan "siamo una nazione") e alle successive elezioni punirono i socialisti col peggior risultato di sempre, riportando al governo regionale CiU.

La Catalogna non vive un momento felice: la durissima congiuntura spagnola non l’ha risparmiata.Già negli anni passati, era andata perdendo centralità economica, cedendo lo scettro di area più produttiva di Spagna al Paese Basco e a Madrid. Oggi è la Comunità autonoma più indebitata ed è stata costretta a chiedere al governo 5 miliardi per non finire in bancarotta. La disoccupazione è al 22% (leggermente inferiore alla media nazionale) e tra i giovani supera la metà della forza lavoro.

Nel discorso di Mas, colpevole della situazione economica (e quindi indirettamente dei pesantissimi tagli operati dal governo di CiU) e responsabile del debito è il contributo eccessivo versato allo Stato centrale e la scarsità di investimenti pubblici nella regione. Se potessimo gestire da soli il nostro gettito fiscale come i baschi e i navarri – dicono da Barcellona riferendosi a un antico privilegio ancora in vigore – potremmo facilmente risanare il bilancio. I catalani sono d’accordo: secondo i sondaggi, se il regime fiscale fosse modificato rinuncerebbero a pretendere d’indipendenza.

A Madrid, dove nel frattempo è tornato al governo il Pp di Mariano Rajoy, non vogliono nemmeno sentir parlare di negoziati in questo senso. Intanto perchè proprio i popolari, tradizionalmente centralisti, disapprovavano l’estatut che istituiva l’autonomia fiscale: la destra del partito vuole che si mantenga il pugno di ferro; un’eccessiva arrendevolezza

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