Le elezioni milanesi: atto primo e secondo


Quando in ufficio racconto qualche aneddoto di passate elezioni vedo l’interlocutrice assumere quella tipica espressione a metà strada tra compatimento e preoccupazione del “N’atra vota...!?“ (in milanese “Ancamo'...!?”) come a far intendere che lo racconto per la centesima volta. È la stessa sensazione che ho guardando questa campagna elettorale: mi sembra di assistere a una commedia in più atti uguale da decenni.


ATTO PRIMO - La ricerca dei candidati

Scena 1 - la pesca con rete a strascico. Leaders, sotto-leaders, dirigenti di partito, spiccia-faccende partono alla caccia dei candidati blandendo chiunque per riempire la rete. È questa la fase in cui diverse migliaia di persone vengono contattate. Non esagero: alle ultime comunali milanesi si sono presentate 29 liste con circa 1.300 candidati (per 48 eletti), cioè uno ogni 500 votanti e 120 liste di candidati nelle zone per un totale di circa 2400 candidati...

Scena 2 - la selezione. Dopo la pesca i candidati ritenuti inadatti, vengono ributtati a mare secondo questi criteri:

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1. preferenza (da questo anno due, con la doppia preferenza di genere). In un sistema dove tra primarie, elezione diretta, scarsa democrazia interna i partiti sono diventati comitati elettorali, meglio tanti signor nessuno che tanti competitori. C’è infatti una contraddizione profonda tra il volere candidati capaci di portare voti e il fatto che si può dare una “ Questo spiega perché la maggioranza assoluta dei candidati al consiglio comunale non supera le 20 preferenze, perché taluni consiglieri di zona ottengono più preferenze di quelle necessari per entrare in consiglio, perché molti non ottengono neppure il voto dei propri cari, talvolta neanche il loro stesso voto. Quindi meglio avere in lista

2. Quelli che sono troppo autorevoli e potrebbero chiedere dei posti da assessore. Insomma non è più il tempo dei premi Nobel, ma neanche dei Vittorini, Musatti, Craxi, Mondolfo, Scalfari, Lazzati, Marcora, Malagodi, Abbagnano, De Grada, Beltrami, Majno, Mussolini, Turati, Rossanda, Banfi, che un tempo sedettero sugli scranni di Palazzo Marino.

3.quelli che sono tuoi amici. Perché le correnti esistono ma ancor più esistono le cordate, e il peggior avversario del cercatore di preferenze è il compagno di corrente che pesca nello stesso bacino.

4.Quelli che hanno troppo pochi soldi da spendere. La nuova legge elettorale fissa delle precise norme e dei limiti quantitativi di molto inferiori a quanto molti candidati erano usi spendere (anche se il legislatore come d’uso, ha stabilito alcuni modi per bypassare le norme) inoltre vanno scomparendo il finanziamento pubblico ai partiti e i rimborsi elettorali alle liste, ergo meglio avere candidati abbienti.

5.Talvolta vengono esclusi anche quelli che non c’entrano nulla con la posizione politica della lista.

Ovviamente questa selezione dei candidati avviene con appelli a principi rigorosi: rinnovamento, ringiovanimento, rottamazione, autorevolezza, onestà, competenza etc., temperati da un certo realismo per il quale non si può dire di no a un alleato utile, non si può scontentare una componente del sociale, un pezzo di società civile, un etnia, un territorio etc. Le scelte impopolari: quella di inserire figure che lasciano il campo avversario, quella di infischiarsene del cumulo di mandati, vengono imputate al candidato sindaco, che tanto lui non ha bisogno di preferenze.

Scena 3 - la piazza. Il candidato è sottoposto all’esame della “Iniziativa”. Si celebrano aperitivi in ogni bar della città, si presentano più libri che al salone di Torino, si commemorano tutti quelli che si possono commemorare; insomma si organizza un qualsivoglia evento in cui l’aspirante candidato esibisce i propri supporter (se sono tropo pochi smette di essere candidato) i propri endorsment e testimonial e fa atto di sottomissione al leader che lo ha proposto.

Scena 4 - o del “non lo fo per amor mio ma per piacer a Dio”. Quanto più ci si avvicina al giorno di presentazione delle liste tanto più vengono meno i principi palingenetici, si dileguano i candidati della società soi disant civile e dai fori cadenti sollevan la testa, sostenendo di farlo per amore della politica e senso del dovere, i revenants: ex sindaci, ex consiglieri, ex assessori, ex vicesindaci, ex candidati, ex parlamentari, ex trombati, tutto un mondo di passatisti che fingendo di farlo controvoglia prende in mano parti importanti della campagna elettorale. É l’eterno ritorno delle barbe bianche - o la rivincita del professionismo sui dilettanti.


ATTO SECONDO - Garantitisi un certo numero di candidati: si entra nello psicodramma dell’identità della lista: “chi siamo e cosa vogliamo”...

