1970-1992: il declino dell'IRI (parte III)


Il quadro generale

Gli anni settanta possono definirsi come la fine dell’età dell’oro: la crescita dell’inflazione, l’esplosione dei salari, la contestazione studentesca e la confusione politica costituirono le prime manifestazioni di un lungo periodo di crescita intermittente e di depressione economica. La scarsità delle materie prime,le oscillazioni dei cambi dovuti alla fine di Bretton Woods (1972), la crisi petrolifera dovute alla strategia di cartello dell’OPEC (1973 guerra Arabi-Israele e 1979 cacciata dello Shah dall’Iran), la forte resistenza del mercato del lavoro di fronte ad una situazione economica sfavorevole contribuirono a determinare una recessione produttiva o una crescita lenta, un’inflazione elevata, un aumento della disoccupazione e problemi sia nelle bilance dei pagamenti sia nei bilanci statali.

Contemporaneamente (alla fine anni ‘70) in Occidente il presidente degli Usa Ronald Reagan ed in Gran Bretagna Margareth Thatcher, per contrastare il declino economico, furono fautori di un ritiro dello Stato dall’economia: liberismo (minori tasse e privatizzazione dei settori pubblici inefficienti).

[Principali indicatori economici Italia]

Variazioni PIL

I governi, negli anni Ottanta, non sognavano più di ritornare all’età dell’oro cercavano un nuovo equilibrio: più basso livello di produzione e di occupazione in accordo con un basso tasso di inflazione, ridotti deficit di bilancio ed equilibrio dei conti con l’estero. L’aumento della disoccupazione era il prezzo da pagare.

Nel contempo anche in U.R.S.S. i quarantenni del PCUS (Partito Comunista Unione Sovietica), per arrestare l’inevitabile declino economico del paese, mettevano in discussione i principi costitutivi dello Stato Utopia sorto dopo la rivoluzione comunista ma, maldestramente, ne causarono la fine. I cinesi, anch’essi ossessionati da uno sviluppo economico latitante, furono molto più accorti e negli anni ‘90 procedettero, con successo, alla privatizzazione di molti settori dell’economia.


Gli anni ’70: la virata

I mutamenti internazionali degli anni’ 70 colsero l’IRI nel momento in cui le sue imprese avevano in corso di realizzazione un programma di investimenti eccezionali, decisi nella convinzione di uno sviluppo continuo e della governabilità dei fattori produttivi ( AlfaSud, Italsider Taranto, Gioia Tauro).

I programmi risentivano in alcuni casi di valutazioni manageriali risultate errate, o imposte dalla politica per motivi clientelari. L’IRI soddisfaceva alle richieste di sindacati, politici e banche (che lo finanziavano lucrosamente).

I tassi di incremento degli investimenti e dell’occupazione, rispetto agli anni ’60, erano tre volte maggiori di quelli del settore privato.

Ma dal 1975 inizia la lunga serie dei bilanci in rosso. Il deficit del bilancio statale non permetteva di incrementare i fondi di dotazione (il capitale sociale) e costringeva l’Istituto a finanziarsi sul libero mercato, cosa che faceva esplodere gli oneri finanziari per gli alti tassi di interessi richiesti.

Il mercato nazionale ed internazionale era mutato ed i manager compresero in ritardo che i motivi del successo della formula IRI non erano più validi e dovevano essere rivisti.

La sbandata dell’ALFA ROMEO

Nella relazione previsionale programmatica del 1967 si suggeriva all’IRI di concentrarsi in settori sguarniti ed innovativi quale l’elettronico e l’aeronautico. Il nucleare (settore troppo sensibile ad interferenze estere ed interne, ma che avrebbe risolto il cronico problema italiano approvvigionamento delle fonti primarie energetiche e con esso la bilancia commerciale), in cui L’IRI era presente ed aveva contribuito alla costruzione di 3 reattori sperimentali,era in “sospensione” e poi sarà definitivamente accantonato. Ma sia per la crisi mondiale dell’industria elettronica, sia per la debolezza del sistema paese non in grado di attivare consistenti commesse militari e civili nel settore aerospaziale, si ripiegò sull’industria automobilistica atta a generare molta occupazione, in un’ area (Napoli) già industrializzata, ma in crisi. Tra il 1966 ed 1981 si calcolava il raddoppio della produzione industriale italiana per cui l’AlfaSud avrebbe potuto produrre 1000 vetture al giorno.

