I trucchi per triplicare la pensione dei sindacalisti: i casi sotto la lente.


















L'aumento pensione più clamoroso riscontrato al soggetto n.18 della Cisl


È una «conquista» sindacale o un «privilegio» avere una pensione tripla rispetto a quanto stabilirebbe la Corte dei Conti? La questione — scrive Gian Antonio Stella — è resa attuale, e spinosa, da una sentenza della Corte dei Conti. Che lo scorso anno ha dato torto a un maestro elementare e sindacalista della Gilda (scuola) che aveva fatto ricorso contro la liquidazione della sua pensione. Perché? Stringi stringi, per semplificare il più possibile il senso d’una materia complessa, la questione è questa: la contribuzione aggiuntiva dovuta al ruolo sindacale va messa nella cosiddetta «quota A», come se si trattasse di una occupazione «fissa e continuativa»? O piuttosto nella «quota B», dove confluiscono i contributi di tutti i lavoratori pubblici e privati che esercitano un ruolo temporaneo e provvisorio, come quello appunto di un delegato sindacale che può essere democraticamente spostato o rimosso in ogni momento?


Risponde la Corte dei conti: quei contributi vanno nella quota B. Tanto più che il rapporto di lavoro «fisso e continuativo» è smentito anche dall’incremento «assai cospicuo» portato all’incasso da quel sindacalista «passando nell’arco di 14 mesi dall’iniziale compenso mensile di euro 2.000 (settembre-dicembre 2009)» a ben 8.000 «a ridosso del collocamento in quiescenza, senza che in tale breve arco di tempo risultino essersi verificate variazioni negli incarichi». Di fatto è un’accusa: la quadruplicazione dello stipendio alla vigilia della pensione, per la quale vale in questi casi l’ultima busta paga, fa pensare a una manovra per mettere a carico dell’Inps, cioè dello Stato, cioè dei cittadini, una pensione gonfiata.


Verdetto alla mano, l’Inps va a controllare un campione di 119 pensioni decorrenti dal 1997 al 2016. Salta fuori che, contando i contributi aggiuntivi nella «quota A» invece che nella «quota B», c’è chi ha avuto un incremento del 18,9% (il minimo), chi del 37,5%, chi del 55,5%, chi del 62,5% fino al record. Con i criteri della Corte dei Conti il «soggetto 18» della Cisl (il sindacato di Raffaele Bonanni, i cui ultimi stipendi sollevarono un putiferio) dovrebbe prendere, come dicevamo, 39.282 euro ma ne prende 114.275. Il 190,9% in più. Il triplo.


A questo punto, poiché queste pensioni sono ormai definitive e non c’è modo di tagliarle ma incombono i vitalizi di altri 1.400 sindacalisti che potrebbero essere rivisti alla luce della sentenza dei magistrati contabili, l’Istituto di previdenza chiede al ministero del Lavoro: come ci dobbiamo regolare? Per quattro mesi: silenzio. Finché, pensa e ripensa, arriva la risposta. Chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto. Ma poiché gli spropositati e ingiusti vantaggi ci sono stati davvero, come bontà sua riconosce il ministero, nel futuro occorre cambiare. Nel futuro, si capisce... Non ora. (Sotto, l’aumento più clamoroso riscontrato in un caso alla Snals)





Ma non è finita. Portato a casa il trionfale «tutto come prima» ministeriale concesso in contrasto con la sentenza della Corte dei conti, c’è chi tra i sindacalisti rovescia su Tito Boeri lamenti e invettive. «Boeri rischia solo di creare contenziosi che creerebbero problemi all’Inps», sbotta il segretario generale Uil Carmelo Barbagallo. Ancora più duro l’attacco di Gigi Petteni, segretario confederale della Cisl: «È normale che in un Paese in cui l’Inps dovrebbe vergognarsi di alcuni disservizi il suo presidente abbia come unico hobby quello di rompere le scatole ai sindacati?». (Sotto, l’aumento più clamoroso riscontrato in un caso alla Cgil)



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