IRI 1992-2002: la fine



Anni ’90: la privatizzazione dell'IRI, ovvero l’ossessione di fare cassa per ridurre il debito dello Stato.


Nei primi anni ’90 l’Occidente entrò in recessione per la prima guerra del Golfo. Nella seconda parte del decennio iniziò il boom della borsa legato ai titoli internet della cosiddetta new-economy. Si ripeteva la storia degli anni dal 1922 al 1929 ma, per ironia della storia, quegli anni causarono la nascita dell’IRI mentre gli anni del fine secolo ne testimonieranno la morte...

Grafico sinottico dell'evoluzione del rapporto debito/PIL dal dopoguerra all'euro: evidente il deterioramento e l'inizio dello squilibrio a partire dagli anni '80

1992 il famigerato trattato di Maastricht firmato dal ministro del Tesoro Beniamino Andreatta con Van Miert fissa i parametri per l’ingresso nel 1998 degli stati Membri della Comunità Europea nell’area della moneta unica (Eurolandia).

L’Italia deve ridurre deficit annuo,debito pubblico accumulato, inflazione e tassi d’interesse. La privatizzazione dell'IRI serve a fare cassa. L'11 luglio 1992 l’IRI diventa S.p.A. Il sistema politico è nel frattempo scosso da scandali che porta alla luce un sistema di corruzione che faceva perno sui due principali partiti politici, Democrazia Cristiana e Partito Socialista, che ne furono travolti (fenomeno detto 'tangentopoli'). Il sistema delle Partecipazioni Statali viene assimilato in combutta con i suddetti partiti e l’opinione pubblica vuole disfarsene.

L’affaire Mediobanca e le B.I.N (Banche Interesse Nazionale).

Mediobanca, l’unica banca d’affari Italiana, era gestita fin dal dopoguerra dal laico Enrico Cuccia che mirava a sganciarsi dal controllo azionario delle tre b.i.n., le banche di interesse nazionale, e in verità anche dal potere politico.

Naturalmente Prodi non voleva sentirsi estromesso (dalle manovre privatistiche di MedioBanca) e dal 1984 si susseguivano piani di privatizzazione che i politici non approvavano.

Infine, nel 1988, Antonio Maccanico realizzò la “privatizzazione di Mediobanca” con la formazione di un nuovo sindacato di blocco:

  • il 25% del c.s. a grandi finanziarie ed industriali graditi a Cuccia.

  • il 25% del c.s. di Mediobanca alle tre banche di interesse nazionale (scese nell’occasione dal 56,9%), lucrando plusvalenze per Lit.1.235 miliardi.

  • il resto era sul mercato.

Negli anni seguenti Cuccia, per la privatizzazione delle tre b.i.n., propone la costituzione di un nocciolo duro (ovvero un gruppo ristretto di azionisti 'selezionati', uniti fra di loro da un patto di sindacato che si fanno carico della gestione della banca, e magari disposti a pagare un sovraprezzo sulle azioni detenute) che doveva detenere circa il 20% del capitale, mentre il resto doveva essere collocato (venduto) sul mercato. Prodi invece era per il modello della “public company” (società privata ma ad azionariato diffuso, con limiti prefissati di quote azionarie possedibili, e manager pubblicamente eletti - ovvero esplicitamente scelti - dall’assemblea degli azionisti - modello tipicamente di matrice anglosassone).

Ma nel 1992 si è costretti a privatizzare il 64% del Credit (abbreviazione di Credito Italiano) per far fronte alla perdita record dell’IRI (di Lit.10.200mld).

Almeno il 40% deve essere offerto al dettaglio” sul mercato azionario, il resto a investitori istituzionali. Malgrado l’opposizione di Prodi (allora presidente IRI) alla prima assemblea - era il 16 marzo ‘94 - il Credit risulta controllato da un “nocciolo duro” (ma senza che questo abbia pagato alcun premio di maggioranza), come era stato proposto da Mediobanca.

