Nel 2016 ha vinto il NO. Il rifiuto da destra che interroga la sinistra

Alla fine, le persone hanno iniziato a dire basta. Lo hanno fatto prima gli inglesi con la Brexit e poi gli statunitensi con l’elezione di Trump e po gli italiani con il no al referendum. Un rifiuto che ha spaccato come una mela i questi Paesi: 51,9% Leave contro 48,1% Remain in Gran Bretagna, con un’affluenza del 72,2%; 46,4% Trump e 47,9%, Clinton per il voto popolare negli Usa, con il 53,9% dei votanti (il meccanismo dei ‘grandi elettori’ ha poi portato la vittoria al candidato repubblicano).

60% per il No al referendum costituzionale in Italia contro solo un 40% per il Sì in Italia con una affluenza al voto del 66%.

Colpisce la forza del No: 17,4 milioni di inglesi e 19 milioni di italiani (contro solo 13 milioni per il Sì) e 62,2 milioni di americani, lo hanno espresso resistendo alla battente campagna mediatica degli organi di informazione mainstream, schierati in blocco per il Sì.

In Gran Bretagna, un’analisi disaggregata del voto pubblicata dal Telegraph (1) mostra come abbiano votato in maggioranza per il Remain solo la Scozia, Londra e l’Irlanda del Nord; nel resto del Paese ha vinto il Leave, con le ex zone manifatturiere Midlands, Yorkshire e Nord-Est, oggi impoverite e disoccupate dopo deindustrializzazioni e delocalizzazioni, che hanno visto le percentuali più alte di rifiuto.

Il Sì rappresentava l’attuale globalizzazione, il No proponeva una chiusura delle frontiere agli stranieri e un freno al libero mercato internazionale di merci e capitali.

Negli Usa, gli exit polls pubblicati dal New York Times (2) evidenziano come la Clinton abbia registrato un aumento di voti nelle fasce sociali ad alto reddito (+9% tra i 100 e i 200.000 dollari), pur non raggiungendo la maggioranza in un elettorato tradizionalmente repubblicano, e come Trump abbia invece guadagnato consensi tra le classi meno agiate, storicamente democratiche: +16% sotto i 30.000 dollari e +6% dai 30.000 ai 50.000 (3).

È chiaro che in una elezione giocano molti fattori, ma una tendenza si può comunque cogliere – ci sono arrivati perfino alcuni editorialisti di punta embedded alla politica neoliberista, colti di sorpresa dai risultati di entrambe le votazioni, e che nelle analisi precedenti al voto avevano del tutto ignorato la questione di classe su cui sia Trump che lo UKIP stavano facendo leva in campagna elettorale. Semplificando, il Sì rappresentava la globalizzazione, la linea di continuità con le attuali politiche economiche, e dunque accordi di libero scambio tra Paesi e libera circolazione di capitali, merci e persone; il No proponeva un cambiamento, una chiusura delle frontiere agli stranieri e un freno al libero mercato internazionale di merci e capitali.

Sia in Gran Bretagna che negli Stati Uniti il rifiuto alla globalizzazione ha indossato le vesti del nazionalismo, declinato come patria e sentimento culturale di appartenenza (Make America Great Again), e come contratto sociale tra lo Stato e i suoi cittadini (Britain First); una posizione che si è anche tradotta nella demonizzazione dell’immigrazione e, soprattutto negli Usa, delle minoranze e dell’Islam.

Disaggregando i voti statunitensi, il Pew Research Centre di Washington (4) ha evidenziato come mormoni (61%), bianchi evangelici (84%) e bianchi cattolici (60%) abbiano votato a forte maggioranza per Trump; sul piano etnico, il 58% dei bianchi ha dato la sua preferenza al candidato repubblicano contro appena il 37% di voti alla Clinton, mentre il 65% dei latinos e l’88% dei neri si è schierato con Hillary – appena il 29% dei primi e l’8% dei secondi con Trump. La questione identitaria quindi, declinata sia in senso religioso che etnico, ha avuto la sua importanza.


Ma è solo la conseguenza di una situazione: la causa scatenante è l’impoverimento. Non per la classe dirigente neoliberista, ovviamente, che ha tutto l’interesse a tralasciare la lettura economica del voto per focalizzarsi su quella identitaria. Può così accusare di pericoloso ‘populismo’ sia Trump che Farange, condannarli da un punto di vista morale ed etico, e lanciare l’allarme sulla deriva xenofoba e razzista del ‘popolo’ – fino a spingersi a mettere in dubbio il principio del suffragio universale quando non dà un risultato conforme ai desiderata. Con questo approccio può non solo evitare il confronto sugli effetti sociali delle politiche neoliberiste, e procedere sulla stessa strada, ma anche continuare a produrre una rappresentazione positiva della sua ideologia: di pari passo con la globalizzazione andrebbero i diritti dell’uomo, la libertà di movimento, l’uguaglianza, l’uscita dall’oscurantismo culturale che genera razzismo e xenofobia e dal nazionalismo che genera ripiegamento e chiusura, in nome di una apertura al mondo intero e di una emancipazione dell’umanità tutta; diritti, progresso e capitalismo viaggerebbero insieme, insomma.

