Nascita e caduta dell'Ulivo (1° governo Prodi)


E’ vero, io e D’Alema complottammo contro Prodi” confida Franco Marini durante una cena con i compagni di partito. Conferma poi quelle parole in un’intervista del 29 maggio del 2001 a Francesco Verderami del Corriere della Sera. Marini racconta che dopo la caduta del primo governo Prodi, Massimo D’Alema, segretario del Partito Democratico della Sinistra (PDS), era diventato premier e, quindi, al Partito Popolare Italiano (PPI) spettava la Presidenza della Repubblica. Poi – continua:

D’Alema si fece convincere che era meglio eleggere Ciampi […]. Solo che così ruppe tutto e condannò anche se stesso alla sconfitta”.

Verderami chiarisce che quell’accordo, il cosiddetto patto del Quirinale, non rappresentava solo una spartizione di potere, ma “il suggello di un progetto politico con cui affermare il ruolo dei partiti nella coalizione [Ulivo] e al di sopra della coalizione.” “Il punto è che non fallì allora solo Prodi e il suo disegno, fallì anche il progetto alternativo”, quello di D’Alema e Marini.

Il 9 ottobre 1998, quando il Parlamento sfiduciò il governo Prodi, Achille Occhetto, ex segretario dei Democratici di Sinistra (DS) – che aveva abbandonato il nome Partito Comunista Italiano (PCI) e prima di chiamarsi PDS - gridò al “complotto che si è incarnato nelle manovre dei colonnelli dalemiani” e Fabio Mussi, suo collega di partito, profetizzò “da oggi inizierà a sinistra un processo di balcanizzazione”. E, da allora, il centrosinistra non trova pace.


Dal referendum del 1993 alla vittoria di Berlusconi

Il referendum del 1993 sulla legge elettorale aveva introdotto il sistema maggioritario, segnando il passaggio dalla democrazia consociativa, in cui i governi nascevano - generalmente dopo le elezioni - da accordi fra le segreterie dei partiti, alla democrazia competitiva in cui i cittadini scelgono il governo: governa chi ha più voti.

Dalle elezioni del 10 maggio 1994, nasce il primo governo Berlusconi che ha unito sotto le insegne del centrodestra Forza Italia, la Lega Nord e gli ex fascisti di Fini. La coalizione politica dei progressisti, guidata dai DS e dal suo segretario Achille Occhetto, subisce una pesante sconfitta. Dopo di che, D’Alema dichiara “obsoleto” Occhetto e si candida a segretario del PDS. Veltroni lo sfida e vince la consultazione fra gli iscritti, ma il Consiglio Nazionale del Partito indica D’Alema come Segretario.PDS e PPI

La sconfitta alle elezioni del ’94 conferma una convinzione presente nei DS e, soprattutto, in D’Alema: l’Italia è un Paese fondamentalmente di destra e la vittoria può passare solo attraverso un accordo con il PPI. Inoltre, i DS, eredi del PCI uscito sostanzialmente indenne dall’inchiesta di Mani Pulite - anche se nell’opinione pubblica qualche dubbio rimane - continua a rivendicare quella diversità e quella superiorità etica nei confronti degli altri partiti già appartenente al PCI nella prima repubblica.D’Alema è considerato nei DS (ma anche fuori) il più abile politico presente sulla scena italiana e gode di grande apprezzamento e del massimo rispetto. E’ freddo e molto determinato. Ambisce a diventare in breve tempo il primo post-comunista Presidente del Consiglio e, per il futuro, chissà, Presidente della Repubblica. Tuttavia pecca gravemente di arroganza (si considera “il più intelligente di tutti”, dote che certo non gli manca)) che si traduce in disprezzo per gli avversari contro cui lotta con ogni mezzo.

Il PPI, rinato dalle ceneri della Democrazia Cristiana (DC), vuole tornare a rappresentare l’anima del mondo cattolico dopo le amare vicende di Mani Pulite. In breve tempo, però, si divide fra chi vuole un’alleanza con il PDS e chi preferisce militare nel centrodestra. Fra questi, Francesco Cossiga, Rocco Buttiglione, Pier Ferdinando Casini, Clemente Mastella lasciano il PPI.

