Editoriale #77


Renzi sarà al Lingotto di Torino (ex fabbrica-ora centro congressi della Fiat) il 10-11-12 marzo per ascoltare il suo popolo e lanciare la sua candidatura a segretario PD dopo la clamorosa sconfitta (60% contro 40%) al referendum costituzionale da lui voluto nonostante sapesse di non avere i numeri. Lui ed i suoi sapranno dimostrare di avere imparato la lezione...? Basterebbe leggere i grafici economici degli ultimi 10 anni (lui è responsabile degli ultimi 3 anni) per capire che la crescita economica è la maggior preoccupazione degli Italiani.

Italia resta fanalino di coda tra i big dell’area OCSE per quel che riguarda la crescita. La conferma arriva dall’organizzazione di Parigi nel suo ‘Interim Outlook’, da cui emerge che la crescita dell’economia italiana dovrebbe restare stabile all’1% annuo nel 2016, 2017 e 2018, con il livello più basso nell’anno in corso fra i maggiori paesi membri dell’Ocse. “La crescita dovrebbe rimanere solida in Germania, ma continuerà a passo più lento in Francia e Italia”. In generale, per l’Eurozona l’Ocse prevede un +1,6% nel 2017 e 2018 dopo il +1,7% del 2016. In rallentamenti anche se resta più veloce della media la crescita tedesca che passerebbe da +1,8% nel 2016 e 2017 a +1,7% nel 2018 mentre la Francia da +1,1% dell’anno passato a 1,4%. Nel dettaglio, l’Ocse prevede un 3% di crescita globale nel 2016, in accelerazione a 3,3 e 3,6% nei due anni successivi. Per gli Usa attende un +1,6, +2,4 e +2,8% rispettivamente, per la Gran Bretagna una frenata da 1,8 a 1,6 e 1%.

Nell’Eurozona c’è spazio di manovra per iniziative di bilancio più ambiziose ed efficaci anche se la crescita continuerà all’attuale tasso moderato “aiutata da una politica monetaria accomodante e da un modesto stimolo fiscale nei prossimi anni”.

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Il vertice di Versailles (Spagna, Francia, Germania, Italia) sancisce l'Unione Europea a più velocità (ma nell'interesse di chi...?) in attesa del vertice di Roma.

Angela Merkel: bisogna tirare dritto a 27, a diverse velocità di integrazione, perché «se ci fermiamo potrebbe crollare tutto». Per inciso, a Bruxelles si è fatto un piccolo passo avanti con la creazione di un comando militare unificato per pianificare le missioni di addestramento all’estero, gli occhi per ora puntati su Somalia, Mali e CentrAfrica. I quattro grandi oggi ostentano leadership deboli: François Hollande è sul viale del tramonto, uscirà di scena il 7 maggio mentre l’ombra del Fronte Nazionale di Marine Le Pen per la prima volta nel dopoguerra si allunga sull’Eliseo. Angela Merkel, il deus ex-machina della politica europea dell’ultimo decennio, non ha più la certezza di ottenere il quarto mandato. Paolo Gentiloni è appeso alle incognite dell’instabilità politica italiana di ritorno. Soltanto lo spagnolo Mariano Rajoi appare in situazione un po’ meno precaria. Non è un caso che i quattro di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) abbiano denunciato il vertice di Versailles come il modo di «dividere l’Unione e avviarla alla disintegrazione». Né è un caso che la Gran Bretagna minacci di non pagare il salatissimo conto del divorzio (60 miliardi) in caso di non accordo al termine dei negoziati, mettendo così un cuneo nella tenuta del fronte, finora unito, dei 27. Le belle parole sulle diverse velocità, che rinfrancano più chi le pronuncia che chi le sente, non potranno impedire il brutale impatto con la realtà: un labirinto di trappole più o meno sommerse ma di sicuro micidiali.

Costo del lavoro: in Italia costa il doppio rispetto allo stipendio

L'Italia resta tra i paesi con maggiore cuneo fiscale. Secondo l’Ocse, infatti, tra gli oltre 30 paesi più industrializzati del mondo solo Francia, Repubblica Ceca ed Estonia hanno un carico contributivo per dipendente superiore al nostro. Come ha spiegato la CGIA di Mestre, l’Associazione delle piccole imprese artigiane. “Una situazione che ci impone non tanto di tagliare l’aliquota previdenziale che, in un sistema ormai contributivo, danneggerebbe i lavoratori, ma di proseguire con maggiore determinazione nella riduzione delle tasse sulle imprese”, spiega la CGIA di Mestre. I dipendenti, secondo i calcoli l’Ufficio studi della CGIA, costano all’impresa quasi il doppio dello stipendio erogato.

Nel giorno in cui la Peugeot 3008 vince il premio 'Auto dell'Anno 2017' il gruppo Psa mette a acquisisce marchio e fabbriche Opel Vauxhall (in perdita di 15 miliardi dal 2000) dagli americani di General Motors. Un'operazione che nelle scorse settimane aveva provocato un'alzata di scudi in Germania da parte di politici e sindacati (timorosi dei livelli di occupazione e stipendi dei dipendenti tedeschi).

Il prezzo pagato dai francesi è di 1,3 miliardi di euro per la sola Opel (assieme alla sussidiaria inglese Vauxhall), cui vanno aggiunti 900 milioni per le operazioni europee di GM Financial., ma la transazione è globalmente molto più complessa. Soddisfatto il presidente francese Francois Hollande che ha parlato di "una bella operazione" che permette la nascita "di un campion europeo dell'industria automobilistica". Lo Stato francese, aggiunge Hollande, "ha fatto bene a dare un sostegno decisivo a Psa con la sua garanzia alla controllata bancaria del costruttore nel 2012 poi entrando nel capitale nel 2014".

La Fiat delocalizza ancora in Polonia: "Via la Panda da Pomigliano, sarà un hub dell'Alfa Romeo". Il mercato dell'automotive continua a crescere ma a ritmo più ridotto rispetto alle attese dei big del settore che ora invece prospettano un graduale calo delle vendite dopo i picchi dello scorso anno. Teatro del cambio di strategia lo stabilimento modello di Pomigliano che potrebbe così avere piena capacità produttiva per i modelli Alfa, come il SUV Stelvio e la berlina Giulia. L’amministratore delegato di Fiat Chrysler Automobiles, Sergio Marchionne lo conferma dal Salone dell’auto di Ginevra: "La Panda andrà altrove, non ora ma nel 2019-2020, lo stabilimento di Pomigliano ha la capacità di fare altre auto". Pomigliano D’Arco al pari di Cassino, Mirafiori e Grugliasco diventerebbe uno stabilimento in cui vengono realizzate solo vetture premium.

Deutsche Bank (da anni in crisi di profitti e molto esposta in prodotti finanziari tossici) vara un aumento di capitale da 8 miliardi di euro e perde in borsa 8%. L’aumento di capitale si è reso necessario dopo che il colosso tedesco ha chiuso il 2016 con una perdita netta superiore alle stime di 1,4 miliardi di euro sulla scia di costi legali, calo dei ricavi e costi di ristrutturazione seguendo una perdita di 6,8 miliardi registrata nel 2015. A ciò si aggiungono i 7,2 miliardi che la banca deve pagare come sanzione agli Stati Uniti – sanzione che è stata patteggiata – per l’inchiesta sui derivati agganciati ai mutui subprime venduti da DB prima che scoppiasse la crisi economica del 2008.



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