Il complesso militare industriale italiano durante la I guerra mondiale: 1915-18



Introduzione: il quadro politico-economico

Se apparentemente l’entrata in guerra dell’Italia contro l’Austria (solo nel 1917 si dichiarerà guerra alla Germania) era determinata dalla volontà di annettere Trento e Trieste, in verità vi erano un groviglio di interessi economici e sociali contrastanti.

Contro la guerra erano schierati diversi fronti: le masse innanzitutto, cattoliche e socialiste (forse consapevoli che ne avrebbero pagato il conto), ma anche i borghesi liberali di Giolitti - gli unici veramente consci della fragilità del Paese - e pure alcuni settori industriali che cinicamente prevedevano affari nel rifornire ambedue i belligeranti (come la Fiat).

A favore della guerra vi erano invece taluni comparti dell'industria pesante cui facevano gola le filiali tedesche, p.e. la Dalmine di Bergamo e l'Ansaldo di Genova in testa (“navi, navi ed armamenti per dominare il Mare Nostrum”, insisteva il Corriere Mercantile), arguendo che i profitti concreti dopo la crisi del 1907/08 sarebbero potuti derivare solo dalle commesse dello Stato allorché si fosse deciso ad allearsi con Francia ed Inghilterra. Costoro si diedero pertanto ad appoggiare l'eterogeneo insieme di forze, fra loro anche ostili, che reclamavano l'immediato intervento: nazionalisti, liberali di destra antigiolittiani, irredentisti, "interventisti democratici", sindacalisti rivoluzionari (come Benito Mussolini, p.e.)...

L’Italia aveva compiuto in soli 30 anni la sua rivoluzione industriale e culturale - che nel Regno Unito si dispiegava ormai da più di un secolo - limitata però al solo triangolo industriale Torino, Milano, Genova: nell'industria era impiegato all'inizio del conflitto il 24% della popolazione attiva. Gli agrari, reazionari e addirittura fautori dell’analfabetismo di massa, controllavano ancora il 57% della popolazione, addetta nell'agricoltura.

Il complesso industriale italiano (eccetto il fiorente settore tessile seta-lana-cotone) faceva perno su siderurgia e meccanica ed era fragile sia per la dimensione delle aziende che per il contenuto tecnico (poiché in genere si copiava o si produceva su licenza) e dipendeva largamente dall'estero sia per materie prime, sia per prodotti intermedi sia per i pezzi di ricambio. Nel 1913 in Italia si produceva un milione di ton. di acciaio (per confronto: Germania 17, Russia 10, Gran Bretagna 7, Francia 4), e per la ghisa i confronti con gli altri paesi erano ancora peggiori. Si fabbricavano ancora solo 10.000 automobili all’anno.

Allo scoppio della guerra (agosto 1914) l’Italia si dichiarò neutrale come da anni preannunciato, ma si trovò isolata tra tutte le potenze belligeranti. Vennero subito a mancare cotone, iuta, minerale e rottame di ferro e la seta rimaneva invenduta. Inoltre rimpatriarono da tutta Europa ben 470.000 emigrati. Molte industrie chiusero, ma quelle rimaste ben presto iniziarono a godere dei vantaggi della neutralità proprio fornendo a tutti i belligeranti quei beni che non erano più in grado di produrre in quantità adeguate.


L’impreparazione alla guerra

Il 24 maggio 1915 l’Italia entrò in guerra ma sia i politici al governo - riformisti senza riforme - sia i militari non avevano imparato nulla dalla guerra che si combatteva da un anno in nord Europa: tutti ritenevano che la guerra sarebbe terminata prima dell’inverno (e gli alpini rischiarono l’assideramento per mancanza di vesti adatte)... Ben cinque milioni di italiani, da armare, nutrire, vestire, alloggiare, furono chiamati alle armi fino al 1918.

