Gli intellettuali europei nel vortice della Grande guerra. L’Italia nel periodo della neutralità e i


Gli intellettuali italiani citati in questo saggio ritratti negli anni all'incirca in cui accadevano gli eventi narrati, da sinistra in alto e in senso orario: Enrico Corradini, Filippo Tommaso Marinetti, Gabriele D’Annunzio, Giuseppe Prezzolini, Benedetto Croce, Gaetano Salvemini, Ardengo Soffici, Giovanni Papini, Renato Serra, Piero Jahier, Carlo Emilio Gadda, Federico De Roberto, Curzio Malaparte


- Parte II*​

[questo saggio è la prosecuzione della Parte I pubblicata il 31 gennaio]


Lo scoppio della guerra venne salutato dalla maggior parte degli intellettuali italiani con parole di plauso. La guerra era reclamata e desiderata da tempo, tuttavia le motivazioni non erano unanimi, ma estremamente divise. Uno era però il denominatore che li univa. Tutti partivano dall’assunto, riferendosi alla unificazione italiana, come rivoluzione incompiuta, intesa nel senso che il paese poggiava da sempre su un precario consenso popolare. L’Italia si trascinava, sin dall’unificazione, una sostanziale estraneità delle masse popolari, estraneità a cui avevano concorso sia i cattolici con il non expedit voluto dal papa Pio lX, sia i socialisti, che al sentimento di nazione anteponevano il principio della lotta di classe.

Né la svolta liberale d’inizio secolo guidata da Giolitti contribuì a porre l’Italia su basi più solide. La politica di Giolitti si era rivelata feconda e grandi furono i risultati conseguiti dallo statista piemontese, volti alla modernizzazione del Paese. Ma agli occhi di molti intellettuali tale politica risultava meschina, prosaica, casereccia, era insomma, l’Italietta, dalla quale bisognava riscattarsi con una politica di grandezza, che mettesse in valore le vere potenzialità del Paese, conferendogli quel rango che gli spettava e che era stato precedentemente ambito da Crispi con il progetto coloniale, poi naufragato col disastro di Adua. Il rango invocato era quello imperialista, sostenuto in primo luogo da Enrico Corradini.

L’imperialismo – scriveva il Corradini, futuro capo del movimento nazionalista – è uno stato di esuberanza, di vitalità, di forza; il nazionalismo e l’imperialismo sono le due forme di vita, proprie di questo mondo moderno gigantesco, oltre ogni dire vasto, potente, veloce [1].

Tramontava la nazione umanitaria e cooperante voluta da Mazzini e con essa si colpiva al cuore l’idea di patria maturata nel corso del Risorgimento per opera di artisti come Verdi, letterati come Foscolo e Manzoni e realizzata politicamente da Cavour, Mazzini e Garibaldi e ripresa, a unificazione compiuta, dalla pedagogia civile di De Amicis [2].

La lotta tra le nazioni – sosteneva Corradini – doveva sostituire la lotta di classe, conquistando con questa idea di potenza, il favore delle classi popolari egemonizzate dal Partito socialista.

La visione imperialista di Corradini venne ripresa dal movimento futurista di Marinetti. Il linguaggio dei futuristi è provocatorio, dissacrante, goliardico ed aggressivo [3]. Si considerano paladini della modernità industriale, della civiltà delle macchine, coltivano l’estetica della velocità. Si dichiarano antidemocratici, antiborghesi, antisocialisti, antipacifisti e anticlericali. Avversano la storia e la tradizione e caldeggiano – echeggiando Nietzsche - l’avvento dell’uomo nuovo, energico, aggressivo, che disdegna l’amore romantico e disprezza la donna, che, “in quanto femmina sia considerata un animale da prendersi e niente più”.

Così Emilio Settimelli [4].

I futuristi inneggiano alla guerra malthusiana, sola igiene del mondo, e salutano, in sintonia con D’Annunzio, l’autore delle Canzoni delle gesta d’oltremare, la conquista della Libia, mitica quarta sponda, prodiga di ricchezze favolose.

Ai futuristi facevano eco gli intellettuali riuniti attorno alla rivista fiorentina La Voce, diretta da Giuseppe Prezzolini, ma soprattutto da Lacerba, altra rivista fiorentina diretta da Giovanni Papini e Ardengo Soffici [5], tutti accomunati dal favore per la guerra purificatrice. E la guerra scoppiata in agosto viene da Papini salutata con parole di tripudio liberatore.

