Post-Referendum GranBretagna: Europa ad un bivio


La mancanza di coordinamento delle politiche economiche tra i paesi membri fa sì che non si prestano più soldi tra di loro, il commercio rimane troppo debole all'interno della UE e questo amplifica le diversità economiche tra i paesi membri. Nel campo dell'economia e delle istituzioni legate all'economia, quattro sono i problemi, molto evidenti.

Il primo riguarda la zona euro e non l'Unione europea. Comprendiamo bene ora che l'Unione monetaria conduce ad una eterogeneità crescente fra i paesi. La scomparsa della fluttuazione del cambio (con l'idea di rimuovere il rischio valuta) permette di fornire ogni bene e ogni servizio laddove serve. I diversi paesi possono quindi sfruttare i propri vantaggi competitivi comparativi e quindi si determina una crescente eterogeneità delle strutture produttive (alcuni paesi si specializzano nel settore high-tech, altri nel settore mid-range, altri nel turismo...), che porta però ad una divergenza crescente e progressiva del tenore di vita (reddito pro capite) tra i cittadini dei diversi paesi. Questo cambiamento, ben visibile a partire dal 2008, in precedenza solo nascosto dal crescente indebitamento verso l'esterno (vedi in particolare il caso dei paese "euro-perifierici"), è distruttivo: quale Paese euro accetterà un continuo declino nel suo tenore di vita rispetto agli altri, e fino a quando? Purtroppo, non esiste nessun meccanismo capace di correggere automaticamente la crescente eterogeneità, dal momento che la zona euro è stata costruita senza adottare principi federalistici, senza cioè il trasferimento organizzato di risorse in eccedenza dai paesi più ricchi ai paesi più poveri. Il secondo grande problema è la mancanza di una seria riflessione sul coordinamento delle politiche economiche e della sussidiarietà. La scelta delle politiche economiche deve essere coordinata. Così, tutte le politiche che influenzano la competitività di costo (politica salariale, livello dei contributi sociali delle imprese, etc.), tutte le politiche che influenzano l'attrattività di un paese (aliquote fiscali sui profitti, regole del mercato del lavoro) dovrebbero in linea di principio essere coordinati, che non è assolutamente il caso attuale. Al contrario, le decisioni che interessano solo i cittadini di un certo paese (regolamenti immobiliari, norme alimentari, etc.) dovrebbero essere legittimamente lasciati alla libera scelta di ogni paese. La terza sfida è il giudizio sulla mobilità dei capitali. Dal momento che è scoppiata la crisi del 2008-2009, la mobilità dei capitali tra i paesi della zona euro si è quasi del tutto annullata. I paesi con eccesso di risparmio (Germania, Paesi Bassi) si rifiutano di prestare i loro risparmi ad altri paesi della zona euro, e li prestano al mondo. Le conseguenze della mancanza di mobilità dei capitali tra i paesi della zona euro sono catastrofiche. Un'Unione monetaria è per l'utilizzo ottimale dei risparmi per finanziare progetti di investimento efficaci, ovunque si trovino; questo è impossibile oggi, e ogni paese usa i suoi risparmi interni, se ci sono. L'ultimo problema è la debolezza anormale degli scambi tra i paesi dell'Unione europea e della zona euro. Il mercato unico per l'UE, la scomparsa del rischio di cambio per la zona euro, avrebbe dovuto portare allo sviluppo degli scambi commerciali tra i paesi europei più veloci, dato il tasso di crescita tra i paesi europei ed i paesi del mondo. Questo non è stato il caso.

In generale si può notare che l'insieme dei problemi e dei continui sforzi per evitare la rottura dell'Unione europea e in particolare l'euro è impressionante. Questo dovrebbe far riflettere.


Patrick Artus è capo economista e membro del Comitato Esecutivo di Natixis.

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