Scena 1 - o del nome. Essendo un elezione monocratica incentrata sul nome del sindaco la prima identità che ogni lista deve avere è quella altrui, cioè del sindaco. Più grande sarà il suo nome nel simbolo, più facile sarà prendere i voti degli elettori tiepidi e occasionali. Da tempo la questione più difficile da risolvere nelle alleanze è come evitare che una lista parassiti il nome del candidato. Molti ricordano ancora il successo di preferenze di alcuni omonimi.

Scena 2 - o del capolista. Il secondo elemento identitario è il capolista che dovrebbe aiutare a capire le caratteristiche di fondo della lista e quali sono le gerarchie attuali (quelle future le determinano le preferenze). Nel caso della lista del sindaco, Sala è alla ricerca di un capolista il più sbiadito possibile per non correre il rischio di identificare la lista con gli arancioni e le loro varie sottocorrenti (D’Alfonso, Ambrosoli, De Cesaris etc). Scelta opposta per Parisi che per non essere fagocitato dai gruppi sceglie un capolista fortissimo addirittura un suo predecessore. Nel caso del PD si abbisogna di un capolista che rispetti le suddivisioni interne e non consenta di identificare un numero 2 della prossima giunta (per quello si demanda all’ordalia di luglio). Nel caso della terza lista proSala, quella di sinistra, si deve trovare qualcuno che riesca a convincere gli antipatizzanti del manager Expo a votarlo lo stesso (anche Mandrake rifiuterebbe). Nel centrodestra molto più semplicemente i capilista servono a marcare il territorio e sono i numeri uno del momento anche perché se non si candidano diventano automaticamente numeri due.

La scelta viene rinviata il più possibile e genera il primo elenco di trombati: figure magari poche settimane prima ritenute indispensabili vengono retrocesse a gregari se non a ospiti indesiderati (ogni riferimento alla Balzani è voluto).


Scena 3 o del programma. Per mesi si è detto “prima il programma” poi i nomi; e ovviamente non è andata così. Adesso il programma torna a essere centrale ma deve essere rifatto: deve essere iperdettagliato, perché essendo alla ricerca di voti bisogna farci entrare ogni minima richiesta di qualsivoglia potenziale elettore. Più che alla vision si pensa al particolare forse sarà pronto forse tra un mese c’è un solo punto su cui concordano pressoché tutte le liste (destra, sinistra, centro, stellati) e tutti i candidati: dare meno potere possibile alle Zone, pardon Municipi.

Ma non si può scrivere.

Scena 4 o della seduzione. Le liste, sopratutto quelle apparentate allo stesso candidato sindaco, sono in concorrenza tra loro, quindi l’identità deve anche essere accattivante, seduttiva. Come prima cosa, per essere accattivanti, pur essendo l’elettorato milanese caratterizzato da un età alta, si ritiene si debba essere nuovi, nuovissimi, fior di conio in contrapposizione alle liste di partito vecchie, polverose e stantie. E la massima garanzia di novità è chiamarsi lista civica. Novità relativa visto che la prima lista civica fu presentata nel 1946, si chiamava lista Madonnina (la campagna era caratterizzata dall’ostilità verso gli sfollati arrivati in città) e ottenne il 7,5%. Da allora se ne sono viste di ogni tipo, mai nessuna però ha superato la lista Madonnina.

Gli unici che non si pongono il problema di sedurre, che se ne catafottono del nuovismo sono quei simpatici masochisti delle varie sinistre antimanagers che, nonostante siano accreditati del 7/9% nei sondaggi, non riescono a trovare neppure un candidato a sindaco e auspicano non unrevenants ma, visto che siamo a Pasqua, addirittura una qualche resurrezione.

ATTO TERZO o della comunicazione

Ne parleremo un’altra volta...

Si potrebbe dire di questa campagna elettorale quello che mi disse una fanciulla epoche fa: “Non sei noioso, dico solo che quando sei divertente io non ci sono mai”. Ma come per le commedie, dove il regista e gli attori possono stravolgere e trasformare il testo, così il centro sinistra è riuscito a stravolgere il presumibile percorso elettorale riuscendo nell’ordine: 1) a fare primarie che hanno indebolito il candidato, accentuato le divisioni, demotivato i supporter 2) a chiudere la legislatura con contrasti in seno alla maggioranza che hanno mascariato l’immagine dei quattro anni precedenti 3) a trasformare il sindaco uscente da attore protagonista della politica cittadina ad aspirante caratterista 4) a evidenziare come la solidarietà tra i membri della giunta sia pari a quella degli interisti verso la Juventus impegnata in Champions 5) a far rinascere il centrodestra, con un candidato che ancora prima di presentarsi riesce a sembrare più leader, più capace, più intelligente, più simpatico di Sala.

Insomma a riaprire un gioco che sembrava chiuso. E abbiamo appena iniziato! Vuoi vedere che sarà meno noiosa e scontata di come me l’ero immaginata?






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