L’Euro e il contesto internazionale [Analisi]



Un importante articolo di Sapir disegna i processi mondiali ed europei verificatisi negli ultimi trent’anni: la fine dell’Unione Sovietica e la preoccupazione per lo strapotere degli Stati Uniti hanno spinto la Francia ad avviare una costruzione europea che però è subito andata fuori dal suo controllo per diventare preda della globalizzazione e devastare le economie e le istituzioni del mezzogiorno europeo; l’impossibilità degli Stati Uniti di conservare il ruolo di iperpotenza ha infine messo in crisi la globalizzazione e sta ricreando la situazione normale di un mondo diviso in Stati sovrani che, si spera, cerchino e trovino la via della cooperazione.



[Riportiamo la prima parte della lunga analisi - tradotta da Paolo Remigio per Sinistrainrete - in questo numero e rimandiamo al prossimo le conclusioni]

La nascita dell’euro risale a un periodo in cui si poteva credere, o almeno avere l’illusione, della fine delle Nazioni. Se le possibilità di una moneta unica per i paesi della Comunità economica europea erano state evocate molto presto, dalla fine degli anni ’60 all’inizio degli anni ’70 e in particolare dal «Piano Werner»[1], è nel 1989 che sono state prese le decisioni che miravano a fare dell’Unione economica e monetaria (UEM), e dunque dell’Euro, uno dei pilastri della futura Unione europea generata dall’«Atto unico» del 1984, e di cui il trattato di Maastricht avrebbe scritto il copione [2].


Il contesto della fine degli anni ’80 e l’errore strategico delle élite francesi


L’origine dell’euro e della UEM va cercata direttamente nel rapporto Delors, che fu pubblicato nell’aprile 1989[3]. Si era allora nel periodo segnato dallaperestrojka in URSS ed era divenuto evidente che essa avrebbe segnato la fine dell’Europa quale era stata generata dalla fine della seconda guerra mondiale. Si può supporre che ciò che guidava allora gli esperti riuniti sotto la bacchetta di Delors fosse il tentativo di costruire un porto di stabilità in Europa, attorno al quale avrebbero potuto aggregarsi i paesi dell’ex campo sovietico. Gli obiettivi geostrategici sono dunque stati probabilmente dominanti, anche se nel rapporto non sono stati esplicitati apertamente.

L’obiettivo principale della regolamentazione della UEM era di completare il mercato unico europeo con una moneta unica e una forte stabilità di prezzi. In un certo senso, la UEM e l’euro che ne discendeva derivavano direttamente dall’Atto unico europeo, entrato in vigore nel 1987[4]. Oggi si tende a dimenticarlo, ma l’Atto unico europeo fu il primo testo a includere dispositivi sovranazionali nei meccanismi istituzionali di quella che ancora all’epoca era la CEE. Tuttavia, in quanto prevedevano l’abolizione di tutte le restrizioni ai movimenti di capitali tra gli Stati membri, la UEM e l’euro erano prodotti caratteristici del periodo della fine degli anni ’80. Si era in un periodo segnato dall’ascesa dell’ideologia neoliberale, che si traduceva in un disprezzo delle Nazioni e in un’importanza sempre maggiore delle strutture sovranazionali. Il trattato di Maastricht ne porta tracce incontestabili. [5]. Più in generale, l’ideologia dell’epoca in Europa, e in particolare in Francia, è segnata dall’idea della necessità di un superamento delle Nazioni e questo nel momento stesso in cui alcune nazioni ritrovavano la loro sovranità. Non si poteva fare un controsenso storico più grande rispetto periodo e al contesto.