Finalmente è arrivato il giorno dell’ira dopo i lunghi crepuscoli della paura. Ci voleva alla fine un caldo bagno di sangue nero dopo tanti umidicci e tiepidume di latte materno e di lacrime fraterne. Ci voleva una bella innaffiatura di sangue per l’arsura dell’agosto; e una rossa svinatura per le vendemmie di settembre; e una muraglia di svampate per i freschi di settembre [6].

Trovandosi divisa e militarmente impreparata, l’Italia, come è noto, non si associò agli alleati della Triplice alleanza, trincerandosi dietro il fatto che l’Austria-Ungheria aveva aggredito la Serbia senza preventivo accordo con gli alleati e in assenza di questo, venivano meno le condizioni di una partecipazione alla guerra da parte del Paese. Al fondo della neutralità, ufficialmente dichiarata dal governo Salandra ai primi di agosto, vi erano però forti divisioni e incertezze. In Parlamento la maggioranza giolittiana era decisamente neutralista, una posizione che rifletteva d’altronde una opinione largamente diffusa nel Paese, contraria alla guerra.

Contrari alla guerra erano i socialisti e il Papa con i vertici della Chiesa cattolica. In favore della guerra agivano però nel paese le agguerrite minoranze interventiste; era questo, un fronte composito, che teneva insieme nazionalisti imperialisti, sindacalisti rivoluzionari e interventisti democratici, tutti uniti nel reclamare a gran voce la guerra al fianco dell’Intesa, sviluppando nel corso dei 10 mesi della neutralità una campagna dai toni sempre più accesi e violentemente intimidatori. Se i sindacalisti rivoluzionari, tra cui spiccano le due figure di Alceste De Ambris e Filippo Corridoni, hanno un approccio strumentale con la guerra, in quanto questa aprirà, con la dissoluzione dell’impero austro-ungarico, scenari favorevoli alla rivoluzione, l’interventismo democratico, con Gaetano Salvemini, Leonida Bissolati, il geografo Cesare Battisti, interpreta la guerra come guerra contro il militarismo austro-prussiano e per la democrazia europea.

Gaetano Salvemini, in particolare, pensa alla guerra non tanto in termini di guerra nazionale, ma di guerra democratica europea, che si liberi delle autocrazie degli Imperi centrali e crei le condizioni di una Europa fondata sul riconoscimento del principio di nazionalità [7]. Salvemini e buona parte dell’interventismo democratico, non sono irredentisti come banalmente una certa vulgata ha lasciato intendere, con tutta la vacua retorica del compimento del processo risorgimentale, ma anticipando il pensiero wilsoniano, pensano ad una Europa riorganizzata sul principio dell’autodeterminazione dei popoli.

Dietro la propaganda che millantava la guerra come compimento risorgimentale, stavano in realtà i progetti imperialistici della destra nazionalista che non solo voleva Trento e Trieste italiane (quando, sia detto per inciso, i trentini erano, da sempre considerati sudditi fedeli dell’Impero, per non parlare del solido rapporto di interessi che legava a doppio filo la borghesia di Trieste all’Austria), ma miravano a una egemonia adriatica con l’annessione dell’Istria, della costa dalmata e finanche dell’Adalia, regione carbonifera della Turchia, dove l’Italia aveva corposi interessi economici.

Queste mire annessionistiche saranno poi, come è noto sancite nel Patto segreto di Londra con le potenze dell’Intesa per mano di Salandra e Sonnino. Patto segreto, perché così volle Sonnino, l’autoritario ministro degli esteri, che si ispirava ad una visione di segretezza diplomatica di stampo ottocentesco, ma il cui contenuto venne poi reso noto dai bolscevichi quando presero il potere in Russia.