La fabbrica, un progetto d’avanguardia dell’ing. Hruska entrò in attività nel 1972.

Nel 1972 la produzione di Alfa sud è di 28mila vetture, nel 1973 di oltre 70mila, circa la metà della domanda. Ma il problema sta nella produttività e Nel 1973 l’AlfaSud chiude con un cash flow negativo di 32 miliardi di lire e, nel periodo 1974-79 inanella una serie di gravi perdite: 430 miliardi, che si aggiungono ai 300 miliardi di investimenti. Nel 1976 vengono ad esempio prodotte 100.000 vetture annue, mentre lo stabilimento è progettato per un ordine di 170.000; ma la domanda è superiore alla produzione ”per le ottime qualità meccaniche e le eccellenti prestazioni sportive” e l’azienda non riesce a far fronte agli impegni con la clientela nazionale nonostante i suoi 16.000 dipendenti. Non si trattava di una “cattedrale nel deserto” ma piuttosto di una iniziativa brillante in un “cimitero industriale”. Il Presidente Giuseppe Luraghi afferma che le principali difficoltà sociologiche incontrate risiedevano in:

  1. interferenze nel reclutamento della manodopera da parte di politici e sindacalisti (che risentivano anche della pressione della camorra). Ne risultò l’assunzione di personale inesperto o inadatto ad un lavoro ‘parcellizzato’ a catena e inidoneo alla disciplina di fabbrica (Un addetto alla sicurezza-portineria interrogato perché aveva permesso d’entrare ad un venditore ambulante candidamente rispose: ”E’ mio cognato”.) Questo personale non rispondeva ai “capi” ma ai protettori politici. Infine, l’assenteismo raggiunse livelli fino al 35%, a cui si deve aggiungere una incessante microconflittualità sindacale.

  2. delegittimazione del gruppo dirigente, provocata da continue sostituzioni delle principali cariche.

Accanto a ciò, vi furono anche errori di progettazione del ciclo di lavoro: in primo luogo l’eccessiva rigidità del processo produttivo che, non prevedendo accumuli o (disaccoppiamenti) tra le varie fasi del ciclo, determinava l’interruzione a cascata della produzione a fronte di qualsiasi incidente in qualsiasi fase. Si evidenziarono subito gravi problemi nel processo produttivo nelle aree di stagnatura e di verniciatura. Nel 1973 il Ministro Ciriaco De Mita alle Partecipazioni Statali impediva un ampliamento dello stabilimento Alfa ad Arese per conseguire un ottimizzazione produttiva forzando una decisione per uno spostamento della produzione nel Mezzogiorno nel suo collegio elettorale (Pratola Serra, Avellino) costringendo Luraghi alle dimissioni. Si stipulò l’accordo tra Alfa Romeo e Nissan per produrre una vettura: l'ARNA, che sarà poi percepita negativamente da tutti gli Alfisti. All’infelice design - è considerata tra le più brutte automobili costruite in Italia -, si aggiunsero altre disavventure: le scocche erano taroccate e dovevano essere modificate per accogliere la meccanica Alfa Sud. Fu prodotta dal 1983 al 1987. Ma anche ad Arese gli operai sebbene disciplinati, ma molto sindacalizzati e alla ricerca di nuove forme di partecipazione e conquiste, causarono molti problemi alla produzione: ciò induce a pensare che qualsiasi conquista sindacale, sia salariale sia normativa, ottenuta in una impresa in deficit è una conquista scritta sulla sabbia. L’Alfa fu ritenuta ingovernabile e tutti i suoi bilanci erano in perdita dal 1973 (eccetto nel 1980) e nell’impossibilità di risanarla si pensò di venderla. Nel 1986 Prodi accettò la proposta di acquisto della Fiat giudicata dall’advisor (First National Boston) americano più vantaggiosa di quella avanzata dalla Ford. Il PCI ed i sindacati si erano pronunciati a favore della Ford, per impedire alla Fiat di diventare monopolista in Italia. L’Alfa Romeo aveva accumulato negli ultimi 15 anni 15.000 miliardi di Lire di perdite. Nel 1989 la Commissione Cee denunciò come” aiuti di Stato dannosi alla concorrenza” i finanziamenti concessi dall'IRI all’Alfa Romeo negli anni 1985 e 1986 ed inflisse una multa di 615 miliardi all’Italia.