Nel 1994 per la privatizzazione di Comit (57% in mano IRI) Prodi tenta questta volta di imporre il modello “public company”: i 60 investitori istituzionali potranno detenere non oltre il 12% del totale del capitale sociale, con quote cadauno comprese tra lo 0,9% e 0,4%.

Sia durante il road show sia dopo la chiusura dell’offerta pubblica di vendita, "amici di Mediobanca" rastrellano però azioni a sorpresa: molti di questi non hanno aderito al nocciolo duro per cui non si sentono impegnati a rispettare le clausole vincolanti fissate dall'IRI collocatore.

Il 28 febbraio si apre l’o.p.v. che si chiude l'8 marzo: l'IRI incasserà ben 3.000 miliardi (di lire).

La "public company” è stata scalata ancor prima di nascere...” (dirà Sergio Siglienti, critico per i modi della privatizzazione della Comit, scrive nel volume 'Comit, una privatizzazione molto privata', 1996). Malgrado l’opposizione di Prodi,Comit risulta controllata da un nocciolo duro”(senza che questo abbia pagato il c.d.”premio di maggioranza”)non ufficialmente dichiarato di oltre il 13% riconducibile a Mediobanca, Paribas,Commerzbank, ed il Gotha del capitalismo Italiano La Comit si trova ad esser controllata da banche concorrenti e da alcuni imprenditori (suoi potenziali clienti-saranno chiamati ironicamente-da Siglienti-“debitori di riferimento”).La Consob indaga informalmente sull’ipotesi di concertazione ma l’inchiesta,che non riesce a provare incontri tra gli azionisti,viene archiviata per un solo voto.

Si realizza il collocamento della quota nella Banca di Roma con un ricavo di 666+354miliardi di lire ed il nocciolo di controllo viene formato da Ente Cassa di Roma e Toro assicurazioni ( della Fiat)


1997 La “ grande bouffe” Telecom Italia

Cuccia-Cossiga nel 1992 misero in circolazione questo ricordo : Beneduce nel 1933 voleva privatizzare l’insieme di aziende telefoniche finite in mano pubblica a seguito dal fallimento delle banche d’affari nel 1930 e le aveva offerte al gotha del capitalismo Italiano, (che onestamente aveva il portafoglio cuore e cervello nell’auto, gomma, chimica, elettricità ma non sapeva nulla del business telefonia) che senza entusiasmo avrebbe accettato in cambio di un aiuto di 700milioni di lire.

Beneduce riferì il tutto a Mussolini che ascoltò e poi infine sbottò”Da socialista rivoluzionario potevo pensare che i grandi imprenditori italiani fossero degli inetti irresponsabili o dei pescecani. Oggi da Presidente del Consiglio,posso solo dire che sono dei coglioni. Beneduce! Non gli dia un cazzo e li mandi a quel paese”

Dopo la guerra l’intero sistema delle telecomunicazioni a poco a poco cadde in mani pubbliche. Nel 1964 i cinque concessionari furono fusi in SIP.

Per trenta anni l’azienda telefonica pubblica è stato il fiore all’occhiello di IRI sotto la guida di un “capitano coraggioso” Reiss Romoli. Nonostante il clientelismo ed un sindacalismo corporativo, il gruppo era sul gradino più alto a livello internazionale, strutturalmente sana, e con un patrimonio solido.

Nel 1995con una scissione parziale dalla casa madre nasce TIM ( Telecom Italia mobile primo operatore di telefonia mobile n Europa ) controllata al 63,01% da Stet. Nella discussione sul decreto di privatizzazione, una commissione del Senato aveva raccomandato la formazione di un "nucleo stabile" di azionisti che rappresentassero circa il 18 per cento del capitale del gruppo,mentre i manager erano a favore di una graduale privatizzazione(come British Telecom, Deutsche Telecom ,France Telecom, con una golden share in mano al governo)

Nel 1997 Prodi, capo del governo (coniò lo slogan: madre di tutte le privatizzazioni) e soprattutto Mario Draghi direttore generale del tesoro erano a favore di una rapida privatizzazione che venne realizzata con la modalità del “nocciolo duro”.A conclusione della OPV (offerta pubblica di vendita) si ricavarono 26.000 miliardi. Ma la delusione provenne dagli investitori italiani:il nocciolo duro (Fiat e San Paolo copofila) riuniva solo il 6,62% delle azioni e si sarebbe rivelato molto fragile.

