La Balzani e la Bedori: le perdenti

Elezioni Comunali: Milano 2016 -

Balzani e (PD) e Bedori (M5S) costrette al ritiro per la corsa a Sindaco di milano.




Francesca Balzani (la grande perdente nelle primarie di Milano per Sindaco di Milano) non guiderà la lista di sinistra a sostegno di Beppe Sala per la corsa a sindaco di Milano. Sempre a Radio Popolare ha precisato: "Il sindaco Giuliano Pisapia voleva un progetto di lista arancione guidato da me e molti altri ci hanno creduto, ma qualcosa in questo mese mi ha portata ad una conclusione diversa".

Il segretario dem Pietro Bussolati ringrazia su Facebook Balzani "per aver fatto chiarezza e per lo spirito di squadra" ma guarda avanti: "Ora voltiamo pagina, costruiamo insieme un progetto comune per la nostra città, partiamo dalle idee, dai quartieri, da quanto c'è ancora da fare".

Dopo le primarie, Balzani si è sentita snobbata dal Pd e da Sala e si è infuriata quando ha letto sui giornali che il problema era la sua poltrona da vicesindaco. ”Mi avete fatto passare per una che mercanteggia un posto e invece non è così”, “se volevo un posto avrei potuto fare il presidente della Regione Liguria, e invece io ho detto no, a me interessa rappresentare un’area politica”. Il dato politico è che quando si corre per le primarie i Perdenti o cambiano mestiere o saltano sul carro del a vincitore. Inoltre la Balzani non aveva sufficiente carisma per ereditare la leadership, della lista arancione nonostante l'endorsement (incoronazione) di Pisapia.

La sinistra arancione, assistenzialista ed attiva nel volontariato, secondo alcune stime, conta circa 50mila voti nel capoluogo lombardo, attorno al 5%. Voti che potrebbero essere decisivi nel ballottaggio ed a cui Sala attribuisce una importanza strategica.

Anche nella sinistra irriducibile, la situazione appare nebulosa. Il forfait di Colombo è stato un trauma, e non c’è intesa su come condurre la battaglia: i civatiani non vogliono neppure sentir parlare di un’intesa col Pd al ballottaggio; altre forze dell’arcipelago rosso invece ragionano su questa ipotesi.








«Ragazzi, io mollo. Insultata perchè brutta, grassa e casalinga (no telegenica)»: Patrizia Bedori, candidata sindaca del Movimento 5 Stelle a Milano, è costretta a ritirare la sua candidatura per Palazzo Marino.52 anni, disoccupata, consigliera di zona, è stata la prima a proporsi per guidare la città, scelta con 74 voti espressi a novembre da una sorta di primarie “fisiche” e non dalla votazione on line. Per quattro mesi ci ha creduto e si è impegnata ma è rimasta nell’ombra, ma non deve esserle stata indifferente la freddezza del ghota grillino e la «preoccupazione» sulla sua adeguatezza espressa dal premio Nobel Dario Fo. Venerdì a Milano nello studio della Casaleggio Associati, a due passi dalla Scala, si sono riuniti a lungo i “capi” Gian Roberto Casaleggio e suo figlio Davide, Beppe Grillo e i cinque parlamentari del Direttorio. Il giorno dopo la candidata si è detta pronta a cedere il passo.

Patrizia Bedori non ha mai convinto i vertici del Movimento, né era mai stato riconosciuto del tutto il fac simile di primarie che erano state organizzate con dei banchetti “fisici” per la strada, e non solo con immateriali clic in Rete, dove erano andate a votare poche centinaia di persone. E proprio la candidatura scelta dal basso usciva fuori dal rigido sistema di controllo e orientamento esercitato da Casaleggio & Co. Insomma, quella di Bedori è stata una designazione in sordina, un flop per una città come Milano, e lei aveva incassato appena un voto in più di Livio Lo Verso, secondo classificato che poi ha rinunciato alla corsa per motivi personali. Matteo Mauri, vicecapogruppo dem alla Camera, commenta che «come avevamo previsto ormai da settimane la candidata eletta dai militanti M5S è stata dimissionata senza onore. La favoletta della democrazia a 5 Stelle è già finita nel peggiore dei modi: a decidere, ancora una volta, sono i diktat di Casaleggio».

Per vincere in una competizione eleottorale occorre anche una immagine fisica ed intellettuale positiva (mito) capace di coagulare un vasto consenso. La sua ’immagine dimessa, plebea, ed i limiti culturali l’avevano già condannata a perdente ancora prima di iniziare la competizione.

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