Carlo Calenda, ministro dello Sviluppo Economico: sulla globalizzazione abbiamo sbagliato


Sì, è vero: sulla globalizzazione abbiamo sbagliato. L’abbiamo presentata come una religione, sicuri che avrebbe portato benessere per tutti, democrazia e pace aprendo una nuova stagione di relazioni multilaterali». Non è andata così. «Non poteva andare in quel modo: nella storia i processi non sono mai lineari o privi di contraddizioni. Tuttavia, se ben governata, la globalizzazione può ancora portare ricchezza». E in che modo? «Riequilibrandola attraverso una convergenza, in primo luogo tra Usa ed Europa, verso standard unici più elevati e ricominciando a investire massicciamente. L’Europa può fare molto. Ma deve rivedere le regole del Fiscal compact. Altrimenti in tutto il continente vinceranno i partiti populisti e resteranno solo macerie». Carlo Calenda, ministro della Sviluppo economico, parte dall’intervista «coraggiosa» di pochi giorni fa di Carlo De Benedetti.

Perché coraggiosa?

«L’ingegner De Benedetti ha detto di essere stato “acriticamente entusiasta” di un processo, la globalizzazione, che ha portato una gigantesca pressione sui salari e sui posti di lavoro. Ho fatto lo stesso errore».

Però dice di aver sbagliato solo i tempi. Cosa intende?

«L’idea era che con il passaggio di Paesi come Brasile, Russia, India e Cina da economie di produzione a economie di consumo noi avremmo venduto i nostri prodotti a loro e avremmo ripreso a correre. La classe media c’è ma quei Paesi stanno aprendo molto più lentamente le frontiere ai nostri prodotti».

Siamo stati ingenui?

«Sì, deve finire il tempo delle concessioni unilaterali. Oggi siamo entrati in una fase storica più dura. Serve una governance forte, decisioni più rapide sia a Bruxelles che a Roma. Soprattutto per questo è importante il referendum sulla riforma costituzionale».

Cosa c’entra il referendum?

«Moltissimo e le faccio un esempio. Il Governatore della Puglia duce che vuole “decarbonizzare” l’Ilva e tutta la regione ma allo stesso tempo non vuole il gas che arriva con il Tap e inventa ogni giorno un impedimento nuovo per realizzarlo. C’è una frammentazione e un’irresponsabilità del processo decisionale che non ci possiamo più permettere quando sono in ballo decisioni strategiche per tutto il Paese».

Ma è così anche in Europa, non crede?

«In questo momento sì. Le faccio un altro esempio: l’Unione europea ha negoziato per sei anni un accordo commerciale con il Canada. Invece di farlo approvare dal Parlamento europeo si è deciso che dovranno dire sì 38 Parlamenti nazionali. Se dice no il Parlamento della Vallonia, per dire, rischia di saltare tutto. Con questa governance non si affronta la globalizzazione. Governance forte e investimenti sono l’unico modo per chiudere l’enorme spaccatura che globalizzazione e innovazione tecnologica hanno creato tra vincenti e perdenti dentro le nostre società. Per questo nella legge di Bilancio metteremo 13 miliardi di incentivi automatici per gli investimenti privati in innovazione e ricerca».

Per gli investimenti pubblici, però, nella legge di Bilancio non ci sarà molto.

«C’è Casa Italia che è un progetto importante. Ma è indubbio che le regole europee che ci tolgono margini di manovra. Sugli investimenti serve un vero e proprio New deal. Gli investimenti pubblici incrementali, cioè quelli in più rispetto all’anno precedente, e gli incentivi per quelli privati vanno tenuti fuori dai vincoli europei».

Per farlo bisogna rivedere il Fiscal compact. Non un dettaglio.

«Mi rendo conto che, fino a quando ci saranno le elezioni tedesche, sarà difficile affrontare il tema perché la Germania non vuole che si muova foglia in ogni ambito. Ma bisogna aprire il dibattito. E anche accelerare l’europeizzazione delle politiche esterne: sicurezza, difesa, commercio e migrazioni. Altrimenti tutta l’Europa sarà a maggioranza populista e molti Paesi usciranno o pretenderanno un’Unione più leggera».

Londra l’ha già fatto. Ma tutti sembrano far finta di nulla.

«Ed è un errore gravissimo, anche qui con gravi responsabilità della Germania. Se hanno scelto la Brexit devono uscire subito. Qualsiasi organizzazione che non difende il valore di farne parte è destinata a scomparire».

Sta dicendo che bisogna punirli per dare l’esempio?

«No ma dobbiamo pretendere coerenza. Boris Johnson mi ha detto che vuole mantenere l’accesso al mercato unico e poter alzare le tasse per gli studenti italiani che sono a Londra. Gli ho risposto che se lo può scordare».

E lui?

«Dice che venderemo meno spumante nel Regno Unito. Gli ho risposto che venderanno meno fish e chips in 27 Paesi».

30 settembre 2016


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