Mediterraneo. Una storia da insegnare (parte I)

Riportiamo il seguente saggio storico (1) da:

Mostafa Hassani Idrissi, Mediterraneo. Una storia da insegnare, Novecento.org, n. 4, giugno 2015. DOI: 10.12977/nov66

Mediterraneo. Gli obiettivi di una storia da condividere

Perché questo manuale? Per quale motivo potrebbe interessare il pubblico? Molto semplicemente, il motivo è quello di colmare due ignoranze simmetriche, mostrate dall’esperienza dell’insegnamento: in generale, a causa di divisioni politiche e culturali e di uso identitario della storia, gli allievi e gli insegnanti di una riva conoscono poco e male la storia che si è svolta sull’altra riva (2), fatto che innesca la perdita di complessità della storia di una realtà, il Mediterraneo – della quale la ricerca storica ha riconosciuto forti elementi unitari risalenti alla Preistoria — che non può essere compresa fuori da un contesto unitario, che viene risalta ancora se la si inserisce nella storia mondiale. Questo significa che questo manuale supera la questione della “storia dell’altro”, per andare verso una storia condivisa, interattiva. Sia il testo che il metodo di lavoro, che ha presieduto alla sua elaborazione, non si sono limitati a mettere in evidenza gli sguardi egli uni sugli altri (dal Nord verso il Sud e all’inverso), ma a costruire, in una costante interazione, un oggetto comune, plurale e condiviso.

Al tempo stesso, attraverso un procedimento multiprospettico, l’opera non manca di affrontare, direttamente o indirettamente, due questioni: quelle degli stereotipi, spesso di origine accademica, e quella dell’essenzializzazione, che imprigiona gli individui in una identità culturale immobile. Non cerchiamo di sostituire una identità nazionale, o qualsiasi altra identità collettiva, con una identità mediterranea. «Il Mediterraneo si adatta male alle operazioni identitarie collettive; piuttosto, le rimette in gioco: proprio perché è una unità di senso storico, nel suo ruolo di crocevia economico e culturale, Il Mediterraneo non può essere instradato in una operazione collettiva, perché uno esprime – nel presente – un progetto politico, e – nel passato – vi prevale la diversità. La sua storia è plurale. In essa l’unificazione politica realizzata dai Romani, non è stata che un episodio senza conseguenze durevoli. In seguito, è soprattutto la diversità che fu accentuata dalla divisione dell’Impero, dalle “invasioni barbariche”, dal successo dell’Impero bizantino e dalla conquista araba. La storia del Mediterraneo può dunque essere insegnata in modo critico, libera da qualsiasi manipolazione identitaria, mostrandone il carattere composito e la complessità delle relazioni economiche e culturali, che l’hanno costruita nel corso dei secoli; e, in questo senso, questa storia può controbilanciare le operazioni di chiusura identitaria che sono state realizzate sulle due sponde. (3)»


Liberarsi dalla storia eurocentrica e arabo/islamocentrica

L’allargamento degli orizzonti e la moltiplicazione delle prospettive non possono che contribuire a liberarsi da una storia eurocentica o arabo/islamo-centrica. Ma, per capire l’alterità, non basta apprendere dei fatti storici sulle altre culture. Occorre stimolare il decentramento e l’apertura dello spirito, attraverso un certo numero di posture intellettuali. Dai lavori di Lawrence Kohlberg (4), noi sappiamo che la progressione nella scala dei valori e i principi dello sviluppo delle facoltà morali si poggiano largamente sullo sviluppo delle attività intellettuali: i pregiudizi e le incomprensioni si spiegano spesso con il deficit di maturità intellettuale. Il rimedio contro l’etnocentrismo non risiede solamente nel riequilibrio delle scale, entro le quali è configurata la storia scolastica. Dipende, anche (ma essenzialmente) dall’esercizio del pensiero storico (5).


Una proposta didattica concreta

Per queste ragioni, ogni capitolo di questa opera, si presenta con due aspetti distinti e complementari:

  • Una sintesi storica, scritta con uno scopo didattico, ma tenendo conto del dibattito storiografico sul Mediterraneo. Dopo l’opera magistrale di Fernand Braudel e la sua concettualizzazione dei tre tempi storici (tempo degli eventi, tempo congiunturale e tempo strutturale (6), conviene citare due altre opere, a titolo di esempio: quella di Peregrine Horden et de Nicholas Purcell (7) — che mette in risalto tre, fra le principali caratteristiche del Mediterraneo: connessione, parcellizzazione, diversità — e quella, più recente, di David Abulafia (8), centrata sullo spazio marino stesso e sui suoi principali attori: le città, i mercanti e i corsari. Questa sintesi è redatta, inoltre, con la cura di evitare tre atteggiamenti etnocentrici (9): quello di chi «ignora l’Altro», quello che «tratta bene gli altri, ma secondo i propri quadri mentali, le proprie interpretazioni» e, infine, quella che «sembra trattare degli altri, ma parla in realtà di noi».

