Disertori, codardi, insubordinati: fucilati all'alba. WW1 SHOT AT DAWN

In Gran Bretagna...

Durante la prima guerra i soldati erano consapevoli che il Re ed il Paese si aspettavano che loro combattessero fino alla morte. Queste erano le aspettative dei comandi militari, dei loro leader politici, e perfino dei loro cari famigliari. Nessun dubbio che avrebbero affrontato il rischio di morire da Uomini. Era l’unico modo perché il bene trionfasse sul male...

Ma la guerra si dimostrò brutale. Tutti i generali (Sir Douglas Haig comandante in capo fu definito dallo storico Norman Stone come il più grande generale scozzese di sempre: ammazzò più inglesi lui di tutti i ribelli scozzesi assieme) si dimostrarono ottusi perché inviarono all’assalto uomini armati di solo fucili, contro mitragliatrici e cannoni. Di fronte alla carneficina tutti si trovarono impreparati. La stragrande maggioranza compì il suo dovere, ma alcuni impazzirono, pochi disertarono.











Shot at dawn memorial. Staffordshire Arboretum.

La statua raffigura un giovane soldato inglese prima dell’esecuzione, mentre ogni palo reca una targhetta con il nome di un fucilato per diserzione o per codardia durante WWI.



I soldati giorno dopo giorno contavano la scomparsa dei loro amici (interi battaglioni non rientravano in trincea alla sera dopo gli assalti) senza sapere a chi e quando sarebbe toccato il prossimo.

Inoltre il soldato imparò che se si fosse sottratto al fuoco nemico non sarebbe scampato al fuoco amico. I plotoni di esecuzione erano composti da giovani reclute ( gli anziani non erano affidabili) . La fucilazione dei soldati aveva due scopi: punire i disertori e scoraggiare i camerati dall’imitarlo. I medici militari non erano disposti a concedere attenuanti ai disertori.

Ai familiari era rifiutata la pensione di guerra (fino al 1916) ed inoltre erano additati al disprezzo (una piuma bianca era lasciata sulla soglia di casa). Chi poteva doveva traslocare.

Dei 306 fucilati 228 furono giudicati disertori, 18 codardi, 5 disobbedienti agli ordini dei superiori per abbandono del posto, 4 colpevoli per aver percosso un ufficiale, 4 per ammutinamento e 35 per assassinio (verso civili). Ma non si può dimenticare che i giustiziati ammontarono solo al 10% di quelli condannati a morte. L’accusato compariva anche il giorno stesso della denuncia davanti ad un tribunale militare ed aveva il diritto di difesa contro le accuse di solito di un suo superiore. La sentenza era emessa nello stesso giorno e poteva essere eseguita solo se era rifiutata la domanda di grazia ( diritto d’appello) prevista dal codice militare.

La notte prima dell’esecuzione un cappellano rimaneva in compagnia del condannato, che all’alba, imbottito di alcool ed eroina, veniva scortato nel cortile , dove era legato ad un palo e bendato. Un medico apponeva una pezza bianca sul cuore , un prete pregava e poi un plotone composto da 6/12 giovanissimi all’ordine di un ufficiale faceva fuoco. Un fucile era caricato a salve perché nessun soldato del plotone di esecuzione fosse certo di aver sparato il colpo mortale. Dopo la fucilazione un medico esaminava il giustiziato e qualora fosse ancora vivo un ufficiale lo finiva con un colpo di rivoltella.

Vale la pena ricordare che l’esercito britannico era a metà strada fra un esercito imperiale ad uno moderno e professionale. Durante questo periodo di cambiamento lo Stato Maggiore dovette far fronte all’arrivo improvviso di volontari soldati cittadini,non professionisti che avevano un posto nella società ed erano più o meno preparati ad accettare le autorità militari. Inoltre ubriachezza e sorprusi dei militari contro i civili non erano casi sporadici. Le punizioni inflitte : legato ad un palo 2 ore al giorno per 21 giorni era umiliante quanto le frustate. Essere rimossi dalla prima linea , era considerato come un premio piuttosto che una punizione per questo gli indisciplinati furono inviati in missioni mortali per redimersi. Il soldato Thomas Highgate 19 anni, colpevole di diserzione, per abbandono del suo reparto e ritrovato con abiti civili fu il primo ad essere fucilato alle ore7.00 del 8 settembre 1914.

Il soldato Louis Harris 32 anni, i cui genitori avevano problemi mentali, ritenuto colpevole di diserzione fu fucilato alle 6,30 il 7 novembre 1918. 20 minuti dopo il soldato Ernest Jackson 23 anni subiva la stessa sorte per diserzione. Furono gli ultimi. 2 giorni prima del cessate il fuoco.