Conviene allora ricordare il contesto geopolitico dell’epoca. La fine dell’Unione Sovietica, che planava sulle relazioni internazionali dopo l’inverno 1990-1991, prima di diventare una realtà nel dicembre 1991, aveva lasciato gli Stati Uniti come sola superpotenza esistente [6]. Si era persino forgiato su questa materia il vocabolo di iperpotenza [7]. Il XXI secolo si annunciava dunque, almeno in apparenza, come il secolo americano. Per i paesi europei questa situazione implicava degli aggiustamenti importanti. Alcuni, di cui Jacques Delors non fu l’unico, ne dedussero che era dunque tempo di superare gli Stati e di costituire, in Europa, un polo suscettibile di equilibrare questa «iperpotenza» americana. Tuttavia questo progetto era profondamente viziato sin dall’inizio. La Francia era certo uno dei pochi paesi, se non il solo, a difendere l’idea di una «Euro – potenza». Per la maggioranza degli altri Stati europei, o almeno facenti parte all’epoca della CEE, l’idea dominante era invece di abbandonarsi alle delizie del grande mercato, restando ben sigillati sotto la potenza militare americana. Ma gli Stati Uniti hanno mostrato di non essere capaci di assumere le responsabilità che erano loro toccate. Tra fallimenti geopolitici e finanziari, sono loro stessi che – a loro insaputa – hanno messo fine a questo tentativo abortito di far nascere il secolo americano [8]. E qui ci sono alcuni punti di questo periodo importanti da ricordare. Infatti, il progetto geopolitico della moneta unica europea, dell’euro, è stato costruito su un’analisi della situazione internazionale che si è rivelata falsa. Il mondo non andava placidamente verso il superamento delle Nazioni, sotto l’egida della potenza americana. Quest’ultima si sarebbe mostrata incapace di organizzare il mondo durante il breve periodo, dal 1991 al 1997, in cui fu realmente onnipotente. Ne segue che i presupposti geopolitici dell’euro non furono mai riuniti che molto fuggevolmente per qualche anno. Quando l’euro fu realmente posto in essere, la situazione era già cambiata radicalmente. L’euro si rivelava obsoleto prima ancora di esistere, e con esso una buona parte del progetto europeo mirante alla costruzione di un’Europa sovranazionale. In un certo senso, perfino un partigiano feroce dell’Europa come Michel Rocard l’ha riconosciuto qualche mese prima della morte [9].

Si può considerare che le élite francesi, e in particolare François Mitterrand, abbiano visto nell’euro e nella rinuncia alla sovranità monetaria francese il prezzo da pagare perché potesse realizzarsi il progetto francese dell’Euro – potenza. Ma questo progetto implicava, in realtà, che l’insieme degli altri paesi fosse convinto delle posizioni francesi. Questo non poteva essere e non fu. Ne risulta che la Francia ha pagato un prezzo molto pesante, perché il prezzo economico dell’euro, ma anche il suo prezzo sociale con l’esplosione della disoccupazione, deve necessariamente sommarsi a quello della politica del «franco forte» condotta per consentire la creazione dell’euro, senza poter raggiungere le compensazioni politiche che i suoi dirigenti dell’epoca ne speravano. Il riconoscimento di questo smacco strategico oggi è centrale nel cambiamento di politica in Francia. Ma è impossibile a una data élite ammettere di avere sbagliato strategia. Essa preferirà infilzarsi sempre più in profondità con il suo errore. Occorre dunque, per cambiare politica, cambiare radicalmente élite.


Un contesto internazionale mal compreso dalle élite francesi


Infatti, non soltanto le élite francesi di quest’epoca avevano commesso un errore strategico maggiore cercando di scambiare la sovranità francese con un controllo politico sull’Unione europea, ma avevano anche letto male la realtà del contesto internazionale. Il «nuovo secolo», iniziato con la fine dell’URSS, non doveva essere il secolo americano ma, al contrario, quello del ritorno delle nazioni.

La vera rottura si è prodotta su più terreni. In economia ha avuto luogo durante la crisi finanziaria internazionale del 1997-1998 e negli avvenimenti che sono seguiti. Questa crisi ha dimostrato che gli Stati Uniti e le istituzione che essi controllavano erano incapaci di dominare la liberalizzazione finanziaria internazionale che avevano suscitata e imposta a numerosi paesi. In modo significativo, fu la Cina che, con una politica responsabile, assicurò, in quella che si è chiamata la «crisi asiatica», la stabilità dell’Estremo Oriente, mentre le prescrizioni americane fallivano in Indonesia ed erano apertamente rigettate in Malesia. Questa crisi è anche stata il tornante decisivo nella storia della Russia post-sovietica. L’effetto immediato del crac dell’agosto 1998 era sembrato devastante [10]. Il paese era stato costretto a dichiarare fallimento sul suo debito e il suo sistema bancario era sbriciolato. Tuttavia, lungi dal significare la fine della Russia, questa crisi è stata il segnale di un rinnovamento del paese. Liberandosi progressivamente delle tesi neoliberali che avevano dominato gli anni ’90, la Russia si è ricostruita attorno a un progetto nazionale e industrialista. La messa a nudo dei limiti della potenza degli Stati Uniti e l’emergenza (o la ri-emergenza) di attori concorrenti (Cina, poi la Russia) sono state la parte visibile della scossa indotta da questi avvenimenti. La crisi ha anche portato numerosi paesi a modificare le loro strategie economiche, conducendoli a politiche commerciali molto aggressive, la cui somma provoca oggi una fragilizzazione generale dell’economia mondiale.

