Giovani più poveri dei genitori


Poorer than their parents? più poveri dei genitori?, si chiede il titolo di un interessante e voluminoso (112 pagine) rapporto di McKinsey diffuso qualche settimana fa. Le conclusioni del team di studiosi sono affermative e disarmanti: in circa due terzi delle economie avanzate mondiali i redditi reali delle famiglie sono al palo o in diminuzione rispetto al 2005.

Se togliamo un breve scorcio degli anni Settanta, non accadeva dalla fine della seconda guerra mondiale, a riprova del fatto che siamo entrati in una “nuova normalità” che rappresenta un territorio inesplorato e potenzialmente assai pericoloso.

Quello del calo dei redditi è fenomeno nuovo per i Paesi sviluppati.Se consideriamo il decennio 1993-2005, infatti, solo il 2% delle famiglie di 25 economie avanzate aveva visto calare i propri redditi reali. Ma nelle stesse economie avanzate, dieci anni dopo (2005-2014), oltre 540 milioni di persone, pari al 65-70% delle famiglie, ha visto scendere o restare fermi i propri redditi reali. Uno shock senza precedenti.

Il problema è particolarmente marcato per i giovani, che rappresentano la fascia di popolazione più colpita in particolare quando non dispongono di un’istruzione adeguata. Non solo in Italia, anche se il nostro Paese è quello in cui la disoccupazione giovanile si aggira sul 40%.

L’analisi di McKinsey si sofferma in dettaglio su sei Paesi: Stati Uniti, Gran Bretagna, Svezia, Francia, Olanda e Italia. Quest’ultima è, non troppo a sorpresa, la Cenerentola del gruppo: nel nostro Paese ben il 97% della popolazione si ritrova con redditi reali fermi o in discesa rispetto all’inizio del “decennio perduto”. Gli altri soffrono, ma non come noi: negli Stati Uniti il fenomeno interessa l’81% delle famiglie, in Gran Bretagna e Olanda il 70%, in Francia il 60%. Solo la Svezia si salva, con il 20%, grazie a un robusto interventismo del Governo per attenuare l’impatto della crisi e salvare i posti di lavoro.

Perché siamo maglia nera? Intanto, come spiega McKinsey, l’Italia ha sofferto di una recessione quadrupla (quadruple-dip recessionviene definita), con un Pil che dal 2007 al 2015 è scivolato in basso del 12,2%. Il nostro Paese risulta inoltre il peggiore tra i sei considerati in ben quattro dei cinque indicatori presi in esame: domanda aggregata, mutamenti demografici, ritorni sul capitale investito e pressione fiscale. Solo sotto la voce “mercato del lavoro” l’Italia se la cava discretamente, seconda solo alla Svezia. Ma qui, come spiega McKinsey, giocano fattori come il peso dei sindacati o le diverse cornici normative nazionali, più o meno rigide, senza dimenticare il passo più o meno rapido di tecnologie di automazione che eliminano posti di lavoro “umani”.


Più in generale, l’occupazione cresce solo per chi ha una buona istruzione. Se nel 1981 un laureato statunitense in media guadagnava il 48% più di un diplomato, oggi porta a casa ben il 97% in più. Chi ha fatto il college ha insomma uno stipendio doppio di chi si è fermato alla high school. Le difficoltà per chi non ha un grado di istruzione adeguato valgono per tutti: in Gran Bretagna e Svezia l’occupazione resta sotto i livelli del 2007 solo per i lavori a bassa e media specializzazione, che risultano in declino assai più marcato in Francia, Italia e Olanda.

Le brutte notizie sono due. La prima: McKinsey non prevede un drastico miglioramento della situazione nel decennio 2015-2024. Anzi. Nell’ipotesi peggiore le cose peggioreranno, con redditi reali fermi o in calo per ben il 70-80% delle famiglie dei Paesi avanzati. Dipende da molte variabili, tra cui la crescita mondiale, o l’arrivo di un’ipotetica recessione, e la rapidità del progresso dell’automazione. Ma anche nella migliore delle ipotesi, nel prossimo decennio il reddito resterà al palo o in discesa per la metà della popolazione dei 25 Paesi avanzati considerati.

La seconda brutta notizia è legata alle conseguenze di tutto questo.Potenzialmente assai pericolose. Come scrive espressamente McKinsey, «circa un terzo delle persone (540 milioni) i cui redditi non crescono hanno espresso opinioni negative sul libero scambio e l’immigrazione». Protezionismo e xenofobia, due facce della stessa medaglia, potrebbero presto prendere il sopravvento nel mondo della “nuova normalità”.

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