TTIP. Il ricorso all'arbitrato mette in discussione il ruolo dei parlamenti


Nei contratti internazionali tra privati è molto frequente che si inserisca una clausola che rimanda a possibili arbitrati in caso di dissidi tra le parti in merito all’interpretazione dell’accordo o a inadempienza di uno dei contraenti. Solitamente si chiederà il giudizio di enti terzi quali una Camera di Commercio del Paese in cui si firma o di quella di Ginevra, di Stoccolma o di altri. In tutti i casi si fa tuttavia riferimento al fatto che quanto sottoscritto o quanto non previsto espressamente dall’accordo debba comunque rispettare le leggi vigenti nello Stato in cui il lavoro o la fornitura saranno messi in opera. Anche nel Trattato Transatlantico sulla Protezione degli Investimenti (TTIP), in negoziazione da quattro anni tra i delegati degli Stati Uniti e i funzionari della Commissione Europea (all’uopo incaricata dal Consiglio Europeo), si rimanda a un possibile arbitrato per risolvere eventuali contenziosi tra imprese o tra queste ultime e uno Stato sottoscrittore. In nessun caso però si fa riferimento a leggi vigenti o future. In altre parole, poiché lo scopo del Trattato è quello di proteggere gli investimenti, sarà questo aspetto a fare premio ed essere la ragione di riferimento degli arbitri per le loro sentenze. Nella proposta americana tale giudizio dovrà essere inappellabile e gli arbitri saranno tre: uno per parte e il terzo scelto di comune accordo. Ad oggi la controproposta europea si limita a chiedere che gli arbitri diano garanzia di non avere conflitto di interessi (ma chi li ingaggia non dovrà pagarli?) e che un giudizio di appello sia reso possibile. Condizioni simili non sono una novità: a partire dagli anni Sessanta, vari governi tedeschi avevano già stipulato accordi di questo tipo con ben 130 Paesi per tutelare gli investimenti privati (tedeschi!). Seppur non tutti uguali tra loro, prevedevano che in caso di offese agli interessi di una delle parti, si ricorresse a un giudizio arbitrale e si potessero imporre sanzioni ai violatori con indennizzi per le “vittime”. Il senso e lo scopo di tutto ciò erano di ovviare all’incertezza del diritto e all’inaffidabilità di alcuni sistemi giudiziari, garantendo gli interessi di chi aveva riversato milioni o addirittura miliardi in quel Paese. Nella negoziazione attualmente in corso si esplicita anche che si potrà intervenire contro “esproprio diretto o indiretto” dell’investimento. Non si pensi solo a liti tra privati o a espresse nazionalizzazioni. Gli espropri cosiddetti “indiretti” sono un qualunque atto di Governo che metta a rischio, o riduca, le previste possibilità di guadagno dell’investitore. Ecco qualche esempio per meglio intenderci: Nel 2009, la svedese Vattenfall ha chiesto al governo tedesco 1,4 miliardi di euro per presunti danni subiti a causa degli accorgimenti ambientali imposti per la costruzione di una centrale a carbone. La causa è stata chiusa modificando gli accorgimenti ambientali previsti. Nel 2011 la Philip Morris ha fatto causa al governo australiano chiedendo i danni per una nuova legge votata dal Parlamento che imponeva norme più severe a tutti i produttori nel packaging delle sigarette con lo scopo di scoraggiarne il consumo. Ciò violava le aspettative di guadagno della multinazionale. Nel 2015 l’Australia ha vinto la causa solo grazie ad un cavillo formale e la ricorrente ha annunciato che si appellerà di nuovo, appena il Trattato Transpacifico (TTP) entrerà in vigore. Nel 2012 l’Ecuador è stato condannato a pagare 1,7 miliardi di dollari alla Occidental Petroleum Corp. per aver ritirato la concessione di sfruttamento di un campo petrolifero dopo che la società americana aveva ceduto, senza esserne autorizzata, i propri diritti a una società canadese. Nel 2012 