In Francia

La guerra alla Germania che era stata propagandata come “percorso salute verso Berlino” ben presto si rivelò la più brutale mai vista, e i soldati strappati alla vita civile si trovarono psicologicamente impreparati.

La maggior parte delle esecuzioni si verificarono nel 1914-15. All’inizio della guerra. I motivi addotti furono: mutilazioni volontarie, abbandono ripetuto del posto, diserzione, insubordinazione percosse ai superiori , spionaggio e assassinio. Una seconda ondata di fucilazioni si ebbe durante gli ammutinamenti della primavera 1917, ma queste rappresentarono solo il 10% delle esecuzioni totali durante la Grande Guerra.


La giustizia militare

Il codice di giustizia militare in vigore nel 1914 prevedeva consigli di guerra composti da giudici militari di carriera competenti per tutte le infrazioni commesse dai militari. Le pene comminate: la prigione, i lavori forzati, le condanne a morte erano proporzionali al reato: furto, insubordinazione, tradimento,diserzione.

Nell’estate del 1914 il governo delega a Joffre ( generale in capo) l’adozione di tutte le misure necessarie. Vengono istituiti dei consigli di guerra speciali nella zone di combattimento, le cui sentenze non hanno appello e vengono eseguite immediatamente. Ma, dal 24 aprile 2015, il potere politico reintroduce le garanzie per gli accusati, come pure le circostanze attenuanti e la domanda di grazia Presidenziale. Nel 1917 i militari fecero annullare queste concessioni.

Dopo la battaglia della Marne (settembre 1914) le truppe sono esauste, le perdite sono enormi, i battaglioni sono ricostituiti alla meno peggio con dei riservisti. Dei soldati male addestrati e peggio comandati si lanciano all’attacco decimati dalle mitragliatrici germaniche e dall’artiglieria. Alcuni esitano, rifiutano di combattere, altri simulano edemi delle membra causate da una striscia di tela fortemente stretta, dermiti e congiuntiviti provocate da prodotti irritanti,(gas) ascessi dovuti a delle iniezioni di petrolio o di terebenthine, sordità ed incontinenza. Alcuni si mutilano. L’automutilazione, ad un dito, alla mano, ad un piede coglie i giudici militari impreparati. Ci penserà Joffre a equiparare questo reato ad un abbandono del posto. La scelta per l’accusato era o il plotone di esecuzione o la prima linea. I medici militari si accollano di buon grado il compito di scovare l’automutilato. Un maggiore medico suggeriva ai suoi collaboratori di analizzare minuziosamente anche i vestiti e le armi dell’accusato e di cercare sui lembi del mantello la presenza di un foro arrossato”


Linea rossa: fronte 16 aprile

Puntini rossi: fronte 16 aprile sera

Linea verde: fronte 5 maggio

Linea grigia: fronte 23 ottobre - Generale Pètain (prudente)

Tratti rossi: fronte 26 ottobre

Linea arancione: fronte 2 novembre

Frecce rosse: attacco carri armati pesanti Schneider e Chamond



Francia 1917: ammutinamenti aprile 1917 sul crinale detto Le chemin des dames

Nel dicembre del 1916 dopo tre anni di stallo sul fronte Occidentale fu nominato il generale Neville (l’eroe della difesa di Verdun, fautore della strategia d’attacco) comandante in capo dell’esercito. Fu promessa una vittoria decisiva nella primavera del 1917: sfondamento del fronte con una breve offensiva di 24/48 ore lungo il crinale delle colline dette “chemin des dames “ nella regione dell’Aisne.

Disgraziatamente i germanici avevano ripiegato su una linea più arretrata: linea Sigfrido, (solo sul fronte orientale avevano pianificato una guerra di movimento), ben più protetta: bunker ed alloggi confortevoli in calcestruzzo, siepi di filo spinato, nidi di mitragliatrici , viveri in abbondanza, artiglieria di supporto. L’unico terrore dei tedeschi era di finire sotterrati dai potenti obici da 150 dei francesi. Ma ancora peggio per i francesi i tedeschi erano a conoscenza dei piani di attacco. I germanici avevano fatto terra bruciata dei villaggi situati nella terra che avrebbero lasciato al nemico. Il 6 aprile l’artiglieria alleata aprì il fuoco: un milione e mezzo di granate furono lanciate contro le linee tedesche ed inoltre a Nord furono eseguite due attacchi diversivi.