Fra chi opta per un’alleanza col PDS, vi è Franco Marini, che proviene dalla CISL di cui è stato segretario generale. E’ una figura più defilata rispetto a D’Alema, ma non meno determinata a perseguire i suoi obiettivi: si prepara a conquistare la segreteria del proprio partito e, in seguito, aspirerà al Quirinale.


La nascita dell’Ulivo

D’Alema e Marini rimangono legati ai riti e ai giochi di palazzo della prima repubblica. Respingono l’esito referendario e preferiscono le vecchie logiche consociative al fine di sancire l’alleanza fra la sinistra (DS) e il centro (PPI).

Ma, nella formazione di Marini il dibattito rivela sensibilità diverse. Beniamino Andreatta, proveniente dal cattolicesimo bolognese, è favorevole all’incontro con gli ex comunisti ma all’interno di una democrazia competitiva. Sostiene la formazione di due poli contrapposti – centrodestra e centrosinistra – che competano fra loro per la conquista del governo. E’ lui che propone Romano Prodi alla guida di una formazione politica che, secondo lo stesso professor Prodi, dovrebbe raccogliere “tutte le energie democratiche, senza distinzioni fra cattolici e laici, tutte le energie non assorbite nell’attuale destra ma rimaste nella grande area di centro, di cultura europea, da dove nascerà la riscossa del Paese”.

Su queste basi nasce l’Ulivo. Un raggruppamento di forze riformiste riunito attorno a tre sostanziali aree: la cultura socialista-socialdemocratica, quella cattolico-democratica e quella liberaldemocratica, cui si aggregano gli ambientalisti e gli europeisti. Grande attenzione è rivolta alle istanze provenienti dalla società civile. Così nasce il polo di centrosinistra che si prepara a competere con il polo di centrodestra. Chi vince governa, senza accordi di palazzo. Tuttavia, in questa compagine, PPI e DS contano molto per il numero di voti che detengono. Il peso degli altri è marginale.

Intanto, nel gennaio 1995, la Lega Nord abbandona il governo Berlusconi che è costretto a dimettersi. Gli succede il governo Dini, primo caso di governo tecnico della storia repubblicana, interamente composto da esperti e funzionari non eletti al Parlamento. Cadrà nel 1996.

13 maggio: parte la campagna elettorale dell’Ulivo che acquista credibilità e popolarità crescente. I partiti, che vi avevano inizialmente aderito con poca convinzione, ora lo sostengono con decisione.

Il 10 marzo era avvenuto un incontro in un teatro romano, la Sala Umberto. La nomenclatura progressista si presenta al gran completo. Vittorio Foa, il grande vecchio della sinistra, avverte Prodi:

Caro Romano, resta fuori e al di sopra delle appartenenze di partito. Solo in questo modo puoi parlare ai cittadini. La linea delle vecchie sigle, politicamente esauste, è rovinosa.

Poi interviene Massimo D’Alema. Marco Damilano, giornalista dell’Espresso, nel suo libro “Chi ha sbagliato più forte” mette in evidenza tutta la supponenza con cui D’Alema si presenta: “Non sale nemmeno sul palco, non ce n’è bisogno, il Capo è lui. […] è venuto a suggellare l’investitura pubblica per il Candidato. Non un patto tra pari, perché deve essere chiaro da che parte stanno i rapporti di forza”.Si rivolge a Prodi dicendo:

Lei sarà il leader di questo movimento. Lei è il candidato premier. E noi le conferiamo la nostra forza.”Prodi, imbarazzato, capisce che D’Alema vuole ingabbiarlo.Intanto, la popolarità dell’Ulivo cresce. Arturo Parisi (vedi scheda), il massimo teorico di questo raggruppamento, ricorda che arrivavano moltissimi messaggi di sostegno e di partecipazione da parte dei comitati Prodi e da singoli cittadini (il popolo dei fax).

“Mi accorgo ora che le reciproche paure e le comuni convenienze di D’Alema e Berlusconi hanno fermato questa grande e necessaria evoluzione del Paese e […] che il desiderio di legittimazione del vertice dei DS è prevalso sul disegno storico di creare una Coalizione comune per cambiare davvero l’Italia”

E’ rottura totale fra Prodi e D’Alema il quale, vista fallire l’ipotesi del governo Maccanico, annuncia:

Ora andremo alle elezioni ma poi noi faremo eleggere premier Dini.”