Nel frattempo le piazze italiane erano riempite dagli interventisti che reclamavano a gran voce la guerra. Il culmine del tripudio nazionalista fu raggiunto il 5 maggio 1915 a Quarto dei Mille nella cosiddetta "Sagra dannunziana", dove il Vate parlò a una folla oceanica col suo tipico linguaggio magniloquente, debordando in una incontenibile enfasi bellicosa[8]. E fu la guerra, salutata da Ardengo Soffici sulle pagine di Lacerba come “buona guerra” e con un interrogativo minaccioso diretto agli oppositori, scriveva:

"La vile canizza giolittiana, l’ignobile, losco, vomitativo Giolitti; gli analfabeti dell’Avanti, i preti, i giornalisti venduti, la melma fetente universitaria, professorale, filosofica; la ciurmaglia cancrenosa, bavosa, laida del senato; per tutti questi sbirri e cortigiani ambiziosi e interessati, quando arriverà il momento di fare i conti con essi?"[9]?

Altri si acconciavano alla guerra con atteggiamento più composto: così Benedetto Croce, dapprima neutralista plaudente Giolitti, ma trepidante sulle sorti dell’Europa e della stessa Germania, da lui sempre ammirata, ed ora alla deriva, ma pur sempre culla di una grande cultura; e vi si acconciava col suo tipico eloquio ragionante, che nulla concedeva alle passioni esagerate e agli sproloqui dannunziani. “Al filosofo in quanto cittadino – scriveva sulle sue Pagine di guerranon spetta altro dovere in tempo di guerra che lasciar da banda la filosofia e sentirsi tutt’uno col suo popolo: farsi popolo”[10].

Con dolente e composto atteggiamento andrà in guerra anche Renato Serra, critico letterario, collaboratore della Voce. Consegnerà prima di partire, le sue meditazioni contenute nell’Esame di coscienza di un letterato. L’esame è la confessione sincera di una crisi esistenziale, di un’anima che si denuda, la confessione di un disagio alimentato dalla realtà che lo circonda, la manifestazione di una insofferenza verso gli strepiti bellicosi dei fautori della guerra.

A questo strepito, Serra oppone il distacco, il silenzio malinconico di chi si interroga sul senso della guerra, scoprendone l’inutilità. “La guerra è un fatto - dice – come tanti altri in questo mondo; non vi aggiunge, non vi toglie nulla: non cambia nulla, assolutamente nel mondo”. E al coro vociante che vuole il popolo in armi, Serra oppone il popolo reale, composto da contadini “assenti e indifferenti, che stanno rintanati nel loro torpore e nello squallore delle loro case”. Nelle carneficine che insanguinano l’Europa, Serra vi vede soltanto un “gorgo che si consuma in se stesso” e sconsolato conclude che forse “il beneficio della guerra, come in tutte le cose, è in se stessa: un sacrificio che si fa, un dovere che si adempie” [11]. Serra cerca uno scopo, un senso esistenziale; lo trova alfine quando va in guerra e conosce i suoi soldati, sentendoli subito fratelli. “Fratelli? – dice - Si certo. Non importa se ce n’è dei riluttanti, infidi, tardi, cocciuti, divisi; così devono essere i fratelli in questo mondo che non è perfetto”. E trova finalmente la pace.

Marciare con loro e fermarsi, riposare e risorgere, faticare e tacere; insieme. Uomini che seguono la stessa traccia, che calcano la stessa terra; cara terra, dura, solida, eterna; ferma sotto i nostri piedi, buona per i nostri corpi… [12]

E la terra lo accoglierà, quando nel luglio 1915 verrà colpito a morte nelle trincee del Podgora.

Come Renato Serra, molti ufficiali interventisti conosceranno il disinganno e avranno modo di ricredersi sull’effettiva realtà della guerra, scoprendo nell’umanità dei fanti contadini, l’anima vera e sconosciuta del Paese.

Così sarà per Piero Jahier, ufficiale di stanza nel Cadore, quando conosce da vicino i suoi alpini e l’etica solida del montanaro [13] che li anima; una scoperta che sarà comune a Corrado Alvaro [14], a Federico De Roberto [15], e all’ipocondriaco Carlo Emilio Gadda [16].

La logica assurda della guerra è ben rappresentata da Federico De Roberto nel suo racconto La paura: protagonisti il soldato Morana e il suo tenente Alfani, ufficiale amato e rispettato da tutti. Il soldato Morana, coraggioso veterano decorato della guerra di Libia, riceve un ordine dal suo tenente, che a sua volta l’ha ricevuto dai comandi superiori: è un ordine che significa la morte certa, ma il soldato Morana, con stupore di tutti si sottrae, e clamorosamente disubbidisce, preferendo, con un gesto estremo di libertà, scegliersi la sua morte, suicidandosi davanti ai compagni.