Sia in Gran Bretagna che negli Usa il rifiuto alla globalizzazione ha indossato le vesti del nazionalismo declinato sia come patria e sentimento culturale di appartenenza che come contratto sociale tra lo Stato e i suoi cittadini.

Anche l’analisi che vuole sia una ribellione anti-establishment, anti-sistema e dunque genericamente antipolitica contro l’élite, di destra e di sinistra (corrotta, impaludata con le lobby, privilegiata, ecc.), mira a nascondere l’aspetto economico del No. Non c’è dubbio che almeno in parte siamo di fronte alla rivolta dell’uomo qualunque, ma resta il fatto che establishment e sistema sono neoliberisti da trent’anni; dunque essere contro significa essere contro le politiche attuate. Senza dimenticare che l’etichetta ‘antipolitica’ serve anche a squalificare, a non riconoscere la patente di legittimità politica, a chiunque critichi la globalizzazione.

Infine, anche la lettura secondo cui negli USA non ha vinto Trump ma ha perso la Clinton, poiché il primo ha grosso modo conservato i voti repubblicani rispetto alle precedenti elezioni mentre la seconda ha perduto quasi 2,5 milioni di consensi, esclude volutamente dall’analisi il fatto che il programma protezionista in campo economico di Trump non rappresenta affatto la tradizionale posizione Repubblicana, da sempre a favore della globalizzazione; al punto che una buona parte del partito aveva ingaggiato una battaglia contro il suo stesso candidato.

Una parte della sinistra antagonista si è prodotta nello stesso spostamento ideologico operato dalla sinistra governativa: ha sostituito le lotte per il lavoro con quelle per i diritti civili

Detto questo, non si può certo negare che Trump e Nigel Farage abbiano strumentalizzato il disagio delle fasce più povere della popolazione e della white middle class depauperizzata incanalandolo nei binari del razzismo e della xenofobia; d’altra parte si posizionano entrambi politicamente a destra, dunque non deve sorprendere. Il problema infatti è dalla parte opposta, a sinistra; perché (finalmente) è in atto una rivolta popolare contro la globalizzazione, ma ha preso le caratteristiche di una ribellione di destra.

In rosso le regioni dove ha vinto il no al referendum costituzionale


La sinistra è da decenni in una crisi profonda; lo riconosce ormai tutta l’area che possiamo definire antagonista. Le ragioni sono molteplici.

Il crollo dell’URSS ci ha consegnato il fallimento del cosiddetto comunismo reale, lasciandoci orfani di un’utopia che non si è realizzata e a tal punto disorientati da non saperne immaginare, nel reale – che nella teoria siamo bravi tutti – un’altra.

Lo sviluppo tecnologico ci ha portati al capitalismo digitale, al lavoro cognitivo, volontario – consapevole o meno – e gratuito, e gli strumenti di lettura dei meccanismi di sfruttamento del lavoro validi nel Novecento arrancano nella difficoltà di aggiornarsi. Ma fedele a una visione finalistica della storia che la storia stessa ha negato, la sinistra si ritrova ad analizzare le contraddizioni interne al sistema capitalistico, le sue crisi cicliche e strutturali, la caduta tendenziale del saggio di profitto, le retribuzioni scese sotto il livello di sussistenza e dunque il crollo della domanda, ecc., nell’escatologica attesa della sua implosione e nella spasmodica ricerca di quale sia la nuova composizione di classe su cui far leva per rovesciarlo.

Le battaglie per i diritti civili (sacrosanti, intendiamoci!), quella relativa all’identità di genere soprattutto, ha portato una parte del movimento ad allontanarsi dalle questioni sociali, con la conseguente frammentazione delle lotte ma anche, pian piano, la perdita di pensiero politico. Non si tratta di non riconoscere l’importanza del tema, ma femminismo, diritti degli omosessuali ecc. sono battaglie su cui aveva senso focalizzarsi negli anni Settanta-Ottanta, perché prive di voce e rappresentanza; ma da quando il PCI ha avviato il percorso PDS-DS-PD e sposato il neoliberismo, le ha fatte proprie sostituendole a quelle del lavoro, e hanno dunque trovato da tempo un referente politico che le sta portando avanti, per quanto lentamente. È paradossale che una parte della sinistra antagonista si sia prodotta nello stesso spostamento ideologico operato dalla sinistra governativa. Una vignetta circolata in rete nei giorni di approvazione della legge sulle unioni civili sintetizza perfettamente la questione: due uomini festeggiano felici la possibilità di unirsi davanti alla legge: Che bello possiamo sposarci” dice uno, e l’altro risponde: “Sì, ma con quali soldi?”.

