Fattore G. Perché i tedeschi hanno ragione [parte I]


Il panel dell'incontro da sinistra: Giulio Tremonti; Francesco Cancellato; Daniele Manca; Franco Bruni; Ferruccio De Bortoli.

Riportiamo di seguito i passi più significativi

Ferruccio DE BORTOLI

La difficoltà dei rapporti fra italiani e tedeschi è storicamente accertata. Si cita spesso fra giornalisti l'adagio: "Gli italiani stimano i tedeschi ma non li amano. I tedeschi amano gli italiani ma non li stimano..." L'autore è un germanofobo pentito, dichiarato. Il tema di fondo è quello che riguarda i prossimi passi dell'Unione Europea. Non sappiamo cosa succederà dopo il voto sul Brexit del 23 giugno ma abbiamo letto l'intervista di Shauble su Der Spiegel - "Che gli inglesi si levino dalla testa di tornare a trattare con la UE e ad accedere allo spazio economico europeo anche indirettamente attraverso la Norvegia o di accedere agli stessi privilegi che mantiene la Svizzera standone fuori, se voteranno per l'uscita..."- ma la questione di fondo fra noi e i tedeschi riguarda naturalmente il debito pubblico dei paesi sovrani: sarà possibile in futuro condividere a livello super-nazionale i debiti nazionali...? Si badi che non si chiede da parte italiana alle famiglie tedesche di accollarsi il debito italiano. Le famiglie italiane intanto non hanno debito con l'estero essendo virtuose tanto e anche più di quelle tedesche, e poi francamente non è mai stato questo il tema posto da parte italiana, posto che il problema è il debito italiano pubblico e non privato, cioè il debito dello Stato. Il problema espresso in termini non populistici è che i cittadini italiani NON considerano il problema del debito della loro Pubblica Amministrazione come un debito loro, ma come un debito altro, che non gli appartiene e di cui NON portano responsabilità in quanto italiani, come se lo Stato italiano non c'entrasse con gli italiani... E questo francamente è difficilmente sostenibile nei confronti dei tedeschi! La critica principale che ci muove la Germania ha dunque un suo fondamento: in tedesco "debito è colpa" mentre per gli italiani (cattolici) i debiti si rimettono... anche se sono colpa. Va detto anche che esiste anche l'altra faccia della medaglia, come abbiamo visto recentemente nel caso della Grecia e della gestione del suo debito pubblico: noi italiani abbiamo dovuto far fronte per una quota parte superiore alla nostra esposizione bancaria accollandoci in termini di capitale anche parte del notevolissimo rischio preso dalle banche tedesche (e francesi) nel finanziare in modo malaccorto e certamente con grande imperizia finanziaria la pubblica amministrazione greca negli ultimi 10-15 anni. Quindi come andrebbero correttamente redistribuite colpe e vere e proprie responsabilità finanziarie...? Sulle loro banche in Germania c'è molta omertà e soprattutto scarso dibattito. L'autore obietta che noi italiani siamo stati molto meno bravi e veloci dei tedeschi a salvare con denaro pubblico europeo le loro banche prima della recente legge sul cosiddetto 'Bail-In' e ci siamo lasciati sorprendere adesso e in ritardo non potendo più intervenire verso le nostre banche in difficoltà. Restano i problemi delle banche e casse di risparmio dei Laender tedeschi e anche della DeutscheBank ma che il sistema tedesco nella sua autorevolezza per ora riesce a coprire. E' ovvio poi che essendo loro più forti occupino tutte le posizioni di prima fila negli organi comunitari anche al di là del loro effettivo potere di rappresentanza in quota proporzionale: ma sono stati loro prepotenti e invadenti o siamo noi poco abili e incapaci di far valere i nostri diritti di rappresentanza? C'è poi l'atteggiamento nei confronti dell'euro, al di là del fatto che il cambio da noi accettato sulla lira è stato forse sfavorevole, favorendo evidentemente l'industria tedesca rispetto alla nostra. C'è da parte nostra l'idea che la moneta unica porti con sè, implicitamente, un'incrostazione solidaristica per cui ci aspettiamo come dovuta una certa qual solidarietà da parte europea e soprattutto tedesca nel condividere (obbligatoriamente) le nostre difficoltà e i nostri difetti. Mentre per i tedeschi è esattamente il contrario: l'appartenenza ala moneta unica per loro significa che chi è più bravo e più efficiente può legittimamente approfittarne e quindi andare a rosicchiare quote di mercato e di reddito (lavoro) al partner che lo è di meno...! In questi giorni stiamo finalmente parlando di produttività e competitività e questo implica anche pensare alle migliori politiche per gestire abbattere il debito pubblico: la cosa curiosa è che gli altri si occupano, temendolo, del nostro debito, mentre noi facciamo finta che NON ci sia... E questo non è un atteggiamento serio, evidentemente Chiudiamo con una nota politica. La Germania resta al centro del disegno europeo, sia pure facendo a meno dell'ossessione del pareggio di bilancio di Shauble, e quindi bobbiamo sperare che rimanga europeista come è stata finora, anche se ALternative for Deutshland (AfD) può rappresentare un'insidia anche superiore a quella populista e infatti comincia a insinuarsi una polemica sull'euro che può rivelarsi distruttiva per l'Europa, al di là del tema degli immigrati. Auspichiamo quindi un rapporto franco e diretto nei confronti dei nostri alleati e partner, tedeschi come francesi, anche e soprattutto per salvaguardare il nostro interesse nazionale. C'è infine il rischio che il 23 giugno si manifesti una grande voglia di dare un calcio all'Europa, quasi uno sfogo liberatorio verso un'istituzione europea, come se fosse un giogo che non ci appartiene e che ci grava sulla testa. Questo probabilmente è legato al fatto che le regole dell'economia e della finanza hanno riscritto una costituzione materiale dell'Europa che purtroppo non è passata al vaglio del controllo democratico dei cittadini. Dovremmo porci tutti il problema di rilanciare la necessità di pensare come stare insieme; e questo naturalmente riguarda tutti, anche la Germania.