Anche se il candidato premier è Prodi. Proporre Dini significa, liquidare l’Ulivo.

L’operazione fallisce.


La vittoria dell’Ulivo

Il 21 aprile si va alle elezioni. l’Ulivo ottiene solo il 38,% dei voti, mentre il Polo guidato da Berlusconi raggiunge il 40%. Tuttavia, grazie ai voti di Rifondazione Comunista, il centrodestra perde. Rifondazione e l’Ulivo fanno un accordo di desistenza - nel senso che nei seggi in cui vi sono candidati dell’Ulivo non vengono presentati candidati di Rifondazione e viceversa.

Prodi diventa capo del governo. Veltroni, in rappresentanza dei DS è vicepremier. Si realizza il sistema competitivo in cui il centrosinistra che ha vinto governa e il centrodestra sta all’opposizione.

Damilano rivela che D’Alema fra il 1996 e il ’98 commissiona molti sondaggi riservati dal titolo “D’Alema alla Presidenza del Consiglio”. “Sono – dice il giornalista - “la fotografia di un’ambizione. […] Il tracciato della sua lunga marcia per arrivare alla guida del governo. […] Anche a costo di considerare Prodi […]un potenziale avversario, forse un usurpatore. Da scalzare al più presto”.

Il giorno del giuramento del governo al Quirinale, l’Unità, giornale dei Democratici di Sinistra, pubblica un articolo d’ispirazione dalemiana che annuncia la fondazione di un nuovo partito di sinistra socialista e avverte che: “La sinistra non rinuncerà alla propria identità e continuerà l’alleanza con il centro. L’Ulivo non è e non sarà il contenitore al cui interno la sinistra si annulla.”

D’Alema controlla la grande maggioranza del partito, tranne Veltroni e pochi altri ulivisti. I suoi più stretti collaboratori sono: Claudio Velardi, capo-staff, Fabrizio Rondolino, portavoce, Marco Minniti coordinatore della segreteria. Accanto a loro, Nicola Latorre, Gianni Cuperlo e altri.

Fin dai primi giorni, il segretario dei DS non risparmia critiche al governo: gli imputa ritardi e lentezze, pur sapendo che nel governo vi è anche Rifondazione che fa pesare la propria presenza.

Quando il governo accelera i tempi per entrare nell’euro, i partiti cominciano seriamente a temere che l’Ulivo possa trasformarsi in un superpartito, embrione del futuro Partito Democratico.

Per D’Alema il partito democratico è un falso problema. Mentre Marini invita, inutilmente, Prodi a entrare nel PPI con l’intento di sterilizzare l’Ulivo. L’Unità del 20 giugno titola “D’Alema con Marini: ecco cos’è l’Ulivo”. Un’alleanza fra PPI e PDS. Il primo è il centro, il secondo la sinistra.

Nel suo intervento al Congresso (in cui i DS cambiano nome in PDS), D’Alema da un lato nega che il dialogo con Berlusconi preluda alle larghe intese, dall’altro si dice contrario ad un Ulivo superpartito.


Al castello di Gargonza

L’8 marzo 1997 l’Ulivo si riunisce nel Castello di Gargonza hotel, vicino ad Arezzo. Veltroni, nel suo intervento, definisce l’Ulivo “un meticcio” senza il quale i partiti che lo compongono avrebbero perso le elezioni. Alla fine, continua, nascerà il partito dell’Ulivo in opposizione al partito del Polo. Marini reagisce contro chi accusa i partiti di “essere fermi al passato”:

“Noi veniamo dal passato, abbiamo un’identità da difendere. […] L’ulivo è una pianta che cresce piano piano, a volte servono decenni. Altrimenti arriva la gelata e muore.

Il convegno continua con una serie di interventi che valorizzano il ruolo della società civile in rapporto dialettico con l’Ulivo. D’Alema freme. Interviene dicendo: “Noi non siamo la società civile contro i partiti. Noi siamo i partiti.” Io non conosco questa cosa, questa politica che viene fatta dai cittadini e non dalla politica.” […] L’idea che si possa eliminare la politica come ramo specialistico per restituirla tout court ai cittadini è un mito estremista […]. Io non lo so se domani l’Ulivo non possa diventare il luogo culturale in cui si organizza una nuova grande organizzazione politica. Ma […] una grande formazione politica […] postula il superamento di quelle esistenti. Perché […] non mi si venga a dire che si fa una nuova formazione politica mantenendo i partiti che ci sono […] che poi nasce il problema su chi è sovrano.”

