Editoriale #86


Alla Camera dei deputati passa decreto salva banche venete dopo aspra polemica con opposizioni.

Bruxelles si alla Bad Bank purchè finanziata dai governi locali ed si si accetta che una “bad bank” finanziata con intervento del governo nazionale compri crediti deteriorati al loro «valore economico reale» e non al «prezzo di mercato». La distinzione è determinante: il prezzo di mercato di un portafoglio di crediti in default è in media di circa 20 centesimi per ogni euro di prestiti, quello al quale oggi comprano i pochi fondi specializzati che operano; invece il «valore economico reale» è quanto si stima possibile recuperare nel tempo da un credito in default prendendo possesso dei beni posti in garanzia, e questa cifra fluttua in media attorno agli 35 cent o poco sopra. Se la bad bank compra al «valore reale», la perdita risulta molto minore per l’istituto che così ripulisce il proprio bilancio. La differenza su 77 miliardi di esposizioni nette, come accade in Italia, può essere grande.

Il tutto appare una trattativa sulle banche, ma è in gran parte un negoziato sul ruolo futuro dell’Italia nell’euro. In particolare si chiede al governo di intervenire sulle procedure giudiziarie e il diritto fallimentare, perché i creditori possano entrare in possesso dei beni presentati in garanzia dai debitori insolventi in tempi rapidi e certi. Su questo punto non mancano resistenze nel sistema giudiziario italiano. Anche la Commissione Ue lo ha capito e prepara un nuovo strumento di pressione: pubblicherà a scadenze regolari una classifica europea sull’efficienza dei sistemi di diritto civile di tutti i Paesi dell’Unione. E l’Italia, in coda alla graduatoria, sarà costretta a darsi da fare.

Renzi pensiero sul rapporto tra Italia e Europa.

Nero su bianco, in un capitolo del suo libro (“Avanti”) Renzi apre un fronte che sarà oggetto di discussioni e valutazioni nazionali e internazionali. “Sarà questo – scrive - il primo banco di prova del governo della prossima legislatura, chiunque lo guiderà”. Renzi vuole contrattare condizioni migliori per l’Italia e in cambio dell’impegno a ridurre il debito pubblico chiede un uso più flessibile del deficit. Cinque anni con il deficit in rapporto al Pil al 2,9%, appena sotto la fatidica soglia del 3%, in modo da disporre di 30 miliardi per il prossimo lustro da destinare esclusivamente alla riduzione della pressione fiscale in chiave pro-crescita che a sua volta è l’unica possibilità per tagliare il debito. Sulla carta, lo scambio perfetto.

Ma siamo già in campagna elettorale e, in attesa di chiarimenti sulla reale possibilità di scalare la montagna del debito, l’eco della propaganda si sente. Per almeno tre volte. 1) L’Italia che “alza la voce” contro gli euro-burocrati è uno slogan, e anche logoro. 2) Lo stare per anni con uno 0,1% sotto l’invalicabile 3% sa di un anche troppo sottile e astuto rispetto delle regole. 3) L’avvento, definito “scriteriato”, del Fiscal Compact (Renzi prospetta il veto alla sua introduzione nei Trattati europei) dovrà pure fare i conti con il fatto che il principio del pareggio di bilancio è stato inserito nel 2012 nella nostra Costituzione.

Tuttavia, lo strappo del leader del partito azionista di riferimento del Governo Gentiloni è un atto politico forte, che finirà per pesare sulla prossima legge di bilancio e la Commissione Europea dovrà tenere conto. È altrettanto un fatto che il senso della proposta e la netta critica di Renzi al centro-sinistra (“per cacciare Berlusconi ha fatto leva anche sull’Europa, permettendole di entrare in casa nostra”) prefigurano l’opzione per un possibile accordo di governo col centro-destra a trazione berlusconiana.

Renzi definisce il suo un “manifesto progressista”. Vedremo come sarà giudicato sotto questo profilo. Di sicuro è un’altra fortissima scommessa, personale e politica.


Finalmente l'Istat rende noto che a maggio la produzione industriale è cresciuta dello 0,7% rispetto ad aprile e del 2,8% rispetto allo stesso mese dell'anno scorso. Se si esclude il mese di dicembre 2016, si tratta su base congiunturale del livello più alto degli ultimi 2 anni.

Il dato, sia tendenziale che congiunturale, è superiore alle previsioni degli analisti. Nella media del trimestre marzo-maggio 2017, prosegue l'Istat, la produzione è aumentata dello 0,2% nei confronti dei tre mesi precedenti. Nella media dei primi cinque mesi dell'anno, la produzione è salita dell'1,7% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Un dato positivo, anche se restiamo ben lontani dalle cifre rilevate da Eurostat per i primi della classe in Europa, con la Germania che, rispetto a maggio 2016, è cresciuta del 5% e la Spagna del 3%. Facciamo meglio però di Parigi, cresciuta dell’1,9%.​


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