Industria 4.0: Torino, laboratorio anticipatore di regole

Luigi Einaudi, da economista di vaglia qual era, aveva intuito giusto. Correva l’anno 1906 e quella ventina di aziende che fondò a Torino la Lega industriale, aveva, secondo lui, una marcia in più: la rivendicazione orgogliosa del ruolo dell’industria, lo spirito di autonomia, la capacità d’iniziativa. Qualità portanti che introducevano un elemento di forte innovazione nel vivo della società italiana. In quel manipolo di pionieri, già all’avanguardia all’inizio del secolo breve, figuravano – tra gli altri – Fiat, Italgas, Ferrino, Martini&Rossi, Utet, fra gli altri.

Imprenditori e uomini della ex prima capitale d’Italia che però assunse subito quel ruolo di laboratorio (economico, ma anche culturale, sindacale, religioso) anticipatore di molti scenari. Adesso all’Unione industriale torinese aderiscono oltre 2.300 aziende (tra piccole, medie e grandi) in 24 differenti gruppi merceologici e con 150mila addetti. Ai settori più tradizionali si sono aggiunti nel corso del tempo nuovi comparti, dalla robotica alla meccatronica, dall’aerospaziale all’ICT, al terziario innovativo.


A FCA il premio dell’Unione industriale di Torino

È significativo che in un momento di celebrazione di 110 anni di storia economica Torino – allargando il dibattito a tutto il Piemonte – abbia anche voluto riflettere in questi giorni non solo di rappresentanza, ma di quarta rivoluzione industriale, la cosiddetta industria 4.0 di cui, talvolta, ci si riempie un po’ troppo la bocca. Ma qui, sotto la Mole, c’è la culla del manifatturiero, quella industria che ancora oggi – come ama dire il presidente degli industriali Vincenzo Boccia – è la “sala macchine” della nostra economia.

Torino, a velocità doppia sicuramente negli ultimi due decenni, ha vissuto in pieno la metamorfosi della fabbrica: da “luogo”, dove un giovane Sergio Chiamparino attivista del PCI volantinava ai cancelli, a “non luogo”, vera e propria knowledge factory in cui sistema industriale, mondo delle professioni, università e istituzioni lavorano insieme per creare le infrastrutture tangibili e intangibili che sono poi i mezzi di produzione della fabbrica del futuro.

Quanto sta accadendo con il “miglio dell’innovazione” in piena città – sul modello di grandi metropoli internazionali e con l’IIT che installa dentro l’Environment Park il ventro nazionale di ricerca sulla “economia circolare”– ne è un po’ il simbolo. Rappresenta un'evoluzione che si sta compiendo, dà la cifra di una svolta anche generazionale, pungola tutti (sia la nuova amministrazione civica pentastellata di Chiara Appendino sia coloro che la temono con terrore) a misurarsi sul cambiamento – reale, non fittizio – della classe dirigente, sul concetto di sviluppo e di bene comune. ù

O tutti insieme avanti o nessuno. L’innovazione, peraltro, non può prescindere dalla responsabilità sociale e deve interrogarsi sulla forbice che divide sempre più chi ha e chi non ha provando a concorrere alla riduzione della povertà e senza dimenticare l’emergenza occupazionale. In qualche modo – anche se con gli strumenti e la cultura di 110 anni fa – lo avevano chiaro gli imprenditori che fondarono l’Unione industriale di Torino. A maggior ragione dovrebbe essere anche l’imperativo categorico di quanti, a ragione, vogliono che Torino e il Piemonte – per competenze e capitale umano – tornino a essere motore per tutto il Paese.



Attualità...
Cerca per etichetta...
Seguici su...
  • Facebook Basic Black
  • Twitter Basic Black
Archivio