La fanteria francese attaccò in una giornata fredda, il 16 aprile, su un fronte di 40 kilometri e fu un disastro totale. Le mitragliatrici tedesche falciarono i fanti appiedati, i cannoni di piccolo calibro aspettavano ed annientarono i carri armati. Un secondo attacco iniziò il 5 Maggio ma già l’8 maggio l’esito disastroso del precedente era confermato. Una settimana dopo il Generale Neville veniva sostituito dal Generale Pétain.

Gli Ammutinamenti iniziarono alla fine di aprile 1917 e raggiunsero il loro picco nel mese di giugno coinvolgendo 68 divisioni delle 110 che componevano l'esercito francese . Le grandi perdite (37.000 morti e dispersi, 65.000 feriti) e la cocente delusione per quella che era stata descritta come una offensiva decisiva, aveva generato un rifiuto collettivo a partecipare ad attacchi suicidi

Diversi reggimenti ricostituiti nelle retrovie rifiutarono di ritornare in prima linea. Si verificarono dimostrazioni, soprattutto nelle stazioni e treni in licenza,ed i soldati gridavano slogan: "Abbasso la guerra!" "La paix ou la Revolution " o cantavano l'Internazionale.

Si riporta qui la traduzione di una lettera del Gen. Pétain al Ministro della Guerra datata 29 maggio 1917

Da alcuni giorni si moltiplicano degli atti di indisciplina collettiva e le manifestazioni si moltiplicano in modo inquietante. Esse sono certamente organizzate e lasciano presagire dei sommovimenti più seri.

Gli atti sono i seguenti:

4 Maggio - la 2° D.I.C. deve partecipare a nuovi attacchi nei pressi del Moulin Laffaux. Dei manifesti, invitanti la truppa a non marciare, o su cui è scritto “ abbasso la guerra”

“Morte ai responsabili” sono affissi nelle caserme. In alcuni battaglioni ( il 43° coloniale) i soldati dichiarano ad alta voce che non vogliono più combattere, perchè i loro commilitoni guadagnano da 15 a 20 franchi al giorno lavorando nelle officine.

19Maggio.- Al 9° C.A. un battaglione del 66° che deve sostituire nella notte un battaglione di prima linea, si disperde nel bosco ed occorre tutta la notte per raggrupparlo. Non si può procedere al cambio.

Maggio. – Al 32 C./ ( 69° D.I.) la riserva del 162°reggimento di fanteria lasciata in guarnigione, e comandata a rinforzare il reggimento, percorre le strade della caserma al canto e grida dell’Internazionale. Mettono a soqquadro la casa del comandante . Assente in quel momento, poi un po’ più tardi inviano a questo ufficiale “tre delegati“ incaricati di portare i reclami. L’indomani questa riserva rifiuta di ubbidire.


Gli ammutinamenti consistettero in molteplici manifestazioni di protesta isolate l'una dall'altra, non obbedirono ad un piano globale e quindi non vi fu una insurrezione generale.

Gli ufficiali in prima linea mantennero il controllo della posizione e la fedeltà dei soldati. Le gerarchie militari reagirono con durezza: 450 soldati furono condannati a morte, ma solo 27 furono fucilati. Il presidente della Repubblica Poincaré aveva esercitato il suo diritto di grazia e si adoperò per migliorare le condizione di vita dei soldati facendo pressioni sul nuovo comandante in capo Pétain che migliorò da subito il sistema delle licenze. La disciplina ritornò a settembre e da allora non si verificarono altri incidenti.


In Italia

Su 4 milioni e 200 mila soldati schierati al fronte nella guerra del 1915/18, ne furono condannati a morte 1006, "giustiziati" 729, gli altri graziati. Tremila furono le condanne a morte in contumacia. Sono escluse le esecuzione sommarie impartite in trincea per rifiuto di partecipare all’attaco (come da art. 92 del Codice militare penale).

Immagine tratta dal film "Uomini contro" di Rosi. Le punizioni erano proporzionali alla gravità delle insubordinazioni...


L’esercito Italiano

Ai vertici dell’esercito Italiano vi era la casta militare di origine aristocratica, fedelissima al re. Uscita dalla Scuola di Guerra di Torino la cui linea guida era: ogni problema doveva essere risolto in via gerarchica, nessuna autonomia decisionale ai gradi inferiori.

Nonostante l’alleanza con la Germania, le gerarchie militari avevano come riferimento i codici e le strategie dell’esercito francese e durante le guerre risorgimentali e coloniali aveva dimostrato coraggio e disciplina ma non genialità. Agli ufficiali era raccomandato il paternalismo: nessuna punizione prima di essersi adoperato nel limite del possibile a rimuovere le cause del malcontento.