Prodi si rende conto che si tratta di un’esplicita minaccia al governo. E dice che D’Alema “aveva paura che il governo dell’Ulivo potesse trasformarsi in un partito dell’Ulivo. Avrebbe perso il controllo di governo e partito e gli sarebbe sfuggito il suo costante disegno che il governo avrebbe dovuto essere necessariamente guidato da un ex comunista.”

In effetti, il problema dell’egemonia, di chi comanda, posta dal segretario del PDS esiste. Se l’Ulivo, come Veltroni preconizza, in un futuro non lontano, ingloberà i partiti, chi comanderà? Certo che al segretario del PDS, in virtù delle sue indiscutibili doti politiche, non è precluso questo ruolo. Infatti, nel 2015, in un libro-intervista di Damilano, Romano Prodi. Missione incompiuta, il professore dice:

Se ci avesse lasciato governare per cinque anni, penso che sarebbe stato proprio D’Alema il naturale e duraturo successore.”

Ma contro l’Ulivo, in quel momento, si schiera anche quella parte della classe dirigente italiana che si dichiara europea, civile, moderna: la Banca d’Italia di Antonio Fazio, la Fiat guidata da Cesare Romiti, la Confindustria di Giorgio Fossa, Marco Tronchetti Provera, numero uno della Pirelli. Reclamano maggiori risorse ma, in realtà, sono contro l’entrata dell’Italia nell’eurozona. Ne è una riprova il fatto che Romiti cessa ogni protesta quando il governo annuncia incentivi a chi acquista un’automobile FIAT. Anche il cardinale Ruini, che sta lavorando per il controllo della Chiesa italiana, accusa il governo di mancare di una politica familiare.

Nell’ottobre del 1997, Rifondazione chiede una legge che riduca a 35 ore l’orario di lavoro. Bertinotti è pronto ad aprire la crisi. Scatta un’inattesa reazione popolare - manifestazioni di piazza e del popolo di internet (il fax è superato) - che costringe Rifondazione a rientrare dal suo proposito. E’ insolito vedere manifestazioni a favore del governo.

Pier Luigi Castagnetti ricorda che ad una cena natalizia - avvenuta molto prima di quella riportata all’inizio di questo articolo - cui partecipano i maggiorenti del Partito popolare, Marini dice:

“Berlusconi incombe, D’Alema non sta fermo. Noi stiamo con il governo e con Prodi, sia chiaro. Ma dovremo prepararci a un’evoluzione perché i comunisti vorranno contare di più.”


Arriva l'Euro: tutta un'altra storia

Nel 1998, durante il governo Prodi l’Italia è ammessa all’eurozona. il Pil è +1,4, il rapporto deficit/Pil al 2,7%, il rapporto debito/Pil è sceso dal 120,6% al 114,9%. A questi risultati si aggiungono la restituzione dell’eurotassa - che gli italiani avevano pagato per entrare nella moneta unica - le riforme della scuola e della sanità, la legge Turco-Napolitano sull’immigrazione, il pacchetto Treu sul mercato del lavoro, la commissione Onofri sulla riforma del welfare. Mentre sul fronte più strettamente politico, Berlusconi è molto indebolito. Ma per la politica l’Ulivo continua a non esistere, e il governo vacilla. Nel 1998 in Parlamento nascono i gruppi dell’Udr, partito fondato da Francesco Cossiga - cui aderiscono, fra gli altri, Buttiglione, Casini e Mastella – che dichiara di voler scardinare il bipolarismo.

Nel PDS il fronte per Ulivo si allarga, Bassolino propone una “Costituente dell’Ulivo”: ira di D’Alema. Il 9 ottobre 1998, Bertinotti affonda il governo più a sinistra della storia repubblicana. Apre la crisi sui ticket sanitari e sull’aumento del costo dei testi scolastici facendo una dichiarazione surreale:

Questa maggioranza è di impianto moderato! […] Noi vorremmo essere gli eredi di Marx, siamo sicuramente eredi di quello che ci ha lasciato Ghandi: volevate piegarci ma non ci avete piegato!”