Questa rottura ha avuto luogo anche nella geopolitica. La giravolta della politica americana era già evidente con l’impegno crescente degli Stati Uniti nella crisi dei Balcani degli anni ’90. Doveva tuttavia manifestarsi con forza in occasione dell’invasione dell’Iraq nel 2003. Questa invasione è stata il punto supremo raggiunto da uno scompiglio politico che si può identificare come interventismo provvidenzialista nella politica americana [11]. Questo interventismo ha aperto la via alle guerre settarie che si vedono sviluppare oggi e di cui il sedicente «Stato islamico» non è che una forma particolarmente radicale. Infatti, è noto che, per opporsi al dominio sciita sul governo irakeno, il governo americano ha suscitato una forma di opposizione armata, che ha fatto nascere l’organizzazione che si fa chiamare «Stato islamico». Il generale Vincent Desportes l’ha riconosciuto nel 2014 davanti alla commissione parlamentare per gli affari esteri, della difesa e delle forze armate:


«Chi è il dottor Frankenstein che ha creato questo mostro? Diciamolo chiaramente, perché questo ha delle conseguenze: sono gli Stati Uniti. Per interesse politico a breve termine, altri attori – di cui alcuni si atteggiano ad amici dell’Occidente –, altri attori, dunque, per compiacenza o per volontà deliberata, hanno contribuito a questa costruzione e al suo rafforzamento. Ma i primi responsabili sono gli Stati Uniti» [12].


Questa situazione di crisi permanente e di attentati dall’11 settembre ai tragici avvenimenti della Siria e dell’Iraq ha accelerato il ritorno delle Nazioni. Ma questo ritorno delle Nazioni si produce in un quadro che non è stato pensato. L’accecamento delle élite, e non soltanto francesi, ben inteso, ha fatto sì che questo ritorno delle Nazioni si verifichi in condizioni caotiche, nel mezzo di un ritorno di conflitti e contrasti internazionali. Qui la colpa incombe soprattutto sugli Stati Uniti.


L’impasse del neo-conservatorismo e l’incapacità di pensare il ritorno delle Nazioni


Inebriati da quella che considerano come una «vittoria» nella guerra fredda, traendo conclusioni erronee dal consenso internazionale di cui godevano per la prima guerra del Golfo (1991), gli Stati Uniti sono stati vittime della hybrisdell’ottimismo. La vittoria rapida e facile nella guerra del Golfo ha avuto immediatamente degli effetti sulle rappresentazioni americane. Il presidente dell’epoca, George H. Bush, lo ha ben compreso nel dichiarare: «Per Giove, questa volta abbiamo compensato per sempre la sindrome del Vietnam [13]». A questo sentimento di potenza ritrovata si aggiungeva rapidamente la constatazione del potere indiretto offerto dall’egemonia del Tesoro americano sulle organizzazioni finanziarie internazionali, il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale, nel contesto della transizione delle economie ex-sovietiche. Ma questo sentimento di potenza non doveva durare che qualche anno ed estinguersi in seguito alla crisi finanziaria del 1997-1998.

Lo scompiglio politico e ideologico si è impadronito degli Stati Uniti in seguito a questa crisi del 1998 ed è stato aggravato dalla presa di coscienza del progresso della proliferazione nucleare [14], con gli esperimenti pakistani e indiani. Questi esperimenti mostrano che dei paesi, considerati peraltro dagli Stati Uniti relativamente vicini, non sono direttamente controllabili e perseguono strategie proprie. L’iperpotenza si rivela incapace di controllare l’emergenza di potenze a vocazione regionale. La percezione americana del mondo si inverte allora brutalmente. Passa dal trionfalismo dell’inizio degli anni ’90 a un sentimento di paura diffuso davanti a un mondo esterno percepito brutalmente come minaccia diretta al santuario nord-americano. La politica deineoconservatori era in realtà costruita su una serie di scorciatoie ideologiche [15]. Questa politica andava contro quello che avrebbe dovuto essere il potere di una vera iperpotenza desiderosa di esercitare la sua egemonia tramite il consenso che suscitano le sue azioni. Essa è finita nei disastri politici, diplomatici, ma anche militari, che si possono osservare oggi in Libia e in Siria, come si sono potuti osservare ieri in Iraq e in Afganistan. Si impone ormai il bilancio. La «potenza dominante» del «primo» XXI secolo è oggi contestata e ampiamente screditata. Una parte del suo discorso è andata in pezzi, ciò che, in un mondo superconnesso, è una sconfitta non meno importante di quelle inflitte dalle armi.

Si sono risollevate antiche potenze, come la Russia, mentre altre sono sul punto di affermasi, in India e in Cina. L’imperium agonizza prima ancora di essere nato. I disastri indotti dalla politica americana hanno prodotto i loro effetti. Senza la fase neoconservatrice della politica americana e il fallimento di quest’ultima, c’erano poche chance che i legami tra la Russia, la Cina e i paesi dell’Asia centrale si cristallizzassero nell’Organizzazione di sicurezza di Shanghai, la prima organizzazione di sicurezza internazionale dopo la guerra fredda [16]. C’erano anche poche chance che, sulla base dell’OSC, si costituisse il gruppo dei BRICS [17], gruppo che ha tenuto un nuovo vertice a Goa nei primi giorni d’ottobre 2016.