In Italia non era mai esistita una “impresa-esercito di queste dimensioni”. Le spese militari balzarono dai 2,3 miliardi di lire del 1914-15 ai 20,6 del 1917-18. Le mitragliatrici erano sconosciute alla nostra fanteria e cominciarono a riceverle nel luglio-agosto del '15; le bombe a mano erano inesistenti, o difettose, e molti ufficiali non ricevettero neppure le pistole di ordinanza. I fucili modello ’91 erano prodotti a Terni (ma solo 2.500 al mese...), le automobili erano disponibili solo per i generali. Solo gli arsenali militari erano stati coinvolti nello sforzo bellico e solo alla fine del 1915 ci si rese conto che era indispensabile coinvolgere l’industria nazionale nello sforzo bellico.

Il generale Alfredo Dallolio fu ministro delle Armi e munizioni dal 1915 al 1918 e dimostrò competenza e capacità. Imitando Francia ed Inghilterra, con il decreto del 26 gugno 1916 stabilì che il governo aveva la facoltà di dichiarare ausiliari tutti gli stabilimenti utili per la guerra, di controllarli attraverso i comitati regionali per la mobilitazione industriale, di imporre ad essi la produzione ed i prezzi, di assoggettare alla giurisdizione militare tutto il personale degli stabilimenti, operai e proprietari compresi.

Gli imprenditori si opposero inizialmente a questa nazionalizzazione mascherata, ma ben presto anch'essi compresero che la realtà era ben più rosea. L’iscrizione nel ruolo di ausiliari assicurava loro infatti grandi vantaggi: assegnazione preferenziale di materie prime e combustibile (il carbone era allora la prima sorgente di energia e raddoppiò di prezzo), facilitazione nei trasporti, determinazione dei salari ad opera dei 'comitati di controllo regionali', esenzione delle maestranze più valide dal servizio militare, con l'obbligo di sottostare ad una rigorosa disciplina militare, e soprattutto la soppressione degli scioperi.

Assumendo che il buon andamento (ovvero la qualità) della produzione fosse impossibile da conseguire con la pura coercizione, si ricorse allo strumento dell'incentivazione economica. Lo Stato italiano avrebbe sopportato i maggiori costi che erano stati distribuiti agli imprenditori ed agli operai con l'avvento del regime marziale e furono riconosciuti adeguamenti salariali a compensare il costo della vita (quantificabile in un il 20% in media nel triennio).

In caso di sciopero gli ufficiali addetti alla sorveglianza negli stabilimenti (già fortemente motivati dalla possibilità di evitare il fronte...) dovevano cercare la mediazione ed evitare le punizioni collettive, ed agire invece con duttilità e comprensione. Questo avrebbe loro permesso tra l'altro di mantenersi al centro di colossali interessi economici. I dipendenti degli stabilimenti ausiliari crebbero fino a 600.000 nel 1918, di cui il 68% era concentrato nel triangolo industriale. Lo Stato quale imprenditore di guerra, è divenuto il centro, il perno, il motore dell’economia tutta: esso è divenuto il soggetto di un’azienda colossale, dalla quale dipendono moltissime fra le aziende individuali. Esso impiega direttamente od indirettamente milioni di lavoratori, anima gran parte delle industrie attive, muove quasi tutta la flotta mercantile, esercita un vasto commercio e soprattutto consuma una massa enorme di ricchezza” (cit. da Riccardo Bachi, storico e riformatore del primo novecento italiano).

Nel quadriennio 1915/18, rispetto al precedente quadriennio, i consumi pubblici aumentarono del 464% ed i consumi privati del 5,2%. La società italiana consumò più di quanto produsse...

Il collettivismo bellico potè - grazie all’inflazione monetaria - applicare l’idea che in germe esisteva già prima, cioè dello Stato garante della felicità e della sicurezza di tutti i cittadini, anticipando le teorie bolsceviche ed il modello di pianificazione dell’economia che fu proprio del leninismo...


