Il maxi-scudo al fianco dei due fondi Atlante, ovvero come salvare le banche italiane dalla bancarot


Comincia a delinearsi il percorso che l’Esecutivo italiano avrebbe immaginato per disinnescare il rischio di un attacco speculativo sui titoli bancari italiani dopo Brexit. Il piano punta sicuramente a sollevare i bilanci degli istituti di credito italiani dal fardello dei non performing loan, la vera mina che può esporre le banche nazionali alla volatilità dei mercati. Ma di pari passo il piano sembra cogliere l’occasione fornita dal turmoil innescato dal voto inglese per trovare soluzione a problemi che si trascinano da tempo, come ad esempio il rischio che banche come Mps non passino il prossimo esame della Bce sull’adeguatezza patrimoniale atteso per fine luglio. Il progetto del governo farebbe perno su entrambe le derivazioni del fondo Atlante: il fondo 1, da destinare agli aumenti di capitale (dopo i due interventi in Veneto Banca e in Popolare di Vicenza), e il fondo 2, la nuova sgr che si andrebbe a costituire nei prossimi giorni e da destinare esclusivamente alle operazioni di acquisto dei crediti deteriorati.

Il progetto di intervento su Mps, qualora si rendesse necessario, dovrebbe passare anche dall’utilizzo dello “scudo” autorizzato nei giorni scorsi dal Bruxelles e che consente allo Stato italiano, per un certo periodo di tempo, di garantire bond bancari per facilitare la liquidità del sistema e con una disponibilità fino a 150 miliardi. Banche come Mps non avrebbero potuto accedere a quelle emissioni in una situazione di non emergenza. Ma ora il dopo Brexit offre un’opportunità nuova per tutti. La banca senese potrebbe dunque far ricorso a un’emissione di quel genere: questo per portare liquidità nell’istituto, ma andando in parte anche a rafforzare il patrimonio di secondo livello. Queste emissioni avrebbero l’impatto sull’equity di un bond subordinato o di un ibrido: proprio per la riduzione del rischio default (in questo caso per la garanzia statale) possono essere in parte classificate come patrimonio. Quindi l’utilizzo del titolo obbligazionario non sarebbe solo quello di finanziarsi a costi più bassi dalla Bce, ma anche di rafforzare il patrimonio. Da sola, certo, l’emissione non basta. Il mercato vorrà vedere anche segnali nella direzione di dismissioni o di efficientamento dei costi da parte della banca. Ma a quel punto il combinato disposto delle misure adottate renderebbe lanciare un aumento di capitale meno complesso e oneroso: potrebbe così entrare in scena Atlante 1, con la dotazione residua di 1,75 miliardi, e magari riuscire a chiudere l’operazione accanto anche a qualche investitore che prende coraggio ed entra sul titolo senese. Un’altra banca che potrebbe avere bisogno di un aumento di capitale è Unicredit, ma può farcela senza bisogno di aiuti.

Un simile scenario, però, implica che il neo costituendo Atlante 2 parta senza risorse e le debba interamente reperire tra i vecchi investitori, come la Cdp, le assicurazioni, le Poste, e nuovi, facendo magari pressione sulle casse previdenziali. Non sarebbe da escludere anche il tentativo di bussare alla porta delle banche estere che hanno la residenza e una forte presenza in Italia come, solo per fare un esempio, Bnp Paribas che ha rilevato la rete di Bnl, magari anche solo per un piccolo contributo.

Secondo le indiscrezioni circolate nei giorni scorsi la Cdp potrebbe dare un contributo di 600-700 milioni, potrebbero essere conferiti in Atlante 2 anche i fondi della società che ha gestito i crediti deteriorati del Banco di Napoli, per altri 500 milioni. Ma certo l’obiettivo circolato nei giorni scorsi di raccogliere 5 miliardi sembra ancora lontano.

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