Brexit e dintorni


Il 19 febbraio il Primo ministro britannico Cameron, dopo serrate trattative, ottiene dall’Unione europea una sorta di “Status speciale”: Londra è sottratta al concetto di “Unione sempre più stretta”, i paesi al di fuori dell’area euro possono interferire con le decisioni prese in tale consesso, le banche sono trattate uniformemente, si riconosce che l’Ue ha diversi sistemi monetari ed inoltre il Regno Unito potrà attivare per sette anni il “freno d’emergenza” per l’accesso dei benefici al welfare dei cittadini comunitari. Insomma Cameron, a ragion veduta, può affermare: “Non faremo mai parte di un super stato europeo”. Lo stesso Primo ministro si schiera così per il “remain”, nel referendum di giugno sulla permanenza o meno del Regno Unito all’Unione europea.

Sostanzialmente questo scenario rappresenta la posizione migliore per il Regno Unito. Visto che l’appartenenza all’Unione europea, senza sottostare ai legami dell’area euro, conferma intatti i margini di manovra per Londra fra i due soggetti fondamentali dell’area euro-atlantica: Stati Uniti e Germania.

L’isola britannica, insieme all’appendice nordirlandese, da una parte si sottrae al processo vincolante dell’area euro ma dall’altra non ripudia il “progetto” europeo. Anzi con il sostegno al “remain” da parte di Cameron, Londra dà ancor più forza, più legittimità all’Unione europea. Non a caso l’Unione, il cui asse principale è attualmente la Germania, accogliendo prevalentemente le richieste britanniche, è riuscita a mantenere inalterata una immagine di sé “positiva”, inclusiva.

Nel dibattito interno britannico la maggioranza della classe dirigente si mostra soddisfatta dello “Status speciale” raggiunto con l’accordo di febbraio. Eccezioni sono la minoranza dei conservatori (partito del Primo ministro Cameron), l’Ukip guidato da Nigel Farage e figure eccentriche del panorama politico locale, come l’ex sindaco di Londra Boris Johnson.

Ma con la vittoria del “leave”, nel referendum del 23 giugno, tale scenario si è sgretolato. Come prima immediata conseguenza vi sono state le dimissioni del premier Cameron, uscito sconfitto dal responso delle urne. Dopo di che è seguita la reazione dell’Unione europea, la quale ha annullato il precedente “Status speciale” britannico per poi auspicare un veloce meccanismo di uscita per Londra (votato a larga maggioranza dal parlamento europeo). Inoltre Scozia e Irlanda del nord hanno adombrato la possibilità di uscire dal Regno unito per rientrare nell’Unione europea. In particolar modo l’uscita dalla UE può significare una limitazione della politica estera britannica, la qual cosa, conseguentemente, avrebbe strascichi anche nei rapporti interni. Nello specifico l’attuale autonomia scozzese potrebbe venir messa sotto pressione, sul medio-lungo periodo, da una situazione internazionale con appunto ridotti margini di manovra per Londra.

Indubbiamente l’esito referendario britannico è stato un brutto colpo per l’Unione europea. Poiché ha mostrato che lo sviluppo di tale istituzione non è irreversibile. Tuttavia i 27 paesi dell’Ue hanno reagito compatti nel voler far uscire prima possibile Londra, così ridando forza all’Unione. Da sottolineare invece l’atteggiamento dilatatorio, del nuovo governo britannico guidato da Theresa May, sulla questione. Sembrerebbe quasi teso a voler logorare la stessa Unione.

D’altra parte, la fine dell’”inviolabilità” del progetto europeo, ha reso il contesto internazionale tutto molto fluido. Senza contare le incognite sul futuro, rappresentate da tre appuntamenti elettorali importanti per il vecchio continente: le elezioni politiche tra meno di un anno in Germania e Francia, e il referendum sulle riforme costituzionali in Italia a novembre. Una vittoria del fronte del “no” sul referendum con annessa una Francia in continua fibrillazione per gli atti terroristici sul proprio territorio, possono far ipotizzare scenari che potrebbero mutare gli attuali equilibri europei.

Ai primi di luglio si è tenuto a Varsavia un vertice della Nato. Ove si è optato per un approccio deciso verso la Russia, con il dislocamento di truppe Nato nei paesi baltici, in Polonia e nell’area del Mar Nero pertinente alle coste romene, senza che vi siano stati comportamenti aggressivi da parte russa. Una mossa più politica che militare ma a conferma della mentalità da “guerra fredda” ancora presente negli Stati Uniti e nei paesi dell’Europa orientale facenti parte dell’alleanza atlantica. All’interno della Nato è da sottolineare la posizione di Italia e Francia, le quali vogliono continuare a cooperare con la Russia nei diversi scenari internazionali.

Non a caso il Presidente del consiglio Renzi in giugno, in un incontro con il Presidente Putin, ha sottolineato come la Guerra fredda sia ormai “fuori dalla storia”. Inoltre il governo italiano vuole ridiscutere le sanzioni dell’Unione europea verso la Russia, differenziandosi cosi dalla Germania nei rapporti con Mosca.

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