Referendum e governabilità: due anomalie italiane


Il governo ha deciso per il 4 dicembre la data per la consultazione referendaria sulle modifiche costituzionali. Queste ultime riguardano l’assetto del Senato. Si passa da un bicameralismo “perfetto” ad una seconda camera (appunto il Senato, rinnovato) sostanzialmente passiva sulla legislazione nazionale. Il Senato avrebbe prerogative solo a livello locale regionale, oltre che nei temi cari alla convivenza generale della nazione e sui referendum. Tutto ciò, sommato alla nuova legge elettorale (il cosiddetto ’Italicum'), riguardante quindi la sola Camera dei deputati, con vittoria assicurata della lista di maggioranza (e relativo premier) eventualmente tramite ballottaggio al secondo turno, garantirebbe sulla carta legislature stabili di cinque anni. Si verrebbe così a risolvere l’annosa questione dell'instabilità dei governi del Paese. Mentre la vittoria del “No” al referendum lascerebbe il paese stesso in una sorta di precarietà politico-istituzionale inedita, visto che significherebbe tornare al proporzionale al Senato (non riformato).

Quest’ultimo sistema (il proporzionale puro), durante la Prima repubblica ha significato quasi un governo all’anno di media. In questo caso si avrebbe l’intero paese sostanzialmente bloccato ed incapace di perseguire progetti politici duraturi. Se questa situazione durante la Guerra fredda, con il continente europeo senza responsabilità gravose per la contemporanea presenza di “badanti” politiche (Usa e Urss), non provocava pesanti ricadute politiche ora, in un mondo multipolare e senza ingombranti presenze “esterne”, comporterebbe pesanti conseguenze politiche.

Tuttavia l’Italicum, se da una parte assegna maggiori poteri all’esecutivo, dall’altra, non essendoci il vincolo di mandato, garantisce pur sempre la centralità del Parlamento, visto che quest’ultimo potrebbe sempre delegittimare l’esecutivo mettendolo in minoranza nell’iter legislativo, con probabile condanna dello stesso esecutivo alle dimissioni. Dunque oggettivamente non regge l’affermazione, fatta propria dalle diverse opposizioni (M5S, Forza Italia, Lega nord), circa una presunta svolta autoritaria del Paese se andasse a buon fine la riforma.

Rispetto ai passati referendum in Italia quello attuale ha una maggior connotazione politica. Nel 1974 (divorzio) e anche nel 1946 (Repubblica/Monarchia) vi era una marcata ideologizzazione. Nel primo caso sull’acquisizione o meno di un “diritto civile” mentre nel secondo sulla forma istituzionale che avrebbe avuto il paese. Forma riguardante la parte istituzionalmente nominale e non esecutiva.

Nello scenario attuale italiano è da registrare un’anomalia: le diverse opposizioni mirano, in particolar modo, a rendere il paese ingovernabile dal centro (Roma). Il direttorio-M5S (soggetto diverso dalle realtà locali “governative” targate M5S) è ufficialmente a favore del sistema proporzionale (“democrattellum”). Forza Italia, se a parole vuole una riforma presidenziale, nei fatti farebbe ripiombare il paese in un contesto provinciale: d’altronde negli ultimi vent’anni si è focalizzata solo su una persona (Berlusconi) e conseguentemente ignorando una classica e corretta dialettica politica tra maggioranza e opposizione. Infine la Lega nord senza un’alleanza con Forza Italia non possiede margini politici.

D’altra parte è molto efficace la strategia comunicativa delle “opposizioni” sul referendum: le quali non volendo assumersi nessuna responsabilità di governo utilizzano la cronaca quotidiana, nazionale ed internazionale, come succedaneo politico.

Tale anomalia è ancora più evidente se si osservano gli scenari di altri paesi. I cosiddetti leader populisti e “antisistema” (termine in voga al giorno d’oggi): Putin, Trump, Le Pen, Orban etc., al netto della rispettiva retorica contingente, puntano a governare (o già governano) e a rendere incisivo il proprio Paese nel contesto internazionale. Diversamente da quelli italiani (direttorio-M5S, Forza Italia e Lega nord).

Per il Premier Renzi, la decisione tardiva di spersonalizzare il quesito referendario, in un’ottica squisitamente politica, rende il contesto interno molto rischioso per la sua “figura” appunto politica. Visto che le diverse opposizioni, senza responsabilità di governo, non avrebbero nulla da perdere in caso di vittoria del “SI”, diversamente dal Presidente del Consiglio in caso di vittoria del “No”. Senza contare l’approccio di Renzi, poco diplomatico, verso la minoranza PD. Quest’ultima, piaccia o meno, ha un forte legame con il proprio territorio di provenienza, a settentrione quanto a mezzogiorno.

In ultima analisi, il governo Renzi ha fatto uscire in questi circa tre anni l’Italia da una contrapposizione sterile e campanilistica (tra berlusconiani e antiberlusconiani), rendendo al contempo la sinistra italiana un soggetto “governativo”. E’ tuttora mancante invece un polo di destra: moderato, governativo e alternativo alla sinistra. Questa “anomalia” è speculare a quella precedente, riguardante la natura tesa all’ingovernabilità delle diverse opposizioni.





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