ALITALIA: STOP ACCANIMENTO TERAPEUTICO



Il conto monstre per lo Stato è stato di oltre 7,4 miliardi

Alitalia all’ultimo miglio. Questa volta pare davvero non ci siano più vie d’uscita. Le si è provate tutte. La gestione pubblica per lunghi decenni; l’arrivo dei capitani coraggiosi nel 2008, con lo scorporo della bad company e la ripartenza puliti da debiti e zavorre sotto l’egida della Fenice rinata. Infine il socio forte di minoranza, l’emiratino Etihad arrivato buon ultimo e che pareva rappresentare la chiave di volta definitiva per un futuro senza più perdite. Non è stato così. Se si guarda alla storia pubblica e poi privata di Alitalia c’è da arrendersi allo sconforto: una sorta di agonia senza fine e senza speranza con i miliardi di euro bruciati sull’altare della difesa (tutta simbolica) e costosissima dell’italianità. La striscia rossa dei buchi di bilancio di Alitalia ha sembianze bibliche: come documenta uno studio di R&S Mediobanca dal 1989 al 2007, la compagnia di bandiera pubblica ha chiuso in perdita per ben 15 anni cumulando ben 4,4 miliardi di rosso che diventano 6 miliardi a valori correnti. Una sorta di zombie, che ha avuto bisogno di puntellarsi al sostegno pubblico in continuazione, tra aumenti di capitale , garanzie a copertura del debito e contributi vari. La stampella pubblica Più il quadro si deteriorava più lo Stato iniettava fondi a perdere. Il conteggio impietoso parla di 2,9 miliardi di soli interventi pubblici per ripristinare il capitale abbattuto anno su anno dalle perdite. Il conto per Pantalone, prima dell’arrivo della cordata di imprenditori nel 2008 e dell’amministrazione straordinaria della bad company assomma secondo l’elaborazione dell’Ufficio Studi di Mediobanca a 3,3 miliardi. Soldi andati tutti in fumo. Ma non è finita qui. C’è a pesare sulle casse pubbliche la lunga fase dell’amministrazione straordinaria della vecchia Alitalia scorporata con l’arrivo della cordata privata. Sembra un capitolo chiuso ma non è così. Il conto è lievitato anche lì. La gestione commissariale ereditò infatti perdite per 1,6 miliardi e ne ha generate negli anni successivi per 1,3 miliardi. Nel 2014 il valore netto patrimoniale era negativo per 1,9 miliardi. Un lascito amaro che non si sa se si potrà mai recuperare. Alla fine il conto per le finanze pubbliche per la compagnia di bandiera arriva a valere la cifra monstre di 7,4 miliardi di euro. La Cigs d’oro Ma c’è un onere particolare che non è finito a zavorrare i conti dello Stato, ma è subdolamente finito nelle tasche dei cittadini viaggiatori. Chiunque compra un biglietto di qualsiasi compagnia paga da anni 3 euro di tassa. Serve a finanziare pressochè in toto il Fondo Speciale per il Trasporto Aereo (il Fsta). Nato nel 2004 è lo strumento che garantisce l’erogazione della cassa integrazione di privilegio per i dipendenti del settore. Garantisce fino all’80% dell’ultimo stipendio (senza il tetto di mille euro che vale per tutti gli altri lavoratori) per la durata di ben 7 anni. Dal 2009 raccoglie dalla tassa sui biglietti mediamente 220 milioni l’anno. Piloti e assistenti e impiegati Alitalia sono stati i principali beneficiari per un valore complessivo stimato di 1,2 miliardi. Il conto per il cittadino si esaurisce qui. Non che la gestione privata abbia interrotto il volo in picchiata. Solo nel 2015 la perdita consolidata è stata di 199 milioni, che sale a 400 milioni per la sola Spa. E nel 2016 le stime dicono che Alitalia brucia più di un milione al giorno. La striscia negativa è stata pesante: dal 2008 e fino all’arrivo degli arabi di Etihad le perdite hanno superato ampiamente il miliardo e mezzo. Le hanno subite questa volta gli azionisti privati banche incluse. Ma quel film è finito, nessuno vuole più mettere soldi a perdere e il commissariamento è prossimo. Con nuove future perdite ancora una volta per i cittadini.


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