Il 1° dicembre 2002 con l’incorporazione delle attività residue nella Fintecna l’IRI cessava definitivamente le sue attività.

L’Economist titolerà la fine dello stato imprenditore, ma molti dissero “spoils system is over” letteralmente: "la spartizione del bottino è terminata" (ad opera di politici, sindacalisti, manager di Stato...)

L’IRI era costata ai contribuenti Italiani 72.181miliardi (stime Mediobanca). Circa il 50% delle perdite era da imputare alla siderurgia (ILVA etc.), il 20% a FinCantieri ed Alfa Romeo, il resto a Tirrenia (traghetti, sia pur con tariffe calmierate) e poi Alitalia, ItalImpianti, Italstat, FinMeccanica.


Ma il primato dell’inefficienza e del degrado spetta a ItalSanità (un insieme di ospedali per anziani) fondata nel 1988, che fu liquidata nel 1992 con 400 miliardi di perdite. Per truffa allo stato, furono condannati tutti: politici, sindacalisti, imprenditori, dirigenti.

Erano produzioni di eccellenza mondiale e presentavano bilanci in attivo. A parte il settore telecomunicazioni e il settore bancario tra le aziende eccellenti vi erano sia alcune che operavano in regime di concessione (Autostrade), sia quelle che operavano sul libero mercato in settore high-tech come STMicroelecronics (microchips) portata al successo dal siciliano Pasquale Pistorio. Ma la maggior parte delle aziende controllate erano gestite da ottimi manager,


Lo stato usciva dall’industria, forse obsoleta in certi settori, dimostrandosi incapace di gestire il lavoro, e rinunciava ad entrare nei settori d’avanguardia condannandosi alla subordinazione estera.


Riassunto delle privatizzazioni delle principali società partecipate dell’IRI.

Anno Società Fatturato(mln.€) occupati(migl.) Acquirente Ricavi (mlrd Lit.)

1992 Cementir 331 1,1 Caltagirone 480

1993 Pavesi 371 1,4 Barilla 399

1994 Esaote 204 0,5 ManagementBuyOut

1995 Sidermar 316,4 0,2 CoeClerici 129

1995 Italtel Siemens 1.000

1996 Italimpianti 840,5 1,4 Mannesman&C 57

1996 AlfaromeoAvio 401,5 1,5 Fiat

1997 Grandi Mot.Trieste 337,7 1,7 Wartsila (F)

1997 Condotte 457,3 2,7 Ferfina 35

1997 Italstrade 243,2 0,8 Astaldi

1997 Seat 1.714,50 2,0 Comit &C 1.653

1998 Elsahg Bailey 2.662,10 11,6 ABB 1.300

2000 Autostrade 3.802,10 9,6 Benetton 8.105 +4.911

2000 Aeroporti Roma 1.139,90 4,9 Benetton 2.572 +594

2000 Finmeccanica (43%)………………………… collocamento sul mercato 12.359

Album di famiglia...

Marisa Bellisario (Ceva 1935-1988) donna e top manager. Laureata in economia e commercio a Torino nel 1959 la sua brillante carriera si sviluppa presso Olivetti e con gli americani di General Electric, dove apprende le regole del management ed opera con successo.

Nel 1980 accetta dai vertici STET di andare a dirigere l'Italtel per poterla risanare.