  • Una parte didattica, forte di una serie di studi di caso, chiamati « focus ». Oltre al fatto che questi studi permettono di mettere a fuoco un certo numero di questioni affrontare rapidamente o ignorate nella sintesi storica, essi cercano di dotare gli insegnanti di uno strumento per aiutare gli allievi, a partire da un insieme di documenti, scritti o iconografici, introdotti da una problematica, a formare modo di pensare che permetta loro di svelare e di rifiutare gli stereotipi e le volgarizzazioni correnti.

  • Infine, l’opera comprende un atlante corematico, che sintetizza i principali tornanti storici, che il Mediterraneo ha conosciuto dalle origini ai nostri giorni.

Le due parti, insieme con l’atlante corematico, sono state concepite e realizzate alla luce di questa problematica generale:


« Come si è costruita, attorno al Mediterraneo, una realtà storica specifica attraverso una serie di tensioni? Tensioni fra spazi (mare e terra, Nord e Sud, Est e Ovest, centro e periferia, polo e reti, rive mediterranee e prolungamento eurasiafricano, mondo mediterraneo e mondo tout court) e tensioni fra civilizzazioni (monoteismo e politeismo, cultura e economia, apertura/scambi e chiusura/ripiegamento, connettività e conflittualità, meticciato e choc, unità e diversità, tradizione e modernità...).»


In questo modo, attraverso racconti, documenti e carte, questa opera utilizza insieme i mezzi che servono per informare non solo gli insegnanti e i formatori dei formatori, quanto piuttosto un pubblico che ha la voglia di comprendere in che cosa questo passato mediterraneo “molteplice e contraddittorio”, che “non impone nulla al presente né all’avvenire”, ci fa prendere coscienza che le genti del Mediterraneo “non hanno identità esclusive e perciò assassine, ma una pluralità di origini che costituiscono delle fondamenta comuni e condivise (10) ».

Primo periodo.
La fine di un mondo: apogeo e declino del Mediterraneo europeo (1914-1956)

Il Mediterraneo alla vigilia della Prima Guerra mondiale – Cartina fornita dall’autore



La Prima Guerra mondiale

Nel contesto della Prima Guerra mondiale, il Mediterraneo acquista un ruolo strategico da molti punti di vista. Malgrado gli sforzi spiegati dalla Francia, per inviare in Medio Oriente, dei contingenti consistenti durante la Grande Guerra, dal momento che le sue truppe erano impegnate sul territorio nazionale, i Britannici conservano una notevole superiorità militare. Essi gettano tutto il loro peso su questo fronte, al fine di rendere sicuro l’approvvigionamento del petrolio, e soprattutto, il canale di Suez, per tenere sotto controllo la rotta marittima che collega il Regno Unito al gioiello del suo impero coloniale, le Indie. Certamente, questi ruoli diversi possono spiegare le grandi campagne sul fronte del Medio Oriente, tra le quali quelle dirette a controllare lo stretto dei Dardanelli e il canale di Suez. Ma al di l degli interessi direttamente legati al Medio Oriente, l’Africa del Nord, e le colonie francesi o britanniche in generale, diventano degli importanti fornitori di uomini, inviati sui diversi fronti, specialmente francesi.

Fin dal suo ingresso in guerra, l’Impero ottomano decreta il Gjihad contro le forze dell’Intesa- Coscienti tuttavia dell’importanza dell’elemento arabo nell’armata ottomana, i Britannici scelgono di prendere contatto con l’emiro della Mecca, lo sceicco Hussein, in ragione del suo rilievo religioso. Lo scoppio di una rivolta araba potrebbe provocare la distruzione dell’armata ottomana. La corrispondenza fra lo sceicco Hussein e MacMahon, Alto Commissario britannico in Egitto, (luglio 1915-gennaio 1916) conduce a vaghe promesse relative alla costituzione di un Regno arabo, dai confini mal definiti (11). Nonostante ciò, i Britannici ottengono la sollevazione del mondo arabo nel 1916, che si traduce nella partecipazione alla guerra di truppe arabe, armate dai Britannici, a fianco dell’Intesa.

