Mediterraneo. Una storia da insegnare (parte II)

Proseguiamo qui con la pubblicazione della seconda parte del saggio

storico (1) da Mostafa Hassani Idrissi, Mediterraneo. Una storia da insegnare, Novecento.org, n. 4, giugno 2015. DOI: 10.12977/nov66

la parte I é stata pubblicata lo scorso numero ed é recuperabile al seguente link


La spinta fascista e nazionalista nel Mediterraneo


Il periodo fra le due guerre è di grandi sconvolgimenti in Europa. Il consolidamento del regime comunista in URSS e l’arrivo al potere dei fascisti in Italia (1922) e dei nazisti in Germania (1933) provocano delle ondate di choc in Europa. In Francia, lo scontro fra fascisti e partiti di sinistra conosce il suo apogeo dopo la crisi del 1934 e conduce al Fronte Popolare del 1936. In Spagna la guerra civile fa una strage fra il 1936 e il 1939.

Nel Sud e nell’Est del Mediterraneo, l’avanzata fascista in Europa ispira molte formazioni politiche. Nuovi partiti si dotano di un’organizzazione paramilitare gerarchizzata, come le Camice Nere del Wafd egiziano (1935) o il Partito Falangista libanese (1936). Questo modello si estende fino alla Grecia, con la dittatura di Ioannis Metaxas (1936-1941), che resiste, pur tuttavia, all’invasione italiana del 1941 ma crolla, malgrado il sostegno inglese, davanti all’avanzata tedesca, a causa della superiorità militare della Wehrmacht. In Turchia, il regime Kemalista impone la sua autorità. Per quanto non abbia relazioni ideologiche col fascismo italiano o con il nazionalismo tedesco, si fonda sull’affermazione dell’identità turca, e schiaccia l’insurrezione curda nel corso del 1925. Il regime kemalista, espressione di un razionalismo laico e della forza militare, spinge la Turchia in una modernizzazione a tappe forzate.

La Grande Guerra dà origine a tre tendenze [15], che trovano la loro sorgente di ispirazione sia nell’azione del Wafd egiziano, sia nella rivoluzione kemalista, sia nella resistenza di Mohammed Ben Abdelkrim Khattabi, nel Rif marocain.


La grande svolta della Seconda Guerra mondiale

La guerra del Mediterraneo si presenta come un fronte periferico essenziale: arteria vitale per le comunicazioni e il rifornimento marittimo degli Inglesi che resistono in Africa, base di approdo degli Americani e base di partenza per la vittoria degli Alleati, contro le potenze dell’Asse. Gli sbarchi in Sicilia, in Italia e in Francia sono determinanti nella vittoria finale contro i regimi fascista e nazista [16].

La fine della Seconda Guerra mondiale segna l’inizio del declino dell’imperialismo europeo nel Mediterraneo. I nuovi equilibri internazionali, la Carta delle Nazioni Unite, gli ideali marxisti e la creazione della Lega araba nel 1945, costituiscono altrettanti elementi favorevoli per le correnti contestatrici. In Africa del Nord, i nazionalismi si organizzano, col favore di una nuova classe istruita, che si costituisce in partiti politici.



Verso l’indipendenza


In Palestina, le prime rivolte contro i movimenti sionisti cominciano nel 1921. La divisione fra le due comunità si accentua con l’accelerazione dell’immigrazione ebrea, a seguito della presa di potere da parte di Adolf Hitler, e suscita l’aumento delle tensioni, cui i Britannici tentano invano di rimediare. Le rivolte arabe riprendono alla grande. Indebolita dalla guerra, la Gran Bretagna trasmette il dossier all’ONU, nel 1947. La commissione d’inchiesta, inviata in Palestina, si spacca sull’organizzazione da dare al paese. I dibattiti all’Onu sono furiosi. Finalmente, il 29 novembre 1947, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite decide la divisione della Palestina. Gli Arabi rigettano la decisione e si apprestano a opporsi alla creazione di uno stato ebreo, in un territorio che considerano come proprio e dove costituiscono i due terzi della popolazione [17]. Il 14 maggio 1948, approfittando del ritiro delle truppe britanniche, il presidente del consiglio nazionale ebraico, David Ben Gurion, proclama la nascita dello Stato d’Israele. La delimitazione delle frontiere sarà decisa dalle armi.