Il principio dell’internazionalismo, infine, oltre a continuare a produrre un’astratta quanto vaga narrazione universalistica e collettiva di emancipazione della classe lavoratrice mondiale a cui, nell’attuale postmodernismo, non crede più nessuno – soprattutto le giovani generazioni, nate postmoderne – produce nei centri sociali innamoramenti come quello per il Rojava e sforzi per organizzare carovane e dibattiti concentrati sul capire come quell’esperienza di democrazia dal basso possa essere attuata qui da noi. Confronti che spesso eludono una questione di fondo: i curdi, oltre a rivendicare il diritto a uno Stato e a un territorio, hanno creato e difendono quella realtà con le armi; qui il movimento non riesce nemmeno a concepire la violenza su una vetrina, come ha dimostrato la divisione in cui si è prodotto dopo i fatti del May Day di Milano del 2015. Ma soprattutto l’internazionalismo impedisce lo sviluppo di un’analisi, e di un concreto progetto, che faccia i conti con l’evoluzione sovranazionale e globalizzata che ha conosciuto il capitalismo, e il conseguente impatto registrato sullo spazio di sovranità di uno Stato. E qui sta lo snodo che consegna la ribellione popolare di oggi alla destra.



Il caso Europa è emblematico. Pur essendo ormai del tutto evidente la natura neoliberista dell’Unione Europea fin dalle sue fondamenta – basta leggere i vari trattati che dalla Ceca fino a quello di Lisbona passando per Maastricht l’hanno istituita e strutturata (5) - la gran parte della sinistra antagonista si ostina a portare avanti l’idea di un’Europa unita ma diversa, modificata in senso socialdemocratico – ché ormai di anticapitalismo quasi non si parla più, proprio perché a causa del disorientamento non sappiamo più immaginare una concreta alternativa all’attuale struttura economica, con il paradosso di ritrovarci a rimpiangere, e a difendere, quella socialdemocrazia che fino agli anni Settanta la sinistra extraparlamentare ha combattuto.

E dunque il problema è l’egemonia della Germania e il suo ordo-liberismo, senza il quale chissà mai che Europa potremmo avere. Una lettura che resiste anche davanti al fallimento di Tsipras, guardando allora a Podemos, come se due rappresentanti di governi socialdemocratici seduti in Commissione europea potessero mutare i rapporti di forza in una Unione di 27 Paesi (6), o come se fosse ipotizzabile che un vento socialdemocratico tornasse a soffiare sugli Stati europei tutti, mutando a maggioranza i partiti al potere – soprattutto ora, che a tirare è la corrente di destra, e che i cittadini hanno ormai chiaro che per questa Unione devono ringraziare anche i partiti socialdemocratici di un tempo, che tradendo i propri valori l’hanno così costruita.

Il principio dell’internazionalismo impedisce lo sviluppo di un’analisi che faccia i conti con l’evoluzione sovranazionale che ha conosciuto il capitalismo e il conseguente impatto registrato sulla sovranità di uno Stato

La forza di un pensiero politico sta nel suo essere vivo; nella capacità di relazionarsi con il presente, con il mutare della Storia, non per negarsi ma al contrario per divenire più forte. Non è un oggetto sacrale da chiudere in una vetrinetta, ma qualcosa da interrogare continuamente. Vedere nell’Unione europea un passo avanti nella direzione dell’internazionalismo di sinistra significa voler restare a tal punto fedeli a un principio da forzare la lettura della realtà. Così come non vedere che oggi l’ambito statuale è l’unico in grado di porre un freno alla globalizzazione attraverso politiche monetarie, fiscali e di investimenti – in una parola attraverso quella politica economica che l’Unione europea ha sottratto ai Paesi – significa essere ciechi. Oltretutto lo Stato resta tuttora l’unico spazio nel quale possa essere esercitata la democrazia contro le decisioni sovranazionali prese nei ristretti consessi politici ed economici non elettivi. E tra l’altro per chi (compreso chi scrive) ha cessato da tempo di credere alla democrazia per come si è strutturata nei Paesi occidentali, evidenziandone la falsa natura, la Brexit e l’elezione presidenziale USA hanno mostrato quanto possa invece avere ancora una sua forza.