Lo sforzo di trasformazione industriale

Analizzando i vari settori settori industriali si può notare che la produzione dell’acciaio passò dalle 911.000 ton nel 1914 alle 1.331 nel 1917. La produzione di ghisa passò dalle 385.000 alle 471.000 ton. I forni elettrici per l'acciaio nel 1917 erano 187, cosa che poneva l’Italia addirittura al primo posto in Europa...

I cantieri navali raddoppiarono la loro capacità produttiva, ma anche le industrie meccaniche, ottiche, elettromeccanica e telecomunicazioni (erano gli albori del telefono ma anche della radio) trassero vantaggi dalle esigenze militari fino al punto che lo storico Rosario Romeo afferma che “solo con la guerra l’Italia ha visto il nascere di un’industria nazionale ed anzi in larga misura eccedente i bisogni della produzione di pace.”

Le società private che si avvantaggiarono maggiormente durante la guerra furono le seguenti, di cui si danno brevi cenni.

ILVA, colosso siderurgico nell'isola d’Elba, forniva acciaio a tutta l’industria meccanica. Si estese fino a controllare società operanti nel settore dei combustibili, della meccanica, della navigazione, anche se tendeva piuttosto al coordinamento di organismi cui era lasciata una certa autonomia di amministrazione. Nel 1921 il capitale di 300 milioni era tuttavia svanito, e fu ceduta per soli 15 milioni. Nonostante questo gli stabilimenti Ilva sia pur ridimensionati continuarono a funzionare.




ANSALDO operava inizialmente nel settore della meccanica (produceva artiglierie, materiale ferroviario, navale ed aereonautico, macchine elettriche, macchine utensili e agricole) ma arrivò a controllare in seguito miniere, industrie siderurgiche, navigazione... Dopo la disfatta di Caporetto Ansaldo aumentò la sua produzione presentandosi come salvatrice della Patria. Ilva e Ansaldo sprecarono in acquisizioni eterogenee e interessi contrastanti quei profitti di guerra che se reinvestiti nella siderurgia e nella meccanica avrebbero potuto risolvere i gravi problemi di produttività e di costo di produzione di cui quei settori erano afflitti. Nel 1923, il capitale sociale di Analdo fu svalutato da 550 milioni a soli 5 milioni ed intervenne per salvarla il capitale pubblico. Le aziende minerarie, siderurgiche, idroelettriche, marittime furono scorporate e rimasero in mani pubbliche.


​​FIAT Nel 1914 lo Stato maggiore decideva timidamente di dotarsi di 3.400 autocarri da dedicare all’intendenza. Ma nel 1918 l’esercito disponeva di 30.000 automezzi e 6.000 motocicli, e questo nonostante le perdite subite al fronte. La Fiat si era assicurata ci

rca il 90% delle forniture di automezzi. Durante la guerra essa produsse 70.862 automezzi di cui 63.000 per l’esercito italiano e gli alleati. Gli operai da 4.300 nel 1914 balzarono a 36.000 nel 1918: un salto di un'ordine di grandezza in soli quattro anni - cosa che all'Olivetti p.e. costerà almeno 20 anni, giungendovi solo negli anni '50.

La Fiat produsse anche mitragliatrici, proiettili, aerei, motori marini, ed il suo presidente - il sen. Giovanni Agnelli - poteva dichiarare che i suoi stabilimenti erano impegnati nella lavorazione di qualsiasi armamento difensivo od offensivo. Alla vigilia della guerra la Fiat era ancora al 30° posto nella graduatoria delle industrie nazionali, mentre nel 1918 era balzata al terzo posto, dietro ai colossi Ilva ed Ansaldo, conservando il suo core-business nel settore automobilistico e motoristico e consolidando poi negli anni venti l’espansione avvenuta durante la guerra.