Tutti - politici, manager, sindacalisti -, contribuirono alla rovina dell’Alfa Romeo, pur in presenza di un favorevole mercato ed con un prodotto di eccellenza (chapeau ai dirigenti tecnici ed alle maestranze specializzate).

Nel 1976 una soffiata provoca una indagine della magistratura su presunti “fondi neri” a disposizione dei massimi dirigenti (Petrilli, Boyer, Calabria) a scopo di finanziamento dei partiti.

Nel 1982 il GIP Gherardo Colombo rifiuta di archiviare le indagini sui fondi “neri” - che ammontano a Lit. 197 miliardi - e Calabria, già direttore generale IRI, è arrestato.


Anni’80: l’era di Prodi e il tentativo di risanamento.

Nel 1983 Prodi è nominato presidente dell’ IRI e lo sarà fino al 1989 e denuncia l’ingerenza politica negli ultimi 15 anni che hanno trasformato l’IRI in un ospedale di aziende incurabili. Viene intrapresa un’azione di contrasto nei confronti delle cause della crisi del gruppo attuando un programma di risanamento,di ristrutturazione,di riposizionamento delle attività e di cessione di quelle non attinenti le missioni centrali. Venne anche promosso un processo di maggiore internazionalizzazione delle attività delle imprese. L’insieme di queste azioni consentì risultati significativi favorendo anche la ripresa e l’allargamento della partecipazione di molte imprese al mercato di borsa. Nel 1988 si registra il ritorno al pareggio nei conti dell’IRI holding, e di questo Prodi fece sempre un vanto, anche se Enrico Cuccia affermò come avesse in verità “solo imputato a riserve le perdite sulla siderurgia, perdendo questa come negli anni precedenti.”


La “colata a perdere” dell’Acciaio di Stato

In Europa l’occupazione nella siderurgia diminuisce di oltre 200.000 unità dal 1970 al 1983 e la produzione era caduta da 168 milioni nel 1974 a 124 milioni nel 1987.

Ma solo dal 1983 l’occupazione Finsider diminuisce, finalmente in sintonia con l’Europa. Finsider produce acciaio a ciclo integrale a Cornigliano (prodotti “piatti”banda stagnata,Taranto:lamiere,tubi,Bagnoli travi IPe…,Piombino:profilati e rotaie) ed è uno dei maggiori produttori europei.

I bilanci FinSider (con l’arrivo di Alberto Capanna amm. delegato dal 1975 al 1981 soprannominato “lo sfortunato" o "il megalomane”) sono sempre in perdita cominciando con i 175 mld. nel 1975, fino ai 1680 mld nel 1987.

Crollano sia gli ordini sia i prezzi per la concorrenza dei paesi produttori del terzo mondo mentre gli oneri finanziari volano. Nonostante ciò, Finsider rileva la siderurgia Teksid dalla Fiat.

La commissione Europea dichiarò uno stato di “crisi manifesta” e concorda con i governi degli Stati membri i dettagli di quello che fu definito il Piano Davignon. Elaborato dall´allora commissario belga per l´Industria, che impose un tetto alla produzione e politiche di regolamentazione dei prezzi, favorì il controllo e il coordinamento degli aiuti pubblici a livello nazionale, disciplinò la chiusura di impianti obsoleti, incoraggiò le fusioni e stanziò fondi europei per programmi di riqualificazione rivolti ai lavoratori in esubero dell´industria dell´acciaio.

Bagnoli: 7.000 dipendenti negli anni ’80. Verrà chiuso dal 1990 con un laminatoio seminuovo ed un altoforno nuovissimo che non entrò mai in funzione perché costruito senza l’assenso della CEE, ma con i loro soldi.

L'agonia della fabbrica ha risvolti involontariamente comici.