Dopo averlo mantenuto lungamente in vita, allo scopo di salvaguardare l’equilibrio europeo, Francia e Gran Bretagna decidono di mettere a morte l’«Uomo malato d’Europa». Gli accordi Sykes-Picot, conclusi nel 1916, avallano questa decisione. Essi consistono in una ripartizione in zone di influenza francese e britannica (12) sulle province arabe dell’Impero ottomano.

In virtù di quegli accordi, la Gran Bretagna si impadronisce di una vasta regione, che si stende dalle frontiere della Persia al fiume Giordano, mentre la Francia ottiene il litorale libanese e siriano insieme alla regione dei Mossoul. E, quanto alla Palestina, essa costituisce una “zona internazionale”, a causa del problema del controllo dei luoghi santi.

Il governo britannico adotta il 2 novembre 1917 un testo, firmato da lord Balfour, il ministro degli Affari esteri, indirizzato a lord Rotschild, nel quale il «Governo di Sua Maesta vede con favore lo stabilimento in Palestina di un Focolaio nazionale del popolo ebreo (13)».


La fine dell’Impero ottomano e la nuova espansione europea

Il Levante diviene, nell’immediato dopoguerra, il teatro delle rivalità fra i vincitori. Dopo il 1917, la Gran Bretagna cerca di approfittare della sua supremazia militare per imporre la sua egemonia in Oriente, anche a costo di denunciare gli accordi di Sykes-Picot (14). Feysal, terzo figlio di Hussein, che ha combattuto a fianco dei britannici, con T. E. Lawrence (Lawrence d’Arabia) come consigliere, tenta di far riconoscere la sovranità del Regno arabo sulla Siria, mentre la Francia si sforza di mantenere la sua presenza in Oriente. Dati questi nuovi rapporti di forza, Clemenceau cede la Palestina e Mossul ai Britannici, in cambio di una partecipazione allo sfruttamento del petrolio della Mesopotamia.


Feysal e Lawrence d’Arabia, tra ufficiali inglesi e arabi.

Credit: “FeisalPartyAtVersaillesCopy” by The same picture is recorded here and here. The former seems to be originating from this one and the latter seems to be sourced independently sourcing “LTA”.Transferred from fr.wikipedia to Commons by Bloodylib using CommonsHelper.

Note LTA is : Life and Times of the Late King Abdullah of Jordan, Royal Academy for Islamic Civilization Research, 1982). It is NOT the original source of this 1919 public domain photograph. Licensed under Public Domain via Wikimedia Commons

E’ in questo clima di profonde divergenze tra Francia e Gran Bretagna che si apre la Conferenza di pace di Parigi, il 18 gennaio 1919. Questa introduce nel trattato di Versailles la creazione della Società delle Nazioni (SDN). Viene istituito il «mandato», frutto di un compromesso fra gli Stati Uniti anticolonialisti, da una parte, la Francia e la Gran Bretagna dall’altra. Queste vedono affidarsi, in virtù di questo accordo, e sotto il controllo della SDN, l’amministrazione dei territori tolti agli Ottomani. Nel 1920, il trattato di Sèvres viene imposto dai governi dell’Intesa all’Impero ottomano. Grazie a questo accordo, vengono ceduti alla Grecia dei territori dell’Anatolia e della Tracia orientale, mentre l’Armenia è dichiarata libera e indipendente. Tuttavia, Mustapha Kemal, un ufficiale nazionalista, riorganizza l’esercito e riprende l’offensiva. Combatte i Francesi. In cambio della cessazione dell’aiuto turco ai siriani, il trattato di Sèvres è abbandonato e la Cilicia restituita ai turchi. Il 24 luglio 1923, il trattato di Losanna, che non contiene nessuna disposizione in favore degli Armeni scampati al genocidio (1915-1917) dispone il ritiro della Grecia dai suoi guadagni territoriali del 1920, mentre si effettua uno scambio di popolazioni fra i due paesi. L’anno successivo, il califfato ottomano è abolito e la Repubblica proclamata. La creazione delle compagnie petrolifere francesi e americane, nate dallo smembramento della Turkish Petroleum Company, è la chiave di una presenza degli Usa nel Vicino e Medio Oriente.


