Le giravolte di Emiliano. Il governatore della Puglia lascia o resta nel PD? Resta per sfidare Renzi


«È l’ultima giravolta di Emiliano? Domani cambia idea di nuovo?»: a sera, quando il governatore della Puglia, dopo aver lasciato intendere che sarebbe rimasto nel Pd, preannuncia invece la rottura insieme a Roberto Speranza ed Enrico Rossi, gli uomini del segretario dimissionario, sbigottiti, non rinunciano all’arma dell’ironia. «Questa non è una scissione, è una farsa», osserva un renziano di rango. Emiliano anche nei conversari privati con esponenti della maggioranza del Pd aveva fatto capire di non volere la scissione. Perciò i renziani si erano convinti che alla fine se ne sarebbero andati solo i bersaniani. Poi, il contrordine. Il leader decide allora di affidare la risposta ufficiale a Guerini. E poi ai suoi spiega: «Ora basta con i tatticismi esasperati, adesso dobbiamo andare al Congresso, parlare all’esterno, occuparci dei problemi reali del nostro Paese e non delle nostre beghe interne».

Il nodo da sciogliere

L’epilogo della giornata era dunque inatteso. E ancora ieri sera alcuni renziani, ironie a parte, non davano per scontata la rottura definitiva di Emiliano, anche perché alcuni emissari del governatore facevano sapere alla maggioranza che soltanto domani il presidente della regione Puglia prenderà una decisione ultimativa. Comunque quella nota serale del trio scissionista lasciava «l’amaro in bocca» a molti, come ammetteva il responsabile «Enti locali» Matteo Ricci, che lamentava «la mancanza di rispetto di Speranza, Rossi ed Emiliano riservata ai militanti del Pd». Mentre David Ermini, responsabile della Giustizia, spiegava: «Se Enrico Rossi se ne va, in Toscana dovremo sederci attorno a un tavolo e avviare un chiarimento perché per noi del Partito democratico non sarà facile sostenere il presidente che ha fatto la scissione».


La scaletta degli interventi

E pensare che la scaletta della giornata era stata ideata dal segretario dimissionario proprio per dimostrare che la sinistra ha piena cittadinanza nel Pd. Dopo di lui, hanno parlato nell’ordine l’ultimo segretario dei Ds, Piero Fassino, il primo segretario del Partito democratico Walter Veltroni, e la vice ministra Teresa Bellanova, che viene dalla Cgil e alla quale l’assemblea nazionale ha tributato una standing ovation. Poi, nel pomeriggio, quando Emiliano aveva preso la parola, nei renziani si era fatta strada l’idea che «gli scissionisti» si stessero «scindendo». Lo stesso segretario dimissionario sembrava essere di questa idea, anche se non aveva nascosto un moto di fastidio per le parole rivoltegli dal governatore della Puglia: «Matteo, nessuno ti ha chiesto di non ricandidarti». «Ma come — ha esclamato il leader — lo ha detto proprio lui». Qualche ora dopo la doccia gelata: «Sarà intervenuto D’Alema? Avrà chiamato lui Michele per obbligarlo a rientrare nei ranghi?», si chiedevano i sempre più basiti renziani.


I candidati

E adesso? Adesso il segretario dimissionario non sembra intenzionato a cambiare il ruolino di marcia: congresso e primarie il 7 maggio. Ma primarie con chi? Se Emiliano non cambierà idea e deciderà veramente di seguire Bersani e D’Alema e fare la scissione con loro, ci vorrà un altro candidato a contendere la leadership di Matteo Renzi, perché certo il leader dimissionario non può scendere in campo da solo. I candidati, stando alla maggioranza del Pd, potrebbero essere due: il ministro della Giustizia Andrea Orlando e il presidente della Commissione Lavoro della Camera Cesare Damiano.

19 febbraio 2017 (modifica il 19 febbraio 2017 | 22:31)

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