21 luglio 1983: un nutrito gruppo di orgogliosi operai napoletani, decisi a scavalcare il sindacato ”venduto”, vola a Bruxelles per farsi ricevere dai rappresentanti della Comunità Europa nel tentativo di rinviare la chiusura della fabbrica. Già il viaggio si rivela avventuroso, con l'aereo (della chiacchierata compagnia aerea rumena Tarom) che sbarella pericolosamente sulle Alpi. Ma le sorprese devono ancora venire. Quel giorno di luglio è festa nazionale in Belgio. Gli uffici della CEE sono chiusi. Gli operai napoletani marceranno, assetati, in vie deserte dietro gli striscioni della FIOM, con i rari passanti che li guardavano sbalorditi. Molti preferirono ritornare in treno con 24 ore di viaggio. Nel 1988 per le inarrestabili perdite si decide di liquidare la FINSIDER che rinasce come ILVA, ed i manager destituiti. Nel 1992 si ripete il copione. La CEE pretende ed ottiene l’impegno alla totale privatizzazione entro il 1994 dell’intera siderurgia pubblica dopo aver tentato di risanarla per renderla più appetibile. Nel 1996 la siderurgia pubblica cessava di esistere per responsabilità di politici e manager incapaci di adeguarsi alla concorrenza imbattibile dei paesi del terzo mondo. Per evitare il disastro sarebbe stato sufficiente guardare alla ristrutturazione della siderurgia europea (manager inglese Ian Mac Gregor).


Anno Società Fatturato occupati(migl) Acquirente Ricavo mrd lir

1992 Acc...di Piombino 371,3 3,1 Lucchini 289

1992 Tubi ghisa 129,7 0,3 Pont-à-Mousson 121

1994 A.S.Terni 1.657,8 4 Krupp 624

1994 Cogne 270,8 0,6 Marzorati

1995 ILVA LP 5.339 13,2 Riva 2.332

1996 Dalmine 1.612 4,4 Rocca 301


Ovunque fu ridotto il personale e le molte battaglie del sindacato: la salute non si può monetizzare, lavorare meno per lavorare tutti, ridurre la differenza tra i salari, ecc. sollevarono molte revisioni critiche.

Lo stato aveva perso nella siderurgia oltre 20.000 miliardi lire.


Il “dossier” SME

gruppo alimentare non strategico gestito da ottimi manager (iniziale valutazione 497 miliardi - ne incassò, dopo circa 8 anni, 2.447)

Il 29 aprile 1985 nella sede di Mediobanca Prodi, d’accordo con la DC firma un pre-contratto di vendita della SME per Lit. 497 miliardi a De Benedetti che controlla già la Buitoni. Craxi, allora primo ministro, non informato, contesta l’operazione e la congruità del prezzo ed oppone a Prodi offerte alternative (Barilla, Ferrero, Berlusconi) ma De Benedetti chiede il rispetto del contratto insinuando corruzione politica e ricorre in tribunale. Il 1° dicembre Prodi ammette che il contratto non impegna l’IRI fino all’approvazione del ministero.

Il 13 marzo 1986 la Corte Costituzionale gira la questione (se la vendita della SME alla Buitoni fosse già conclusa o meno) alla prima sezione del tribunale civile di Roma, presieduta da Giuseppe Verde, che il 16 giugno respinge l’istanza della Buitoni. La Buitoni perderà sia in appello (1987) sia in Cassazione (1988) ma la SME non verrà ceduta ad altri fino alla sua vendita in tre pezzi a partire dal 1993.

Prodi ritornato nel 1993 cede a tranche il gruppo SME

CDB (Cirio, Bertolli e de Rica) viene privatizzata (alla maniera russa-postsovietica: lo stato cede una azienda a fedeli burocrati che non avendo il capitale necessario ne vendono una parte od il tutto a terzi a più congrui prezzi ancora prima del contratto di acquisto) cedendola alla FISVI (finanziaria lucana al 60% di cooperative agricole meridionali legata alla DC) per Lit. 310 miliardi: non disponendo delle risorse finanziarie sufficienti per pagare l’acquisizione, la Fisvi vende contestualmente l’olio Bertolli per 253 miliardi al gruppo multinazionale Unilever (da cui Prodi si era appena dimesso come advisory director) nonché successivamente Bertolli e DeRica a Cragnotti. Un perito del tribunale affermò che l’IRI avrebbe potuto incassare 700 miliardi di Lire da una vendita separata. Italgel viene ceduta nel frattempo alla Nestlé per Lit.437 miliardi.

Nel 1994 il 32% del rimanente della SME (comprendente i supermercati GS ed Autogrill) viene privatizzato per Lit.1.700mlr a Benetton. Dopo tre anni GS sarà venduta ai Francesi di Carrefour per 5.000 miliardi. Giorgio La Malfa del piccolo Partito Repubblicano affermò ”al professor Prodi non riconosco il merito di risanatore dell’IRI, non è un tecnico, ma un fiore di democristiano”




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