Marini e D’Alema che prevedevano di far cadere il governo dopo la Finanziaria, sono costretti ad accelerare. Sostituiscono il governo Prodi con un esecutivo guidato da D’Alema e sostenuto da PDS, PPI e UDR. L’Ulivo è distrutto. Lo scettro torna alle segreterie dei partiti. Rinascono trasformismo e consociativismo.

Lo storico Guido Crainz, su la Repubblica del 25 settembre del 2010, scrive: “Con la caduta del governo Prodi è venuto meno il progetto di una buona politica ed è prevalsa la partitocrazia […] facendo riprendere le demagogie populiste. […] Paradossalmente poi, il primo governo guidato dal leader di un partito post-comunista, […] vide non il rafforzamento, ma […] la capitolazione […] di una roccaforte storica del riformismo rosso come Bologna. […] Ciò poneva […] agli eredi del vecchio PCI il problema di un rinnovamento radicale che non venne. […] Appare senza veli anche il sempre più pervasivo sistema delle cricche, con i processi che esso innesca in una democrazia ormai immemore della normalità e in una società incivile in sotterranea espansione.





Arturo Parisi: nota biografica

(San Mango, Piemonte, 1940)

Con la famiglia si trasferisce a Sassari dove nel 1958 si laurea in giurisprudenza. Dal ’63 al ‘68 è dirigente dell’Azione Cattolica.

Nel 1971, a Bologna, ottiene la cattedra di Sociologia dei Fenomeni Politici. Dirige l'Istituto Cattaneo, una Fondazione di ricerca; è vicepresidente dell'associazione "Il Mulino" e direttore della rivista omonima. Fa parte del comitato per il programma di governo 1987-’88; nel 1987 è membro della Commissione Stragi.

Con Mario Segni, nei primi anni ’90, promuove il Movimento per le riforme istituzionali. Dal 1995, è consigliere politico e amico di Romano Prodi, con cui dà vita all'Ulivo. E’ Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio nel Governo dell’Ulivo.

Caduto il governo, fonda I Democratici. Nel 2001 fonda il partito politico La Margherita. È tra i principali promotori delle elezioni primarie in Italia.

E’ Ministro della Difesa del secondo Governo Prodi. Dal 2007 è nel Comitato Nazionale del neonato Partito Democratico. Si candida a sostituire Veltroni, dimissionario da segretario del PD, con lo scopo di creare una vera e nuova cultura democratica. Sconfitto da Dario Franceschini, lo ha però sostenuto alle primarie del 2009. Ora, non più parlamentare, continua a partecipare al dibattito del e sul Partito Democratico.



Bibliografia minima

Marco Damilano, Chi ha sbagliato più forte, Laterza, 2013

Marco Damilano (a cura), Romano Prodi. Missione incompiuta. Intervista su politica e democrazia, Laterza 2015

Francesco Verderami, Marini: così io e D’Alema facemmo cadere Prodi, Corriere della sera, 29 maggio 2001



Esito del voto proporzionale alla Camera (1996)

Partito Democratico della Sinistra: 21,1% Forza Italia: 20,6% Alleanza Nazionale: 15,7% Lega Nord: 10,1% Rifondazione Comunista: 8,6% Popolari-SVP-PRI-UD-Prodi: 6,8% CCD-CDU: 5,8% RI-Dini: 4,3% Federazione dei Verdi: 2,5% Pannella-Sgarbi: 1,9%


========================================================================

STORIA E NARRAZIONI

Proponiamo un’opera di estrema attualità, relativa ad un periodo più ampio e a temi più vasti e avvincenti, ma non estranei, a quelli di questo articolo. Questo romanzo ha vinto il Premio Strega 2014:

Il desiderio di essere come TUTTI, di Francesco Piccolo, per Einaudi, 2013

I funerali di Berlinguer e la scoperta del piacere di perdere, il rapimento Moro e il tradimento del padre, il coraggio intellettuale di Parise e il primo amore…

E’ insieme racconto della sinistra italiana e romanzo di formazione individuale collettiva.


Attualità...
Cerca per etichetta...
Seguici su...
  • Facebook Basic Black
  • Twitter Basic Black
Archivio