Dall'inizio del 1981 diviene condirettore generale dell'Italtel; ad agosto dello stesso anno è nominata amministratore delegato unico. In quel momento Italtel aveva 30 mila addetti, raggruppava 30 aziende elettromeccaniche, in gran parte obsolete e in grave perdita. Nel 1983 avrà 18.800 dipendenti in attivo e nel 1985 presenterà un utile di 40 miliardi di lire. Occorre una profonda ristrutturazione con scelte coraggiose e lungimiranti. Ha successo e nel 1986 le viene assegnato il Premio di 'manager dell'anno'. Purtroppo nell'agosto 1988 una malattia incurabile stronca Marisa Bellisario a soli 53 anni.

Italtel era stata fondata nel 1921 come industria metalmeccanica per la costruzione di componenti per la telefonia. All'inizio degli anni '80, durante la gestione di Marisa Bellisario, l'azienda sviluppa i primi prodotti di commutazione elettronica digitale in tecnica TDM (Time Division Multiplex) con le linee di apparati CT, TN ed infine UT. Grazie a queste tecnologie, nel giro di vent'anni tutta la rete telefonica italiana viene digitalizzata. Fino a tutti gli anni ottanta è rimasta quasi esclusivamente legata alla compagnia nazionale telefonica come uno dei principali fornitori di centrali tefoniche.



Romano Prodi (Scandiano, 9 agosto 1939)

è un politico ed economista italiano, che ha ricoperto la carica di Presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica Italiana per due volte (dal 1996 al 1998 e dal 2006 al 2008). Docente universitario di Economia e politica industriale all'Università di Bologna, è stato nel 1978 ministro dell'Industria nel Governo Andreotti IV; presidente dell'IRI dal 1982 al 1989 e dal 1993 al 1994.

Gli è stato riconosciuto nella gestione dell’IRI ottime capacità diplomatiche e ragionieristiche, grande attenzione sociale, ma scarsa imprenditorialità. È stato presidente della Commissione Europea dal 1999 al 2004 (Commissione Prodi).

Fondatore e leader dell’Ulivo (coalizione politica dei partiti di centrosinistra) ha ricoperto la carica di Presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica Italiana per due volte (dal 1996 al 1998 e dal 2006 al 2008).


Vito Gamberale

è un uomo cresciuto all’ENI. Ma con lui TIM diventa una “gallina dalle uova d’oro” e con Pascale (Ceo di Telecom, suo il piano Socrate per cablare l’Italia) sono le due teste pensanti e rappresentano anche per estrazione sociale una nuova classe di manager pubblici di successo. La TIM non ha commesso l’errore dei concorrenti europei, che per conquistare la clientela ha regalato i cellulari agli abbonati, sostituendoli a proprie spese di modello in modello e caricandosi in tal modo dei costi a favore di Nokia ed altre imprese produttrici (di cui tra l'altro neppure una italiana). Evitando questi costi TIM può lanciare un piano tariffario più basso rispetto alla concorrenza. Di grande rilievo risulta l'introduzione, nel 1996, della carta ricaricabile e prepagata GSM. TIM è la prima compagnia telefonica al mondo ad introdurre questo sistema di tariffazione [1], tanto da portare l'Italia ad uno dei primi posti per la diffusione dei contratti prepagati. Addirittura pensa di lanciare una OPA sulla Britannica Vodafone. Ma ha un torto: Gamberale è un simpatizzante socialista e verrà centrato da un mandato di cattura. Sarà poi prosciolto con formula piena.


Bibliografia:

L’economia Europea dal 1914 al 2000 - Alfred H. Aldcroft (Editori Laterza)

Le privatizzazioni in Italia dal 1992- Mediobanca

Comit, una privatizzazione molto privata - Sergio Siglienti, 1996

IRI. Prof. Pierre di Toro

Telecom Italia 1997/2007- Massimo Florio

Storia economica d’Italia - Pierluigi Ciocca e Gianni Toniolo Editori Laterza

I giorni dell’IRI - Massimo Pini (Mondadori)

L’acciaio: una storia all’Italiana - Franco Gottardi-Angelo Pozzi (Aracne)

Assalto alla diligenza - Gianluigi da Rold (Guerini Associati)

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