Si dice spesso che i BRICS sarebbero in declino, che li minerebbero le differenze di visioni e di interessi al loro interno. Ma non è vero. Tutte le congetture che poggiano sulla loro eterogeneità, si tratta, com’è noto, di due potenze neo-comuniste e di tre potenze «democratiche», sono regolarmente sconfessate dai fatti. Si vede l’affermazione di quello che diventa un nuovo Forum mondiale, un Forum alternativo all’iperpotenza americana in declino, e questo mentre il tentativo degli altermondialisti di costruire un’alternativa è completamente scomparso. La forza dei BRICS si conserva in quanto hanno trovato un comune denominatore. Li salda l’opposizione tanto agli Stati Uniti quanto al dominio occidentale sulle istituzioni del dopoguerra, quelle di Bretton Woods – FMI innanzitutto.

Si noterà che la dichiarazione finale al vertice di Goa taglia nettamente sul piano geopolitico con quelle dei recenti vertici del G7 ma anche con quella dell’ultimo G20 che si è tenuto in Cina in ottobre a Hangzhou [18]. Taglia, poi, sulla Siria, nel colpire chiaramente il «terrorismo» e nel sottintendere che Daesh sia un’emanazione degli Stati Uniti e dell’Arabia Saudita. Si deve anche notare l’insistenza nel fare dell’ONU il solo arbitro legittimo dei conflitti internazionali con un sostegno in appoggio dell’India, del Brasile e del Sud-Africa perché ottengano un seggio permanente al Consiglio di sicurezza dell’istituzione. Si noterà anche la richiesta ormai esplicita che gli Europei cedano due seggi nel FMI. In breve, un bilancio importante sul piano politico, che accompagna misure altrettanto importanti in economia.

Di fatto, qui siamo rinviati alla fine del duopolio che strutturava il mondo della «guerra fredda» e che appare oggi come un’anomalia storica. Dal trattato di Vestfalia, e perfino molto prima, il «mondo», che sia occidentale o che lo si consideri «mondo» in un’ottica planetaria, è sempre stato multipolare. Oggi torniamo a una situazione normale di relazioni internazionali, quelle che prevalevano negli anni ’20 e ’30. Ma perché un paese come la Francia possa ritirarsi da una situazione difficile in questo sistema di relazioni internazionali, è importante che possa recuperare la sua sovranità monetaria. Questo implica necessariamente che si metta fine all’euro. Si misuri allora il carattere arcaico della moneta unica, che invece si credeva una forma di risposta alle sfide del XXI secolo...


[continua sul prossimo numero #70 di Progressistilombardi]





Traduzione di Paolo Di Remigio L’articolo può essere consultato al seguente indirizzo: http://russeurope.hypotheses.org/5425


[1] Rapport Werner, Bruxelles, Bulletin des Communautés européennes, 8 ottobre 1970.

[2] du Bois de Dunilac P., « La longue marche vers un ordre monétaire européen – 1945-1991 », Relations internationales, no 90,‎ 1997

[3] Delors J., Mémoires, Paris, Plon, 2004, 511 p

[4] de Ruyt J. (Dir.), L’acte unique européen, Bruxelles, Université de Bruxelles, Institut d’études européennes, 1989, 389 p.

[5] http://eur-lex.europa.eu/legal-content/FR/TXT/?qid=1454958852229&uri=URISERV:xy0026

[6] Robert A. Dahl, « The concept of power », Behavioral Science, vol. 2, n° 3, 1957, p. 201-215

[7] Questa parola viene da Hubert Védrine, che fu ministro degli Affari esteri dal 1997 al 2002. Vedi H. Védrine, Les Cartes de la France à l’heure de la mondialisation, Paris, Fayard, 2000.

[8] Sapir J., Le Nouveau XXIè Siècle, le Seuil, Paris, 2008.

[9] http://tempsreel.nouvelobs.com/journees-de-bruxelles/20151127.OBS0263/michel-rocard-l-europe-c-est-fini-on-a-rate-le-coche.html

[10] Sapir J., Le Krach russe, Paris, La Découverte, 1998.

[11] Sapir J., « Endiguer l’isolationnisme interventionniste providentialiste américain » in La Revue Internationale et Stratégique, n°51, automne 2003, pp. 37-44.

[12] http://www.senat.fr/compte-rendu-commissions/20141215/etr.html#toc7



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