Anche il Maghreb e l’Oriente si incamminano verso l’indipendenza in un contesto di guerra fredda e di tensioni internazionali crescenti.

Il Mediterraneo non è che un teatro secondario di uno scontro che si gioca essenzialmente in Europa.

Secondo periodo.
Un Mediterraneo « periferico » (dal 1956 ad oggi)

Il Mediterraneo nella guerra fredda


Per quanto l’Europa costituisca il terreno principale di scontro della guerra fredda, fino agli anni ’60, le due superpotenze si lanciano in una lotta per estendere la propria influenza nel Medio Oriente, così come accade negli altri scenari di scontro planetari. Il Mediterraneo del dopoguerra è teatro di ogni genere di conflitti. La riva Nord è divisa fra l’Ovest liberale e l’Est comunista. A Est e a Sud, si installano delle dittature, animate da ideologie e dottrine diverse. La diversità dei regimi politici del Mediterraneo costituisce uno dei principali fattori di tensione. Le economie occidentali conoscono una crescita ineguale, fondata sul settore secondario e bisognosa di notevoli risorse energetiche. Da ciò, i giacimenti di petrolio della penisola arabica, dell’Irak e della Libia, acquistano una dimensione strategica, allo stesso modo del canale di Suez e del gas naturale algerino.

In questo nuovo contesto internazionale, la rivoluzione egiziana e il nasserismo sconvolgono il paesaggio politico, dal momento che si fondano su un modello esportabile di militarismo nazionale e socialista. L’influenza di Nasser si stende dal Vicino Oriente al Marocco. La crisi di Suez, scoppiata in seguito alla nazionalizzazione della compagnia del canale nel 1056, permette a Nasser di proporsi come artefice della liberazione dei popoli arabi.


Il tempo delle guerre


La prima guerra arabo-israeliana del 1948-1949 definisce le frontiere dello Stato di Israele. Al tempo stesso, la spedizione di Suez del 1956 non modifica l’equilibrio delle forze nel Vicino Oriente, ma conferisce a Nasser la statura di leader arabo. Ma la cocente disfatta araba del 1967 porta un duro colpo al prestigio di Nasser e al suo progetto di unità araba, a causa della perdita umiliante di Gerusalemme Est, del Sinai, della Cisgiordania e del Golan. In seguito alla guerra del Kippur, nell’ottobre del 1973, l’Egitto rinuncia alla via militare. Il recupero del Sinai passerà dai negoziati di Camp David, nel 1979. L’Egitto viene allora escluso dalla Lega araba e il nazionalismo arabo vola in frantumi. La Siria è incapace di recuperare il possesso del Golan con la forza militare. Fine stratega, Hafez el-Assad cerca una carta di scambio. Il Libano, reso fragile dai dissensi confessionali e dalla presenza dell’esercito palestinese, costituisce un terreno propizio per un intervento diretto.


Il Generale Moshè Dayan, ai piedi del Muro del Pianto, durante la guerra dei Sei Giorni

– Foto di proprietà GettyImages



Le guerre libanesi


Le guerre libanesi si svolgono fra il 1975 e il 1990. Consentono a Damasco di interferire negli affari interni del suo vicino. Permettono ancora a Israele, nel 1982, di invadere la parte meridionale del Libano. Nel 1984, Israele ritira le sue truppe dal Libano, ad eccezione di una “zona di sicurezza", a sud, e lascia commettere al suo passaggio massacri fra cristiani e drusi. La guerra diventa allora confessionale. Mostra, più di ogni cosa, la divergenza identitaria fra le diverse componenti della popolazione libanese.