Negli anni 20 vengono creati gli Stati del Levante, in un contesto di incertezza francese e di deficit di strategia, relativamente alla gestione degli Stati sotto mandato. I nuovi confini politici del Medio Oriente frammentano i sentimenti identitari. Nel Libano, a dominanza cristiana, i musulmani riescono appena a trovare un loro posto. In Siria, gli Alawuiti e i Druzi sopportano male la tutela francese, dopo essere stati dominati a lungo dagli Ottomani. Non si sentono per nulla appartenenti allo Stato siriano. In Irak, la situazione non è affatto migliore. Feysal si appoggia alla comunità sunnita araba, mentre gli sciiti, che costituiscono la metà della popolazione sono esclusi dalla gestione del potere, allo stesso modo dei Curdi.

In Palestina, l’immigrazione ebrea avanza, scatenando le prime rivolte arabe. In questo modo, ad eccezione della Transgiordania, gli Stati del Levante di nuova costituzione sono eterogenei, in una regione nella quale l’appartenenza religiosa costituisce un elemento fondamentale del sentimento identitario. Dal Marocco alla Siria, il Sud e l’Est del Mediterraneo sono sotto il dominio europeo.

[...]

[fine parte I]

Note

[1] Questo intervento si basa sugli scritti degli autori di Méditerranée, une histoire à Partager. Bayard 2013, ed é consultabile al seguente link:

http://www.novecento.org/dossier/mediterraneo-contemporaneo/mediterraneo-una-storia-da-insegnare/

[2] Per un approccio comparato sullo spazio del Mediterraneo nell’insegnamento della storia nei tre paesi che si affacciano su questo mare – la Francia, il Marocco e l’Italia – vedere: Nicole Tutiaux-Guillion , Khadija Wahmi e Luigi Cajani, sotto la presidenza di Mostafa Hassani-Idrissi, Un débat croisé sur la Méditerranée dans l’enseignement de l’histoire, in Le Cartable de Clio, n° 5, 2005, p. 28-43.

[3] Ibid. p. 41. Parole di Luigi Cajani.

[4] Christian Laville, Minorités, compréhension mutuelle et usage de l’histoire, in Cahiers de Clio, n° 84, 1985, p. 28.

[5] Su questa questione vedere specialmente Nicole Lautier, Enseigner l’histoire au Lycée, Armand Colin, 1997, 149 p. Charles Heimberg, L’histoire à l’école. Modes de pensée et regard sur le monde, ESF Éditeur, 2002, 125 p. Mostafa Hassani-Idrissi, Pensée historienne et apprentissage de l’histoire, L’Harmattan, 2005, 326 p. Didier Cariou, Écrire l’histoire scolaire, Paideia, PUR, 2012, 226 p.

[6] Fernand Braudel, La Méditerranée et le monde méditerranéen à l’époque de Philippe II, Armand Colin, 1976, 2 volumes.

[7] Peregrine Horden, Nicholas Purcell, The Corrupting Sea. A Study of Mediterranean History, Oxford, Blackwell Publishers, 2000, 761 p.

[8] David Abulafia, The Great Sea. A Human History of the Mediterranean, Oxford University Press, 2011, 783 p.

[9] Henri Moniot, Sociétés et civilisations non-occidentales dans l’enseignement de l’histoire de France: portée et problèmes didactiques, XVIe Congrès international des sciences historiques, Stuttgart, août 1985.

[10] Henry Laurens, Le rêve méditerranéen, CNRS Editions, 2009, p. 62.

[11] Henry Laurens, L’Orient arabe, ibid., p. 142. Voir également Gérard Khoury, La France et l’Orient arabe, Armand Colin, 1994, p. 93-94.

[12] La Russia era stata coinvolta in queste trattative, ma non ne trasse profitto a causa della rivoluzione dell’ottobre 1917.

[13] Xavier Baron, Proche-Orient, du refus à la paix — Les documents de référence, Hachette Pluriel, 1994, p. 23.

[14] Henry Laurens, L’Orient arabe, ibid., p. 149.

[15] Marc Michel, Décolonisations et émergence du tiers monde, Hachette éducation technique, 2005, p. 68.

[16] R. Hough, The longest battle The War at Sea 1939-1945, London, Cassel & Co, 1986 (chapitre 10 “The long Struggle for the Midland Sea”).

[17] Joseph-Henri Denecheau, Jacques Giraut, et al., La Méditerranée arabe et le Proche-Orient au XXe siècle, Masson, 1976, p. 31-32.

[18] Articolo 8 del trattato di Maastricht, 1992.

[19] Bernard Rougier, Le jihad au quotidien, PUF, 2004 et Gilles Kepel, Jihad, Gallimard, Paris, 2003.


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