Brexit: per l'Italia un'altra doccia fredda?


Brexit

Con il termine Brexit si indica l'uscita della gran Bretagna dall'Unione Europea che potrebbe essere sancita dal referendum in programma il prossimo 23 giugno 2016. Il fatto andrebbe a sancire una chiusura definitiva dell'Isola di sua Maestà verso un'istituzione mai troppo amata oltre Manica, scarso feeling sempre sottolineato dalla mancata adesione all'Euro da parte della Gran Bretagna stessa.


L’Italia potrebbe subire le ricadute di un’eventuale ’Brexit’ - ovvero l'uscita del Regno Unito dall’Unione europea. A dirlo è l’OCSE nel suo Economic Outlook, secondo cui l’eventuale decisione della Gran Bretagna di uscire dall’Ue potrebbe tradursi “in rinnovate turbolenze dei mercati finanziari nell’area euro e potrebbe far aumentare i differenziali di rendimento tra titoli di Stato (i famigerati spread) e i costi di servizio del debito pubblico”.

Se dovesse accadere, occorreranno “maggiori restrizioni di bilancio”, che tradotto significa maggiore rigore e austerità.


La Banca d’Inghilterra sta preparando un fondo d’emergenza da sei miliardi di sterline che vada in soccorso degli istituti in caso di Brexit; ne dà notizia il Guardian, nelle ore che vedono crescere la probabilità di una vittoria dei sostenitori dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Secondo l’ultimo sondaggio pubblicato dall’Observer il fronte del “NO” alla UE è in vantaggio col 43% dei consensi rispetto al 40% dei sostenitori della permanenza (il 14% è ancora indeciso). I rapporti di forza si sono invertiti nelle ultime settimane, con 3 punti in più per il fronte Brexit e 4 in meno per quello Remain. A trainare il successo dei brexiters sono soprattutto i timori legati alle politiche migratorie, mentre per i loro avversari sono le argomentazioni economiche a coagulare il consenso nei confronti dell’UE-NO

La vittoria del Brexit renderebbe infatti il Regno Unito non più membro dell’UE. Di conseguenza, i cittadini UE che vivono e lavorano lì si troverebbero a essere sottoposti alla regolamentazione che disciplina il trattamento dei migranti non originari dell’Ue. Perchè questo?

Il motivo risiede nel dissolversi di quei legami che hanno forgiato finora i rapporti del Regno Unito con Bruxelles: una volta ‘liberatosi’ dalle regole dell’UE, il Regno Unito non avrebbe più l’obbligo di aderire al Freedom of Movement Act, che permette a tutti i cittadini UE di trasferirsi facilmente da un paese membro all’altro.

Ed è molto probabile, a quel punto, che il Regno Unito applicherebbe le leggi sull’immigrazione che vengono applicate al momento nei casi di qualsiasi cittadino non britannico che cerchi di vivere in UK.

Finora, i cittadini UE non hanno avuto quasi nessuna restrizione nel trasferirsi nel paese: tutto ciò che viene richiesto è un passaporto UE, che è il biglietto per vivere e lavorare nel Regno Unito.

Per gli immigrati non-UE, la questione è diversa. Londra chiede infatti due requisiti:

  • Gli immigrati devono svolgere una professione che richiede una laurea.

  • Lo stipendio da contratto dev'essere superiore alla soglia di 20.800 sterline.

  • A partire dall’aprile del 2017, la soglia aumenterà tra l’altro a 30.000 sterline.

Ed ecco la doccia fredda per gli italiani e gli altri cittadini Ue che lavorano in UK.

Stando a uno studio dell’Osservatorio sull’Immigrazione dell’Università di Oxford, stilato per il Financial Times, ben il 75% dei “cittadini UE che lavorano nel Regno Unito non centrerebbero i requisiti richiesti al momento ai lavoratori non-UE, nel caso in cui il paese lasciasse il blocco (europeo). E la percentuale salirebbe ancora drammaticamente all’81%, con le nuove regole in vigore dall’aprile del 2017.




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