Caos Libico e sconfitta di Erdogan



Aleppo prima e dopo

Il 2 febbraio a Roma si è raggiunto un accordo tra l’Italia e la Libia. Importante da un punto di vista politico-diplomatico: supporto militare, economico e tecnico italiano per stabilizzare il contesto libico. Da sottolineare come il giorno dopo a Malta i 28 paesi dell’UE abbiano sostenuto tale accordo. Un indubbio successo politico italiano, tuttavia è necessario tener sempre presente la situazione in continuo mutamento di questo paese.

Il governo di Tripoli di al Sarraj (riconosciuto dalla Comunità internazionale e partner nel recente accordo con Italia ed UE) continua a mantenere una limitata territorialità. Non controlla completamente nemmeno la stessa Tripoli. Esso comunque può contare sulle milizie di Misurata.

Nella capitale infatti operano anche gli islamisti guidati da Khalifa Gwell. Sostenuti dalla Turchia (per motivi politico-ideologici, visto che Ankara punta sulla religione islamica come strumento per avere forza nell’area mediorientale), essi non riconoscono al Sarraj ma senza rappresentare un’opposizione dura e pura.

Sostanzialmente le istituzioni della parte occidentale libica (Tripolitania) sono sostenute dalla Comunità internazionale, in primis dall’Italia. Al Sarraj e le milizie di Misurata sono visti come soggetti in grado di stabilizzare il paese, obiettivo primario per la stessa Italia.

Mentre nella parte orientale (Cirenaica) vi è il Parlamento, con sede a Tobruk, il quale non riconosce il governo al Sarraj e tramite il proprio Ministro della Difesa Haftar mantiene il controllo del territorio di pertinenza. Sponsor principale di Tobruk e Haftar è l’Egitto. Il Cairo ha questo approccio per far si che la Libia rimanga divisa, o perlomeno una sorta di confederazione con un potere centrale limitato, e non rappresenti così uno stato unito e maggiormente competitivo (come ai tempi di Gheddafi) ai suoi confini occidentali.

Recentemente vi è stato un certo attivismo russo nel contesto libico. Tuttavia qui, diversamente dal fronte siriano, Mosca ha un’influenza inferiore visto che non ha “scelto” finora nessun partner di rifermento sul territorio(nonostante l’iniziale appoggio ad Haftar, Putin non disdegna anche al Sarraj). Cosa che ne limita i margini di manovra. Senza contare la lontananza geografica del Cremlino anche considerando il disinteresse americano per Tripoli.

Il 13 dicembre le forze governative siriane di Assad hanno riconquistato Aleppo. Una vittoria molto importante per il clan sciita alauita, sostenuto, sia militarmente che politicamente, da Russia, Iran ed Hezbollah. Con la presa di Aleppo Assad ha migliorato di molto la propria posizione sul fronte siriano, soprattutto per quanto concerne l’immagine. Inoltre la conquista della città maggiormente abitata e industrializzata della Siria ha permesso al clan Alauita di collegare direttamente la capitale Damasco (cuore politico di Assad) ad Aleppo. La caduta di Aleppo è stata anche una vittoria per la Russia guidata da Putin, da sempre sostenitrice di Assad (sia politicamente che militarmente). Così Mosca può proseguire la sua ambiziosa politica mediorientale.

Con Aleppo in mano ad Assad i margini di manovra per le opposizioni siriane si fanno molto più ristretti, oltre ad aver subito un duro colpo morale. Inutile girarci attorno: da un punto di vista militare le opposizioni siriane non possono reggere il confronto con l’apparato alauita (appoggiato materialmente da Russia e Iran) senza il sostegno militare turco. Sostegno mai mancato, seppur in via ufficiosa, ma sotto questa forma insufficiente per la battaglia di Aleppo.

Ed è qui che si può trovare il vero sconfitto in questa battaglia. Si tratta del Presidente turco Erdogan. La Turchia ha da sempre appoggiato l’universo sunnita siriano in funzione anti-Assad. Poiché la Siria rappresenta, per ovvi motivi geografici, il primo obiettivo per la strategia “neo-ottomana” del Presidente Erdogan. Tolto di mezzo Assad la Siria si ritroverebbe più debole e dunque maggiormente assoggettabile. Al contrario, con la presenza dell’establishment alauita ancora in forze (rodato da mezzo secolo di comando del paese), la stessa Siria rappresenterebbe ancora un soggetto di rilievo e autonomo, e ciò significherebbe appunto un ostacolo alla strategia “neo-ottomana”. Una Siria forte è come una sorta di “porta sbarrata in faccia” all’ambizione turca, sul medio-lungo periodo, di controllare il Medio Oriente come propria area di influenza.

In merito alla battaglia di Aleppo l’approccio turco di semplice aiuto militare alle opposizioni siriane non sarebbe bastato. Sarebbe stato necessario un intervento militare diretto di Ankara, tuttavia limitato solo alla difesa della città (distante meno di cento chilometri dal confine turco). In questo caso Assad non avrebbe avuto la forza militare per espugnare Aleppo, considerando anche l’appoggio aereo russo. Indubbiamente vi sarebbe stato uno scontro aperto, esplicito con le forze di Assad ma quest’ultime non possono competere con la Turchia.

Il supporto russo in questo caso sarebbe stato ininfluente visto il Medio Oriente come lontano dai tradizionali interessi di Mosca. La Siria per Putin non rappresenta una questione vitale come l’Europa orientale ma una mera questione di prestigio. Considerando anche la non vicinanza geografica, questione rilevante per l’attuale apparato militare russo, tutto questo fa pensare ad una Russia poco incline a spendersi a fondo. Basti pensare ai ciclici bombardamenti aerei israeliani in territorio siriano ove Mosca si limita ad un supporto politico ad Assad non osando replicare direttamente ai raid israeliani contro il suo alleato alauita.

Invece Erdogan si è mostrato riluttante ad intervenire su Aleppo, lasciando il campo ai “governativi” siriani. Questi ultimi hanno così maramaldeggiato sulla città, lanciando un messaggio alle opposizioni in tutta la Siria. Ora Assad si è notevolmente rinforzato e la situazione per Erdogan si è resa molto più complessa, visto che sarà difficile indebolire, come in precedenza, il clan Alauita. Le conseguenze negative di questa indecisione per Erdogan si sono esplicitate con una serie di attentati di matrice islamista sunnita (gli alleati siriani sunniti dei turchi ma ignorati ad Aleppo), senza contare la caduta d’immagine con l’omicidio dell’ambasciatore russo in Turchia. Una “figuraccia” per Ankara, al di là delle pedanterie giuridiche, incapace di garantire l’incolumità agli ambasciatori stranieri. Ma soprattutto nella Conferenza di Astana (23-24 gennaio) sulla Siria. Ove gli unici soggetti influenti (Turchia, Iran e Russia) hanno concordato il proseguimento della tregua. Erdogan ha cercato di delegittimare Assad dall’accordo ma con un secco rifiuto di Iran e Russia. La Turchia non essendo stata credibile sul piano militare ha dovuto accettare tale rifiuto.

Con Assad in forze la strategia “neo-ottomana” è praticamente azzerata. Ad Ankara non rimane altro che concentrarsi sui Curdi, situazione non diversa da prima dell’avvento di Erdogan. Infine, come risultato dell’impotenza mediorientale di Erdogan, si possono leggere le sue recenti “sparate retoriche” sull’Europa (in primis con Germania e Olanda): politicamente ininfluenti.

Attualità...
Cerca per etichetta...
Seguici su...
  • Facebook Basic Black
  • Twitter Basic Black
Archivio