La manifattura italiana ad un bivio

Che cosa è l’Italia oggi? È un Paese ormai marginale, dove le fabbriche sono in (s)vendita al miglior offerente straniero, non importa che paghi in euro o yuan, rubli o rupie. No, è un Paese con una rilevante capacità attrattiva e una significativa abilità di integrare i capitali stranieri e di trasformarli in lievito buono per tutto il sistema. L’Italia è una economia incapace di andare all’estero. No, è una struttura produttiva ormai assestatasi sulla dimensione piccola e media che – giocoforza, ma non senza una sua efficienza ed efficacia – privilegia fuori le partnership e gli accordi alle acquisizioni di altre imprese.

Per la prima volta dall’inizio del Novecento non sappiamo bene che cosa siamo diventati e soprattutto dove stiamo andando. L’Italia giolittiana era un Paese placidamente agricolo con forme di industrializzazione consistenti, ma non forzate. La Seconda guerra mondiale ha modificato la nostra traiettoria e ci ha fatto diventare un grande Paese industrializzato, in cui le contraddizioni sociali – l’inurbazione delle popolazioni contadine nelle città del Triangolo industriale, l’immigrazione verso il Nord e la perdita di destino per il Sud – hanno fatto il paio con l’energia e la gioia di vivere del Boom economico negli anni Cinquanta, con il driver della crescita internazionale negli anni Sessanta e Settanta.

E poi con le grandi mutazioni organizzative e tecnologiche della nostra manifattura negli anni Ottanta, quando ci fu un anno – il 1984 – in cui la Fiat Uno era l’auto più venduta d’Europa, l’M24 Olivetti era il primo personal computer al mondo e Valentino, Armani e Versace rappresentavano il massimo del glamour con la moda italiana sulla Quinta Strada a New York.

Gli anni Novanta hanno rovesciato tre volte il tavolo. Con la caduta del Muro di Berlino e lo strisciante conflitto fra imprese e partiti che ha acceso la miccia di Tangentopoli facendo inabissare la Prima Repubblica, l’Italia – già cerniera fra Est e Ovest e sede del Patrimonium Petri – è uscita dalle mappe geo-politiche, perdendo ogni sua specificità. Allo stesso tempo, è stato sancito il passaggio – per alcuni un puro e semplice declino, per altri una complessa ma vitale metamorfosi – dalla struttura della grande impresa privata e pubblica alla prevalenza della piccola e media azienda. E questo – terzo elemento imprescindibile - è accaduto nel contesto rivoluzionato e rivoluzionario della globalizzazione, che negli anni Novanta ha trasformato l’economia internazionale in un gigantesco reticolo di Global Value Chains, le catene globali del valore che non sembrano nemmeno più sovrapporsi, ma paiono addirittura distaccarsi – a cento metri di altezza dal terreno – dai territori nazionali e dagli enti statuali, dai perimetri fiscali e dalle cinte daziarie doganali.

Non è cambiato qualcosa. È cambiato tutto. Le imprese oggi restano condizionate dai singoli Paesi di appartenenza. Ma, allo stesso tempo, hanno aumentato i margini di autonomia. Le strutture di pensiero manageriali e imprenditoriali sono aperte. I vecchi schemi tendono a consumarsi e a disintegrarsi. I nuovi a formarsi e a integrarsi. In questo caos, però, le gerarchie esistono. E la capacità di realizzare o di attrarre investimenti costituisce uno dei parametri su cui misurare la nuova realtà dei mercati che, con il paradosso proprio di questi tempi difficili, sono allo stesso tempo integrati e disintegrati. Per la banca dati Bureau van Dijk, nel 2015 si sono registrate 133 acquisizioni all’estero (168 nel 2014) per un valore di 3,603 miliardi di euro (2,951 miliardi di euro due anni fa).


Diversa la scala dimensionale delle operazioni straniere in Italia: nel 2015 se ne sono contate 768 (748 due anni fa) per un valore di 74,439 miliardi di euro (51,334 miliardi nel 2014). Pochi o tanti i capitali in entrata, di certo sono molti di più di quelli in uscita. Dunque, vale la pena circoscrivere il ragionamento al profilo di un Paese che appare una spugna che si riempie dell’acqua dei mercati globali.

Astraiamoci dalla finanza e dall’energia, dai servizi e dalla logistica. Concentriamoci sull’elemento più identitario della nostra fisionomia economica e sociale: la manifattura. Perché questi soldi stranieri arrivano? E quale effetto sortiscono? Prima cosa: affluiscono nel capitale delle nostre imprese nonostante lo spread socio-economico italiano, composto da iper-tassazione e corruzione, inefficienza burocratica e sovraccosti energetici, criminalità organizzata e Mezzogiorno disperato. Lo fanno, appunto, perché le imprese – la minoranza virtuosa, quel 20% che esprime l’80% del valore aggiunto nazionale – sembrano distaccate da tutto quanto le circonda. L’indice di Balassa mostra una capacità specializzativa – rispetto all’area euro – sorprendente: negli articoli in pelle e nella ceramica, nei materiali da costruzione e nell’automotive, nell’abbigliamento e negli elettrodomestici, nel tessile e nella meccanica, negli utensili e nell’illuminazione, nella gomma-plastica e nelle bevande. Questi capitali arrivano in Italia perché, nel segmento manifatturiero, l’innovazione di processo e l’innovazione di prodotto sono fra le più elevate in Europa, come dimostrano le elaborazioni del Centro Studi Confindustria su dati Eurostat: il 32% delle imprese italiane fa innovazione di prodotto e il 35% di processo (contro il 44% e il 31% della Germania, il 28% in ambo i casi della Francia, il 14% e il 19% della Spagna e il 28% e il 17% del Regno Unito).

Quali conseguenze producono questi capitali? È semplice. Fanno bene al nostro organismo industriale. Lo studio commissionato dall’ICE a Prometeia, dal titolo «Impatto delle acquisizioni dall’estero sulla performance delle imprese italiane», quantifica l’effetto in un incremento del fatturato pari al 2,8%, dell’occupazione pari al 2% e della produttività pari all’1,4 per cento. Tutto bene? Quasi. Il corpo italiano disseminato di cellule straniere è più in salute. Peccato che la testa aziendale – organo della strategia e delle scelte di lungo periodo - sia altrove. Non poca cosa.



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