L’industria chimica e farmaceutica stava muovendo i primi passi e dimostrò, saggiamente incentivata (con un protezionismo mirato da parte governativa), di essere in grado di fornire il mercato nazionale una volta liberatasi dalla già straripante potenza tedesca. Tuttavia il TNT (tritolo) e la picrite (per gli esplosivi) di produzione nazionale erano sintesi di scarsa qualità e si dovette sostituire alle usuali forniture germaniche quelle degli alleati. I gas asfissianti erano in fase sperimentale e non se ne fece uso -per fortuna- ma l’esercito ne subì le conseguenze a Caporetto per l’uso fatto dai Germanici nelle prime fasi della offensiva. L’industria della gomma (i pneumatici Pirelli, p.e.) ebbe un grande sviluppo per l’incremento della produzione di autoveicoli. La Pirelli raddoppiò la sua produzione durante la guerra.

L’industria tessile, specie laniera, raddoppiò la produzione (si pensi alla LaneRossi di Vicenza), come pure le industrie alimentari (per la prima volta molti settentrionali assaggiarono le salse di pomodoro).


L’industria aereonautica

All’entrata in guerra nel 1915 l’esercito aveva in dotazione solo 143 aerei di ricognizione e - riconosciutane l’importanza un po’ in ritardo - commissionò aerei sia alla nascente industria nazionale (Caproni) che a quella estera (francese era infatti l’aereo in dotazione a Francesco Baracca, eroe dei cieli). I produttori nazionali produssero nei quattro anni in totale 12.031 aerei (da ricognizione, caccia e bombardieri) e 24.000 motori, di cui la metà prodotti dalla Fiat.

I primi modelli furono prodotti su licenza, o copiati dagli austriaci, ma in seguito si affermarono alcuni prodotti nazionali che furono venduti anche agli alleati. Alla fine della guerra l’industria aeronautica impiegava 100.000 dipendenti (si pensi che all'inizio della guerra era pressoché inesistente). Benché in generale l’industria non produsse innovazioni particolari (tipo l'elica, o l'ala, in alluminio, caratteristica dello Junker, o i potenti e leggeri motori inglesi, o il dispositivo di sparo delle mitragliatrici attraverso l’elica) l’industria nazionale dimostrò di avere maestranze e conoscenze tecnologiche sufficienti per gestire una buona produzione di qualità e di massa.


Il bombardiere trimotori Caproni CA.3

La Industrie Aeronautiche Caproni rappresenta un caso particolare, ma non il solo di quegli anni. Un piccolo laboratorio gestito dai fratelli Caproni diventò nel corso del conflitto bellico e poco dopo la più importante industria nel nascente settore aeronautico, arrivando a controllare una decina di aziende per assicurarsi tutta la filiera tecnologica verticalmente, dalle materie prime (minerali) ai motori.

La Caproni riuscì come molte altre industrie ad ottenere dallo stato garanzie, anticipazioni ed esclusione delle imposte sui sovrapprofitti di guerra. Ma ci furono anche pesantissime critiche sul lavoro della fabbrica aeronautica che non si spensero neppure nel 1917 quando fu istituito il commissariato generale dell’aeronautica - ufficialmente per dare vigore e ordine allo sforzo di costruzioni, in realtà per limitare le voci di favoritismi e sperperi che si diffondevano.


Le banche, i prestiti di guerra e l'inflazione monetaria

Lo scoppio della guerra permise anche il rafforzarsi degli istituti di credito e in particolar modo dei principali quattro (oltre alla BIS - Banca Italiana di Sconto -, la Banca Commerciale, il Credito Italiano e il Banco di Roma) con l'inconveniente, però, che se prima del conflitto riuscivano a tenere distinte le loro attività da quelle industriali che finanziavano, dopo la commistione del 14/18 ciò non fu più possibile. Nel corso della guerra i tentativi di scalata reciproci che intervennero tra le banche, cosi come accadde nell’industria, furono finanziati di fatto dagli anticipi versati dallo Stato per le commesse di guerra (secondo la studiosa Anna Maria Falchero), e quindi alla fine fu lo Stato stesso a finanziare queste operazioni...