È indubbio che le implicazioni economiche e finanziarie di un’uscita dall’Europa sono enormi, e a sinistra non mancano economisti che le stanno studiando. C’è chi, come Cesaratto (7), considera più fattibile un’uscita a caldo, dovuta a una crisi sociale o politica a cui l’Europa si dimostri incapace o non intenzionata a rispondere, piuttosto che un’uscita unilaterale a freddo, programmata. Di certo, vista l’aria che tira, se la sinistra non accetta di confrontarsi seriamente sulla questione, consegnerà l’Europa alla destra.

Perché non le sottrarrà mai la ribellione in atto contro la globalizzazione se si infila nel coro che urla semplicisticamente al ‘fascismo’, invece di evidenziare quanto le politiche della destra siano tutt’altro che anti-sistema. Se Trump riuscirà a riportare la manifattura dentro i confini USA, è facilmente immaginabile che lo farà a colpi di incentivi e sgravi fiscali, mentre i nuovi posti di lavoro creati continueranno a essere soggetti allo sfruttamento più violento (8).

Non sottrarrà mai alla destra la ribellione se si limita a opporre i diritti umani al problema dell’immigrazione. Solo chi non vive in periferia può ostinarsi a negare quanto, in situazioni economicamente disagiate – e gli immigrati approdano in questo tipo di quartieri – tra disoccupazione e uno stato sociale sempre più ridotto al minimo, la convivenza tra culture diverse diventi difficoltosa e provochi rabbia, attriti, conflitti, che alla lunga sfociano nel razzismo e nella xenofobia. I buoni sentimenti (perché così sono percepiti quando si taglia sul cibo per arrivare a fine mese) dei diritti umani qui non trovano casa. Ed è dura ammetterlo, ma le campagne di raccolta fondi e assistenza agli immigrati messe in piedi dai centri sociali, che poi non muovono un dito per sostenere la lotta dei lavoratori dell’impresa accanto contro i licenziamenti – e in questi anni ce ne sono state parecchie – spostano a destra le persone prive di una chiave di lettura economica rispetto a ciò che sta accadendo. Non si tratta di fare una classifica della disperazione ma, appunto, di tornare a un pensiero politico che ha nell’economia la sua forza, nella capacità di leggere i meccanismi del capitalismo, le dinamiche di sfruttamento del lavoro, gli immigrati utilizzati come ‘esercito di riserva’ per innescare un generale abbassamento dei salari e la strumentalizzazione della ‘guerra fra poveri’ su cui fa leva la destra, funzionale al Capitale.

Se la sinistra antagonista non torna a concentrarsi sul lavoro, e non fa un bel tuffo nell’acqua gelida del presente, liberandosi di sogni internazionalistici irrealizzabili – oggi è mol-to più concreta una collaborazione in senso solidaristico tra Stati dotati di sovranità sulle proprie politiche economiche – non avrà che da puntare il dito su se stessa per l’ondata di destra che sta sommergendo l’Europa e il mondo occidentale.



Note

1) Cfr. http://www.telegraph.co.uk/news/2016/06/23/leave-or-remain-eu-referendum-resul ts-and-live-maps/

2) Cfr. http://www.nytimes.com/interactive/2016/11/08/us/politics/election-exit-polls.html?_r=0

3) In merito ai dati statistici statunitensi che mostrano una ripresa economica e un calo del la disoccupazione in atto nell’ultimo anno, rimando a un’inchiesta di Zeit di settembre: ciòche ci si dimentica spesso di analizzare, infatti, è la qualità del lavoro oggi creato, per lo piùsottopagato. L’articolo evidenzia come perfino nella Silicon Valley, una delle zone più ricchedegli Stati Uniti, centinaia di migliaia di persone, pur facendo due/tre lavori, non riescono asopravvivere e si ritrovano in coda per l’assistenza alimentare. Cfr. Moritz Aisslinger, Die armen Kinder vom Silicon Valley, Zeit, 22 settembre 2016

4) Cfr. http://www.pewresearch.org/fact-tank /2016/11/09/behind-trumps-victory-divisio ns-by-race-gender-education/

5) Cfr. Giovanna Cracco, L’Europa vista da sinistra, Paginauno n. 39/2014

6) Cfr. Giovanna Cracco, Europa: l’illusione socialdemocratica di Syriza e Podemos, Paginau no n. 41/2015 7) Cfr. Sergio Cesaratto, Sei lezioni di economia, segnalato a pag. 83

8) Cfr. Renato Curcio, Capitalismo digitale.Controllo, mappe culturali e sapere procedurale: progresso?, pag. 18