ancora la Vattenfall ha chiesto, ancora alla Germania, quattro miliardi di danni per aver il governo deciso di uscire dal nucleare. Nel 2014 la tedesca RWE ha chiesto l’arbitrato contro il governo spagnolo poiché erano state tagliate le sovvenzioni precedentemente in vigore a favore delle energie rinnovabili. All’interno del trattato pan-americano NAFTA (un precursore di ciò che potrebbe essere il TTIP) esiste la stessa clausola ISDS e, in base a questa, nel 2013 la statunitense Lone Pine Resources ha chiesto 250 milioni di dollari al Canada per un divieto precauzionale contro il fracking adottato dal Quebec con lo scopo di tutelare le acque del fiume San Lorenzo. Lo stesso Canada ha perso la causa intentatagli da EXXON e Murphy Oil per aver osato imporre che lo 0,16 dei profitti derivanti dallo sfruttamento dei giacimenti dati in concessione fossero usati per la ricerca di nuovi giacimenti. Sempre richiamandosi al NAFTA, lo stesso Canada aveva già dovuto pagare all’americana Ethyl ben 13 miliardi di dollari per aver vietato di usare un additivo per la benzina prodotto da quel colosso chimico e detto MMT, poiché lo si riteneva pericoloso per la salute umana. Quelli riportati non sono che pochi esempi di come sia facile per le grandi aziende mondiali fare causa ai governi richiamando vari trattati sulla “protezione degli investimenti”. Soprattutto, però, si evidenzia come gli interessi commerciali siano diventati talmente invasivi da prevalere addirittura su leggi di governi o parlamenti democraticamente e legittimamente chiamati a legiferare. La clausola di arbitrato in discussione (detta ISDS) esiste in una sua prima versione sin dal 1959 ma fino al 1995 il ricorrervi costituiva un’eccezionalità. Da quel momento, e in particolare dal 2000, il ricorso a tali arbitrati è aumentato in modo così esponenziale da diventare un ricatto per i legislatori, diffidandoli da scelte o leggi che possano mettere a rischio gli interessi di potenti multinazionali. Solo pochi Paesi, e tra questi il Brasile, si sono sempre rifiutati di inserire il modello ISDS nei trattati commerciali e il Sud Africa ha perfino annunciato che si ritirerà da tutti quegli accordi commerciali che, pur già sottoscritti, ne prevedano l’esistenza. Nella discussione sul TTIP la questione non è ancora chiusa e a Bruxelles si pensa di arrivare a modificarne, in qualche modo, le clausole. Pur nel segreto delle negoziazioni, sembra che gli americani insistano invece nel mantenere con fermezza la loro posizione. Che la questione dell’arbitrato non sia cosa di poco conto è talmente evidente che perfino i vescovi americani, assieme a quelli europei, hanno diffuso una loro “raccomandazione” ove sostengono, tra l’altro, che i metodi fin qui proposti “…possono portare a vantaggi indebiti per interessi commerciali disposti a sfruttare le regole dell’arbitrato o dei sistemi giudiziari e ad un indebolimento di importanti standard sui diritti ambientali, lavorativi e umani….Una sproporzionata attenzione per l’armonizzazione o la semplificazione regolatoria non possono costituire la base per arrivare a compromettere adeguate normative sulla sicurezza, il lavoro, la salute e l’ambiente adottate localmente da organismi confederali, statali o regionali…”. Non sappiamo come si chiuderà questa vicenda e quale sarà, se ci sarà, un possibile compromesso. Resta che il voler forzatamente evitare i tribunali pubblici e prescindere da leggi locali o statali costituisce una oggettiva menomazione per qualunque Stato di Diritto e pone le legislazioni nazionali in subordine a interessi e decisioni che sfuggiranno sempre più al volere dei locali cittadini.

* Già deputato, è analista geopolitico ed esperto di relazioni e commercio internazionali.





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