Tuttavia, nel corso degli anni si creò una profonda frattura tra gli ufficiali e la truppa, e anche fra gli stessi ufficiali tra chi il militare lo riteneva una missione e un lavoro e chi invece vi era stato trascinato dagli avvenimenti. Gli ufficiali di complemento (tre mesi di addestramento per sostituire i deceduti, falciati dagli austriaci in testa ai loro plotoni) ritennero i colleghi “di professione” degli avventurieri che per carriera o per compiacere i propri superiori non esitavano a comandare attacchi inutili, all’arma bianca, sanguinosissimi solo per avere un encomio, una promozione.

Poiché la guerra dimostrò da subito di essere vorace di armamenti sempre più sofisticati, di logistica (trasporti, vettovagliamento, radiotrasmissioni etc). Qualsiasi persona che sapesse usare una chiave inglese era inviata nelle retrovie e nelle officine. Perciò, i contadini costituivano la maggior parte dei combattenti.

I reati militari quali diserzione, rifiuto di obbedienza, defezione, autolesionismo, malattia, nevrosi, “follia” (impulso profondo, irrazionale alla fuga, reinterpretazione della realtà), “codardia”, sono atti diversi, coscienti o meno, di una logica umana di sopravvivenza. In generale gli atti di indisciplina avevano luogo non tanto, come si sarebbe portati a pensare, “in faccia al nemico” o “in presenza del nemico”, nelle circostanze cruciali dell’attesa o dell’assalto, ma piuttosto nei momenti di riposo nelle retrovie.

Il reato di diserzione, (si osserva che anche solo tornare da una licenza con un giorno di ritardo era considerata diserzione) scrive la storica Bruna Bianchi, "fu la forma di disobbedienza più diffusa durante il conflitto", con un "aumento progressivo del reato ben esemplificato dal numero delle condanne: da 10.272 nel primo anno di guerra si passò a 27.817 nel secondo e a 55.034 nel terzo". Per arginare il fenomeno, si estese progressivamente la possibilità di comminare la pena di morte, fino a prevedere anche "ritorsioni nei confronti dei famigliari, come la confisca dei beni e la privazione del sussidio per effetto della sola denuncia".

In maggioranza i soldati si allontanavano per ragioni familiari (oltre il 64% aiuto ai familiari nel raccolto agricolo) con assenze brevi (il 52% si allontanò per non oltre 10 giorni), seguite da spontaneo rientro (61%).

L'autoritarismo brutale e la mancanza di regolarità delle licenze sono motivazioni che emergono con forza da circa il 30% degli interrogatori in istruttoria. Nell'animo dei soldati cui fu negato di rivedere i parenti in punto di morte, risentimento e indignazione si mutarono in cupo rancore, in odio a stento trattenuto.

Nei procedimenti penali contro gli ufficiali per abuso di potere e violenze denunziati dai soldati, costoro dovevano comparire davanti ad una corte militare per insubordinazione, la quale era ben disposta verso gli ufficiali.

Il cosiddetto 'autolesionismo' vide 10000 condanne su 15 mila denunzie. In molti casi, l’imperizia di chi commetteva atti di autolesionismo portava a danni permanenti, come la perdita della vista, l’inutilizzo di arti e casi ancora più gravi.

Facendo una analisi complessiva dell’attività dei 117 tribunali diffusi in tutto il regno alla fine della guerra, la Bianchi dimostra che gran parte delle condanne si conclusero con pene detentive (reclusione militare o carcere)


La decimazione

La parola deriva dal latino decimatio che significava in caso di insubordinazione "eliminare uno ogni dieci". Questa pratica non era prevista dell’esercito inglese. Si erano verificati già nel 1916 atti di insubordinazione sulle Alpi, ma nel 1917 dopo due anni di guerra di trincea si verificarono alcuni episodi di ammutinamento. Si ricordano solo due casi clamorosi:

nel marzo 1917 alcuni soldati della Brigata Ravenna manifestarono esplodendo qualche colpo di fucile in aria per denunciare il loro malcontento per la sospensione delle licenze e per la troppo lunga permanenza in prima linea. Il generale ed il suo aiutante di campo riuscirono però a convincerli a rientrare nei ranghi; la protesta poteva dirsi conclusa. Senonché il comandante superiore, avendo saputo che nessuna misura repressiva era stata presa, pretese l'immediata esecuzione di due fanti trovati addormentati nell'accampamento e del tutto ignari dell'accaduto. Al ritorno dal turno in trincea altri uomini furono scelti a caso, processati sommariamente e condannati a morte.