Per l'intero periodo '14-'18 il denaro necessario all'acquisto di una massa ciclopica di equipaggiamenti e materiali venne rastrellato per ben 2/3 indebitandosi sia all'interno sia all'estero: soprattutto con Gran Bretagna e Stati Uniti. Il fisco e la stampa di banconote contribuirono in parti grosso modo uguali a coprire il resto. Gli Italiani furono convinti a sottoscrivere ben sei prestiti nazionali grazie ai buoni tassi di interessi offerti e facendo fortemente appello ai sentimenti patriottici; come del resto avveniva all'estero. Le imprese furono invece stimolate ad aderire ai prestiti da una serie di incentivi economici. Il debito "interno" così accumulato rappresentò circa il 72% del passivo totale. Nel 1917 le importazioni nette di prodotti agricoli e industriali giunsero a essere pari a 1/4 della produzione interna. Nel 1918 si registrò in Italia il più alto tasso di inflazione: posto uguale a 100 il livello dei prezzi all'ingrosso del 1913, gli indici dei prezzi relativi all'ultimo anno di guerra furono: 409 in Italia, 340 in Francia, 227 in Gran Bretagna, 217 in Germania, 194 negli USA. I prezzi salirono dunque alle stelle: i capitali dei piccoli risparmiatori si polverizzarono (ma pure i debiti degli industriali si svalutarono), mentre i salari non riuscivano a tenere testa al caro-vita e all'aumentata pressione fiscale.

Il bilancio dello Stato presentava un deficit impressionante per l'epoca: 23.345 milioni di lire nell'esercizio '18-'19, contro i 214 del '13-'14. Il deficit commerciale con l’estero era invece pari a 5 volte il valore del nostro export.


Gli imboscati

Tanto per cominciare il capo del governo Salandra - che avrebbe dovuto dare l'esempio - aveva imboscato tutti i suoi tre figli...

Il fante di trincea aveva diviso l’esercito in quattro categorie:

1) i fessi, come lui, che combattevano in prima linea;

2) i fissi, presso i comandi, da quello di divisione in su (gli Edoardo Agnelli, i Luigi Pirelli...)

3) gli italiani, nelle retrovie;

4) gli italianissimi, ben protetti all'interno del paese...

La fanteria, sul Carso, nella sua grande maggioranza era composta da contadini. La quasi totalità degli operai industriali, invece, erano stati esonerati per legge dal servizio militare. Inoltre gli operai richiamati alle armi comunque prestavano servizo molto raramente in fanteria poiché, se conoscevano sia pure superficialmente un motore o sapevano maneggiare un attrezzo, erano avviati a far parte dei corpi del genio o altri speciali. Per il fante-contadino, dunque, dire operaio equivaleva a dire imboscato, na­scosto in qualche corpo speciale o più spesso addirittura rimasto in città a guadagnare paghe sempre più elevate e a sfruttare in qual­che modo la guerra a proprio vantaggio. Soprat­tutto suscitò indignazione il fatto che un gran numero di gio­vani validi di buona famiglia fossero entrati nelle industrie mobilitate per la produzione bellica. Si sospettò che fosse nata l’industria dell’imboscamento: ”parcelle generose agli imprenditori che imboscavano”... Un operaio metallurgico, a Torino, retribuito a cottimo, riceveva nel 1915 una paga media giornaliera di 7,60 lire mentre il fante al fronte solo 50 centesimi, compreso il soprassoldo di guerra, per decreto del 23 maggio 1915, n. 677 (le indennità speciali «per le truppe di campagna», in cent. 40 per i caporali, gli appuntati, i soldati, gli allievi carabinieri ed i carabinieri aggiunti; in cent. 60 per i carabinieri; in lire 1 per i sergenti, 2 per i sergenti maggiori, 2,50 per i marescialli di alloggio, ecc). I congiunti dei richiamati alle armi, riconosciuti bisognosi da speciali commissioni comunali, ricevettero un sussidio gior­naliero nella misura di lire 0,60 per la moglie, e 0,30 per cia­scun figlio di età inferiore ai 12 anni. In definitiva al fante era richiesto di rischiare la propria vita praticamente quasi gratis...