La guerra sui due fronti italiani sarà lunga e durerà 41 mesi. Un tempo interminabile, nel quale si consumano stragi quotidiane, undici sanguinose offensive sull’Isonzo, l’imprevista disfatta con la spedizione punitiva degli austriaci e soprattutto il disastro di Caporetto. Al comando di quella tremenda vicenda stava il cattolicissimo Cadorna, duro e sospettoso con tutti; vicino a lui stanno Padre Semeria e don Agostino Gemelli, i due soli, fidi collaboratori.

Su Caporetto Curzio Malaparte lancerà la sua invettiva dei santi maledetti, dove i santi sono gli eroici fanti provati da tante stragi, poi maledetti dopo il disastro dall’infame circolare del comandante supremo che li tacciava di viltà. [17]

La guerra in Italia si concludeva il quattro novembre 1918 con la firma della cessazione delle ostilità siglata in Villa Giusti presso Padova; quella europea finiva alle ore 11 dell’11 novembre 1918: il prezzo di quella guerra fu di una intera generazione perduta.

A chi chiedeva a Benedetto Croce di far festa per la vittoria italiana, il filosofo rispondeva: “Far festa? E perché?” [18] commentava, alludendo al fatto che dinanzi alla tragedia della guerra non c’era nulla da festeggiare.

Già, perché, aggiungo sommessamente, ogni quattro novembre siamo chiamati ritualmente a celebrare un anniversario, chiamato della vittoria? Gli anniversari son fatti per riflettere, più che per celebrare, e il quattro novembre non è anniversario di vittorie, quanto piuttosto l’anniversario di una catastrofe nella quale si consumò il suicidio dell’Europa e una ecatombe con dieci milioni di morti, una tragedia sulla quale bisogna sì riflettere e seriamente meditare.




Note

[1] Enrico Corradini, Scritti e discorsi 1901-1914, Einaudi, Torino, 1980, p 137

[2] Alberto Mario Banti, La nazione nel Risorgimento, Parentela, Santità, e onore alle origini dell’Italia unita, Einaudi, Torino, 2011

[3] Emilio Gentile, La nostra sfida alle stelle, Futuristi in politica, Laterza, Bari, 2009

[4] Ibidem, p 70

[5] Gianni Scalia (a cura di), La cultura italiana del ‘900 attraverso le riviste La Voce, Lacerba, Einaudi, Torino, 1961

[6] Giovanni Papini, Amiamo la guerra, in: La cultura italiana del’900, cit, p 329

[7] Andrea Frangioni, Salvemini e la Grande guerra, interventismo democratico, wilsonismo, politica delle nazionalità, Rubbettino, Catanzaro, 2011

[8] Mario Isnenghi, Il mito della Grande guerra, Laterza, Bari, pp 99-101

[9] Ardengo Soffici, Sulla soglia, in: La cultura italiana del 900, citpp 389-390

[10] Benedetto Croce, L’Italia dal 1914 al 1918, Pagine di guerra, Laterza, Bari, 1965, p 61

[11] Renato Serra, Esame di coscienza di un letterato, Sellerio, Palermo, 1994, p 11; pp 29-30

[12] Ibidem, pp 46-47

[13] Piero Jahier, Ragazzo con me e con gli alpini, Vallecchi, Firenze, 1967

[14] Corrado Alvaro, Vent’anni, Bompiani, Milano, 1953

[15] Federico De Roberto, La paura, Edizioni E/O, Roma,2008

[16] Carlo Emilio Gadda, Giornale di guerra e di prigionia, Garzanti, Milano, 2002

[17] Curzio Malaparte, Viva Caporetto! La rivolta dei santi maledetti, Vallecchi, Firenze, 1995

[18] Benedetto Croce, Pagine sulla guerra, cit p 291




(*) Testo tratto da una conferenza tenuta a Turbigo il 16 aprile 2015 presso il Teatro IRIS:

“VIVERE E MORIRE NEL FANGO DELLE TRINCEE. L’EUROPA E L’ITALIA NELL’ABISSO DEL PRIMO GRANDE CONFLITTO MONDIALE”

pubblicato sul blog de: EcoIstituto della Valle del Ticino



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