La brigata Catanzaro, (pluridecorata) aveva avuto i suoi giorni in prima linea (23 e 24 maggio 1917) e, pur con perdite notevoli, era stata ricondotta in trincea (monte Hermada) dieci giorni dopo. Ritirata nuovamente a Santa Maria La Longa, paesino della bassa friulana il 24 giugno (64% gli effettivi) si paventò da subito un suo reimpiego. Quando di lì a qualche giorno la Brigata ricevette l’ordine di tornare al fronte, la sommossa divampò. Alle 22.30 del 15 luglio, con un violento fuoco di fucileria, razzi multicolori ascesero in cielo per dare il segnale della rivolta ad altre Brigate. Dopo aver ucciso un capitano e un tenente addetti al Comando, la truppa in rivolta si apprestò ad assalire la residenza di Gabriele D’Annunzio che si trovava nelle vicinanze, perché ritenuto responsabile del morale della guerra. Nel cuore della notte gruppi di artiglieri, carabinieri e squadroni di cavalleria circondano la Brigata Catanzaro. Verso le 3 del mattino la rivolta era spenta. Tre ufficiali e quattro carabinieri erano rimasti uccisi. Si istruì il processo per direttissima a seguito del quale 28 militari furono condannati a morte, passati per le armi e gettati in una fossa comune. Qualche ora dopo, sotto buona scorta la Catanzaro fu rispedita nella bolgia. Lungo la strada altri dieci vennero condannati e fucilati per insubordinazione di fronte al nemico.


Caporetto ed Armando Diaz

Nelle confuse settimane della ritirata del Piave, in seguito allo sfondamento del fronte a Caporetto il 23 e 24 ottobre 1917 si contarono circa 50.000 disertori (molti vissero indisturbati con abiti civili nel Friuli occupato) e oltre 300.000 sbandati. Il romanziere americano Ernest Hemingway che prestava servizio militare sul fronte italiano descrive molto bene nel suo libro “Addio alle Armi” come ufficiali e soldati rintracciati lontani dai loro corpi erano fucilati sul posto dai carabinieri.

A distinguersi in quei tragici giorni per feroce zelo fu il generale Andrea Graziani, nominato il 1 novembre 1917 Ispettore generale del movimento di sgombero, che si spostava incessantemente tra Piave e Brenta e fu responsabile di 57 fucilazioni sommarie in dodici giorni, fra soldati e civili. Si lasciò dietro una funesta scia di manifesti terroristici affissi per le contrade in cui venivano rese note le fucilazioni eseguite, anche per futili motivi... (Al muro di Cesare di Alberto Loverre)

Dopo la ritirata sul Piave, rimosso Cadorna su pressione anche degli Alleati, la gestione di Armando Diaz, si differenziò dalla precedente sia sul piano della condotta di guerra (attestarsi su posizione difensiva, trincerati sul Piave e sulle Alpi nell’attesa che l’Austria Ungheria si sfaldasse) sia nella direzione disciplinare (miglioramento delle dure condizioni del soldato e della vita in trincea: vettovagliamento, alloggio e licenze). Ed anche il Re , Vittorio Emanuele III rimanendo vicino ai soldati contribuì a rinverdire la fiducia sulla vittoria. Sul Piave anche le masse dei soldati socialiste e cattoliche refrattarie alla guerra imperialista capirono finalmente che in caso di sconfitta gli aggressori tedeschi avrebbero imposto condizioni di vita ben più dure. Le manifestazioni di disagio verso la guerra, le forme di fuga e rifiuto, diminuirono. Nella ultima disperata offensiva lanciata nel giugno 1918 dagli Austriaci tutti i reparti italiani si dimostrarono all’altezza, mai indietreggiando. Questa rinata fiducia nelle proprie capacità fu la base della vittoriosa riscossa di Vittorio Veneto nell’ ottobre 1918, che determinò il crollo dell’Impero Austro-Ungarico. Nel 1919 fu proclamata dal governo Nitti una amnistia per i soldati giudicati colpevoli dai tribunali di guerra nonostante la dura opposizione dei nazionalisti. Per raccogliere i frutti della pace occorreva una pacificazione che purtroppo non si verificò negli anni seguenti.



Bibliografia minima

Julian Putkowski and Julian Sykes: Shot at dawn ( Pen and sword 1998).

Jean Pierre Jeunet: La justice militaire dans la WW1

Mario Isnenghi: Giorgio Rochat: La grande guerra 1914-1918 (La nuova Italia)

Piero Melograni : Storia politica della Grande Guerra (Laterza)








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