Torre di Controllo: se il ceto medio scivola verso la povertà


Per la prima volta, dopo la fine della seconda guerra mondiale, 7 milioni di italiani sono usciti dal ceto medio perché più poveri.

Anche in Europa, come negli Usa, la classe media non se la passa bene. E vota di conseguenza, togliendo consensi ai partiti moderati di centro e ai socialdemocratici, per premiare i leader populisti, soprattutto quelli che si schierano contro i migranti, giudicati colpevoli di rubare le certezze economiche e sociali di un tempo, dal posto di lavoro sicuro a un reddito decente.

Il risultato delle elezioni regionali in Germania lo conferma, con il forte balzo in avanti del partito Alternative fur Deutschland, contrario alla politica di accoglienza di Angela Merkel. «Noi non siamo xenofobi, ma difendiamo i tedeschi più deboli, i pensionati al minimo, i disoccupati, dimenticati dalla Grosse Koalition», ha detto Frauke Petry, leader di AfD, dopo il voto. E i poveri in Germania, come ha ricordato ieri Roberto Giardina su Italia Oggi, non sono pochi: ben 7 milioni, con un reddito di cittadinanza di 400 euro al mese, più la casa. E gente che non accetterà mai che il governo Merkel spenda 21 miliardi per accogliere un milione di profughi, e non trovi neppure un euro in più per loro.

A questo si deve aggiungere che, secondo l’istituto di ricerca economica tedesco Diw, negli ultimi 15 anni, nonostante la Germania sia la locomotiva d’Europa, il suo ceto medio è diminuito di quasi sette punti (dal 65 al 58,5% della popolazione), un calo di 5 milioni di persone, mentre un appartenente su quattro alla classe media ha paura di non riuscire a conservare in futuro il proprio tenore di vita. Non solo. A fare infuriare ancora di più la classe media tedesca, ecco i risultati dell’ultima ricerca del Credit Suisse sulla ricchezza mondiale, il Global Wealth Report 2015, per cui la classe media tedesca è meno numerosa di quella di due Paesi giudicati meno virtuosi, come l’Italia e la Francia.

Per il Credit Suisse, fa parte della classe media chi possiede un patrimonio tra 50 mila e 500 mila dollari. Per quanto sembri incredibile, in questa graduatoria l’Italia è al primo posto in Europa, con 29 milioni di appartenenti alla classe media, davanti a Germania e Gran Bretagna (entrambe con 28 milioni), e alla Francia (24 milioni). Ovvio che i tedeschi ci considerino degli scrocconi, avendo l’Italia una ricchezza privata così invidiabile, nonostante il debito pubblico mostruoso. È però dubbio che il rapporto del Credit Suisse (dove un italiano su due è nella classe media) rispecchi la realtà.

Secondo una ricerca recente (luglio 2015) di Banca Intesa e del Centro studi Einaudi, tra il 2007 e il 2014, a causa della crisi economica e delle politiche di austerità, ben sette milioni di italiani hanno perso l’ancoraggio alla classe media, che in tal modo si è ridotta dal 57,1 al 38,5% della popolazione, cioè più di 20 punti in meno rispetto alla graduatoria del Credit Suisse (59,7%). Dalla fine della seconda guerra mondiale, precisa lo studio, è la prima volta che la classe media in Italia fa un passo indietro, peraltro non piccolo. Inoltre, usando gli stessi parametri per definire il ceto medio (ricchezza posseduta da 50 mila a 500 mila euro), la ricerca Intesa-Einaudi ha fotografato un forte aumento della diseguaglianza sociale, per cui la progressiva riduzione della classe media italiana è stata accompagnata dall’aumento della povertà da un lato, e del numero dei super-ricchi dall’altro.

In dettaglio: la ricchezza finanziaria netta delle famiglie è scesa negli ultimi dieci anni da 26 mila a 15.600 euro, con un calo del 40,5%. Nello stesso periodo sono però raddoppiati i super-ricchi (le famiglie con più di 500 mila euro), passate dal 6 al 12,5%, mentre la quota di ricchezza del ceto medio è scesa dal 66,4 al 48,3% del totale nazionale. Da notare, infine, due dati che alimentano la teoria dell’economia dell’1% (la concentrazione della ricchezza in poche mani)- i dieci uomini più ricchi d’Italia dispongono di un patrimonio di circa 75 miliardi di euro, pari a quello di 500 mila famiglie operaie messe insieme.

Questi dati sull’Italia, in buona sostanza, portano acqua al mulino delle teorie dell’economista francese Thomas Piketty sulla fine della classe media e sul ritorno alle diseguaglianze come nell’Ottocento. Per Piketty, a provocare la progressiva scomparsa della classe media nei Paesi occidentali è stato il sistema fiscale, che colpisce più il lavoro che non la rendita. Un fisco sostanzialmente regressivo, a danno delle classi meno abbienti, che paradossalmente si devono fare carico del maggiore peso tributario, a tutto vantaggio dei più ricchi, i quali hanno così potuto accumulare ingenti patrimoni, e continuano a farlo.

In Francia, ha calcolato Piketty, il minore peso del fisco sui patrimoni ha fatto sì che il 60% della ricchezza si concentrasse nelle mani del 10% della popolazione. Anche la Banca d’Italia è giunta alle stesse conclusioni: il 10% delle famiglie italiane detiene poco meno della metà della ricchezza nazionale (il 47%), mentre il restante 53% è diviso tra il 90% delle famiglie.

Per salvare la classe media dall’estinzione, Piketty sostiene che bisogna cambiare con urgenza il fisco, aumentando il prelievo sui patrimoni e sulle eredità (da tassare al 50-60%), in quanto oggi è il capitalismo ereditario a farla da padrone. Aspetta e spera. Nell’attesa, il ceto medio europeo fa quel che può: per indole moderata, non scende in piazza, non fa rivoluzioni, per lui destra e sinistra pari sono, e al dunque vota in base alle paure e alla disperazione. Oppure resta a casa, rassegnato, e rifiuta la democrazia.

Restituirgli fiducia nel futuro non sarà facile per nessuno.




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