I pescicani

I costi dei manufatti forniti all’esercito erano calcolati o sulla precedente esperienza, oppure erano sconosciuti per i nuovi prodotti, ed essendo il prezzo necessariamente unico le medesime forniture (ora prodotte da alcuni in grande scala) generarono dei sovraprofitti di guerra inauditi e coloro che cinicamente se ne avvantaggiarono furono presto etichettati come “pescicani".

Abolito ogni calcolo di costi e pressati dall’esigenza di produrre, ci si gettò alla moltiplicazione del prodotto, sotto lo stimolo degli alti prezzi garantiti dalle forniture belliche. I profitti medi delle 'società anonime' (le odierne SpA e Srl), che erano del 4,26% alla vigilia del conflitto, balzarono nel 1917 al 7,75%; ancor più significativi furono gli incrementi nei settori più direttamente impegnati nella produzione bellica. Così i profitti siderurgici salirono dal 6,30 % al 16,55%; quelli dell’industria automobilistica dall’8,20% al 30,51%; gli utili dei fabbricanti di pellami e calzature dal 9,31 al 30,51%; quelli dei lanieri dal 5,18% al 18,74%; quelli dei cotonieri, che ancora alla vigilia del conflitto si dibattevano in una gravissima crisi, da -0,94 al 12,27%; quelli dei chimici dallo 8,02 al 15,39%; quelli dell’industria della gomma dall’8,57% al 14,95%... (da Rosario Romeo, Breve Storia della grande industria in Italia, 1961)


Fine della guerra: il biennio rosso e il boom del 1921-25.

La fine della guerra costrinse le industrie, che avevano dilatato a dismisura le loro attività ad una riconversione che richiese due anni (dal 1919 al 1921 almeno) e costò ben 2 milioni di disoccupati, con l’occupazione proletaria di fabbriche e terre. Fra il 1914 ed il 1916 l’indice di produzione delle industrie manifatturiere passò da 54 a 71 (base 1938=100) esso tornò a 54 nel 1921 con un calo del 24% rispetto al massimo del 1916, ma senza nessun calo rispetto all'anteguerra. Inoltre sorprende notare che l’indice di produzione dell’industria manifatturiera riprese a salire dal 1922 raggiungendo nel 1925 il valore di 83 con un balzo del 54% in soli 4 anni.

Fra il 1922 ed il 1925 nel mondo solo il Giappone ebbe uno sviluppo superiore (partendo da una configurazione economica feudale ancora più arretrata), e questo boom economico rimase in Italia secondo solo al boom dopo la seconda guerra mondiale.



Bibliografia minima

D.Mack Smith, Storia d’Italia 1861-1961. Laterza (1959)

Mario Isnenghi-Giorgio Rochat, 1914-1918 La grande guerra. La nuova Italia (2000)

G.Porosini, Il capitalismo italiano nella prima guerra mondiale. La nuova Italia (1975)




Solo per curiosità…

Filippo Tommaso Marinetti nel romanzo L'alcova d'acciaio racconta la sua partecipazione alla decisiva e travolgente offensiva italiana di Vittorio Veneto alla guida di una autoblindo Ansaldo-Lancia 1ZM. Per il fondatore del movimento futurista la simbiosi con il moderno mezzo d'assalto è totale, fino a trasformare l'autoblinda numero 74 su cui viaggia in un'amante... In uno stato di "delirante amore" il tenente Marinetti attraversa veloce i paesi liberati del Veneto e del Friuli con la sua "74" divenuta "alcova d'acciaio, creata per ricevere il corpo nudo della mia Italia nuda"...

Il testo, al netto della retorica, è di straordinaria importanza documentaria perché restituisce efficacemente l'esperienza in guerra di questi primi innovativi mezzi blindati.







[PDF] Questo post è stato pubblicato dal trimestale e-storia nel numero 2015/2 anno V (giugno 2015).



Nel prossimo numero: ...



Per approfondimenti si rimanda al sito www.e-storia.it

















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