Editoriale #76

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La scissione è fallita o rinviata? L’Assemblea nazionale del PD ha deciso di andare a congresso in tempi stretti, sotto l’incalzare degli appuntamenti della politica mondiale (il G7 di Taormina del 26/27 maggio, al quale l’Italia vuole riportare la Russia, ricostituendo il G8), della politica europea (elezioni in Olanda il 15 marzo, in Francia il 23 aprile/7 maggio, in Germania in autunno), della politica interna (sconfitta secca del 4 dicembre, trattativa in UE sui conti italiani, elezioni amministrative in primavera in 999 comuni, tra cui 25 capoluoghi, elezioni regionali in Sicilia, sviluppo lento del Paese).

Dopo un paio di mesi di oscillazioni del dibattito interno, alla fine il PD ha trovato la strada maestra di ogni partito democratico: quella del congresso. Già annunciata sui mass-media, la scissione è alle porte. Non di tutti: Rossi e Emiliano forse no. E forse per ragioni non nobilissime, la prima delle quali è che la Giunta regionale toscana e quella pugliese cadrebbero all’istante. D’Alema e Bersani hanno già preso il treno. E’ quella parte che viene dal vecchio PCI, che pensa che Matteo Renzi sia un usurpatore e un corpo estraneo alla sinistra. Quella che ha festeggiato la sconfitta nel referendum. Quella che avrebbe voluto che non si candidasse neppure alle elezioni.

D’Alema e Bersani non hanno compreso che i militanti del PCI sono andati più avanti di loro nella trasformazione culturale. E’ per questo che a Cuperlo le ultime primarie hanno dato solo il 18%. Perchè vivono nel mondo reale, non quello immaginato ai caminetti, quello consociativo.

Alle spalle ci sta un’idea della politica come manovra, come tattica, come un infinito tessere la tela di Penelope, un disfare e ritessere alleanze. Soprattutto, sta un’idea oligarchica della politica e del partito. Qui nasce la rottura profonda con Renzi. Il quale ha chiamato alle primarie e a congresso iscritti e militanti per chiedere loro di scegliere il nuovo segretario e il nuovo gruppo dirigente. L’Assemblea di Roma qualche novità la offre. Intanto, è sostanzialmente fallito il tentativo di D’Alema/Bersani di portarsi dietro gli ex-comunisti per fondare un nuovo PCI, quale che ne sia il nome.

Ora, si attende che il PD dica che cosa vuole fare. Sbloccare il Paese da una lunga stagnazione, spezzare il groviglio di macro/micro corporazioni, costruire un meccanismo istituzionale che dia stabilità ai governi, tutto ciò sarà impresa difficile.

Il decreto già ribattezzato “salva risparmio” permetterà di erogare, con diverse modalità e nel rispetto delle regole europee sugli aiuti di Stato alle banche, sostegno pubblico alle banche italiane.In particolare, per quanto riguarda gli interventi per garantire la liquidità, il Tesoro potrà rilasciare alle banche che lo chiedono una garanzia su nuove obbligazioni da emettere, a fronte del pagamento di una commissione. Per il finanziamento di queste operazioni viene creato un fondo con una dotazione di 20 miliardi di euro, al quale il Governo potrà attingere per i singoli interventi sul capitale e sulla liquidità.

Urne trasparenti in plexiglass

Le cabine saranno disposte contro il muro in modo che l'elettore offra le spalle agli scrutatori e senza tende, per mantenere sia la segretezza del voto, sia il controllo dell'elettore. Non si potrà, dunque, né sostituire, né fotografare la scheda. Le urne saranno di plexiglass.

La legge introduce anche la possibilità per studenti e lavoratori fuori sede di votare nei comuni di momentanea residenza solo per i referendum, che non prevedono collegi elettorali. Inoltre, è previsto il divieto di assumere nelle società partecipate 60 giorni prima e dopo le elezioni, e viene riservato ai disoccupati il 50% dei posti da scrutatore.

Gli ultimi sondaggi sulle elezioni presidenziali in Francia danno la candidata anti europeista Marine Le Pen in recupero in un eventuale secondo turno. In un solo giorno la leader del Front National ha ridotto di ulteriori due punti lo svantaggio nei confronti dello sfidante indipendente di centro Emmanuel Macron, l’ex ministro dell’Economia del governo Hollande.

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Secondo l’ultima rilevazione diffusa con cadenza quotidiana da Opinionway, se si votasse oggi Le Pen si aggiudicherebbe il primo round di fine aprile con il 26% dei consensi (con Fillon e Macron impegnati in un testa a testa per il passaggio del turno al 20%)

Al secondo turno a maggio la candidata della destra radicale, favorevole al ritorno al franco francese, perderebbe da Macron (40% contro 60% dei voti). Il distacco si è ridotto dal 38%-62% del sondaggio precedente, che al primo turno dava invece Le Pen sempre in testa con il 26% e Macron e Fillon indietro rispettivamente al 21% e 20%.




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