Franco Bruni La Germania ha mandato storicamente messaggi sulla stabilità monetaria (1) e sulla disciplina di bilancio (2) fin dagli anni '60. Spesso questi profili dichiaratamente virtuosi li ha praticati in modo ambiguo, che ha finito per minare la bontà dei risultati. Primo profilo: sulla stabilità monetaria, per cui il compito della politica è quello di usare la moneta per dare agli investitori e ai consumatori un orizzonte stabile sui prezzi, senza intoppi legati a mancati pagamenti o fenomeni di illiquidità. Questo può passare anche dalla manovra sui tassi di cambio ma questo è tanto difficile che nessuno ci riesce. Questo ha portato la Germania a chiedere con forza negli anni '70 agli Stati Uniti di porre fine al sistema di Bretton-Woods (peraltro molto squilibrato), riuscendoci e poi puntando con forza alla creazione della moneta unica europea, cosa che è accaduta in effetti, nei vent'anni dagli anni '80 al 2001. La Germania crede talmente tanto nella stabilità monetaria che è riuscita persino a infilarla come obbligo fondamentale nello statuto della Banca Centrale Europea (BCE - forse pesa qui la paura atavica di una nuova crisi da inflazione come per Weimar...? ndr) Disciplina di bilancio. Il patto di stabilità dell'eurozona era un messaggio di pericolo per l'eccesso di indebitamento. Nel frattempo il mondo intero si è indebitato e ancora non si vede la cura (peraltro omeopatica), anzi i debiti aumentano ovunque. Gli Stati Uniti per primi col quantitative easing premono per una politica di debito, con effetti parossistici quasi da 'gioco del Monopoli'. Da questo punto di vista la posizione morigerata tedesca sulla limitazione del debito è certamente benvenuta rispetto alla posizione americana, oltremodo rischiosa. Ci sono però altri aspetti e atteggiamenti della prassi politica tedesca molto più ambigui rispetto alla chiarezza dei messaggi dichiarati. Intanto la BundesBank, fin dagli anni '60, per finanziare i suoi governi, finiva con l'avallare le politiche monetarie oltremodo compiacenti di francesi e italiani e perdere quindi il controllo della moneta. Dopodichè quando i tedeschi avevano bisogno di capitali, come ai tempi dell'unificazione negli anni '90, non hanno esitato ad alzare bruscamente, e senza concertarsi con i partner, i tassi -ritirando così enormi quantità di moneta dall'economia e mettendo naturalmente in crisi soprattutto l'Italia con tutto il sistema monetario europeo (SME). Con l'arrivo dell'euro l'ambiguità è stata duplice. Intanto in tutti i primi anni 2000 fino al 2007 la Germania non ha fiatato nell'assecondare le politiche espansive della Fed americana rispetto all'aumento del credito (soprattutto) privato (e soprattutto) nella periferia dell'eurozona (Grecia e Spagna, Portogallo, Irlanda ma anche Italia) salvo poi improvvisamente rimangiarsi tutto e facendo crollare un'altra volta tutto il sistema. E' stata poi particolarmente ambigua nel protestare verso la BCE (a guida ormai italiana) rispetto alla possibilità di ritirare titoli tossici per dare ossigeno al sistema finanziario salvo poi impedire di farlo di fatto anche al sistema creditizio privato e quindi rendendo impossibile il finanziamento dell'economia reale europea in crisi di liquidità. Suprema ambiguità è stata poi la politica bancaria tedesca che di fatto impedisce l'Unione bancaria europea, salvo uscirsene col cosiddetto 'Bail-In' per salvare in primis la Grecia e soprattutto le sue banche esageratamente esposte verso l'economia greca.

L’evento è stato promosso nell’ambito del Ciclo “Libri a Palazzo Clerici”

in occasione della pubblicazione del volume: Fattore G. Perché i tedeschi hanno ragione (UBE - Università Bocconi Editore), di Francesco Cancellato.

Hanno partecipato:

Franco BRUNI, Vice Presidente, ISPI e Professore, Università Bocconi

Francesco CANCELLATO, Autore del volume

Ferruccio DE BORTOLI, Presidente, Longanesi

Daniele MANCA, Vicedirettore, Corriere della Sera

Giulio TREMONTI, Senatore della Repubblica, già Ministro dell’Economia e delle Finanze

Video integrale a cura di ISPI

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