La costruzione europea


Sulla riva Nord del Mediterraneo, l’Europa guarisce dalle ferite della Seconda Guerra mondiale. Divisa dalla Cortina di Ferro, è il cuore della guerra fredda. L’Europa occidentale conosce una crescita economica spettacolare, sotto l’impulso del Piano Marshall, nel quadro del nuovo ordine monetario internazionale di Bretton Woods. Alla creazione della Comunità europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA) del 1951, succede la Comunità Economica Europea (CEE) del 1957 e l’Unione Europea (UE) del 1992, che comprende a tutt’oggi 28 paesi. Il suo lato Sud si estende dal Portogallo all’Italia, fino alla Croazia, alla Grecia, a Cipro e a Malta.

Malgrado i successi economici e istituzionali, l’Europa non è riuscita a costruire una politica di difesa né una politica estera comune. L’UE può fregiarsi, tuttavia, di tre grandi successi: lo sviluppo, la democrazia e l’instaurazione di una cittadinanza europea [18], primo passo verso la costruzione di un’autentica identità (pan)europea.



Il mondo arabo nel nuovo ordine mondiale


Di fronte al brillante paesaggio dell’UE, chiamato a estendersi ulteriormente, le rive Sud e Est non fanno una buona figura. Dopo la loro indipendenza, i paesi arabi sono quasi tutti precipitati nell’autoritarismo, e perfino nelle dittature. Al posto di costruire un’identità araba, i regimi di questi paesi hanno forgiato delle identità nazionali, spesso artificiali, che permettono soprattutto di giustificare la conservazione al potere di questo partito o di quel dirigente.

Repubblica islamica sciita dal 1979, l’Iran tenta, dal canto suo, negli anni ’80, di esportare la sua rivoluzione, ma incontra l’ostacolo dei paesi arabi sunniti, come l’Arabia Saudita, l’Irak, l’Egitto o la Giordania. Il suo solo successo è nel Libano, con gli Hezbollah.


Il processo di pace israelo-palestinese, iniziato a Madrid nel 1991, sotto l’egida degli Usa e dell’Urss, si conclude nel 1993 con gli accordi di Oslo. Ma l’assassinio di ’Yitzhak Rabin, nel 1994, e il fallimento dei colloqui riguardanti lo statuto definitivo dei territori occupati, innesca la ripresa dell’Intifada, il blocco dei negoziati e la deriva verso destra dell’elettorato israeliano, in una società profondamente mutata. L’unico successo del processo di Madrid è l’accordo di pace israelo-giordano del 2004.

L’insieme dei regimi (spesso autoritari) del Vicino Oriente si confronta, dagli anni ’80, con nuove forme di contestazione, nate dall’emergere di movimenti islamisti. L’islamismo è un’ideologia politico-sociale ispirata ai valori tradizionali, che si nutre del discredito delle ideologie e dei modelli occidentali.

Il paesaggio religioso e politico del mondo arabo-musulmano si è profondamente modificato nel corso di questi ultimi decenni proprio sotto l’impulso dei movimenti islamisti.

In questo nuovo ordine mondiale, la stagnazione del processo di pace e il sostegno incondizionato degli Usa a Israele moltiplicano le frustrazioni nel mondo arabo. Se gli occidentali fanno della lotta al terrorismo un punto centrale della loro politica di difesa [19], la maggior parte dei regimi arabi tentano di contenere l’emergenza delle correnti salafite (che rivendicano il ritorno all’Islam delle origini).

Mondializzazione e mutazioni in corso nei Paesi del Sud e dell’Est del Mediterraneo (PSEM)

La seconda metà del XX secolo è il teatro di grandi mutazioni culturali ed economiche. Nascono nuove istituzioni internazionali (GATT) e regionali (ASEAN). L’ultimo decennio del secolo vede l’implosione dell’Urss e la fine della guerra fredda. In questo mondo in mutazione, dove la riva nord del Mediterraneo diventa una delle aree di potenza mondiale, gli PSEM (Paesi del Sud e dell’Est del Mediterraneo) hanno realizzato, per la maggior parte, dei progressi economici evidenti, ma soffrono di handicap strutturali, quali una crescita demografica poco controllata e un pesante indebitamento. L’analfabetismo affligge, inoltre, alcuni paesi arabi, come il Marocco, l’Algeria e l’Egitto.

Le rivoluzioni che caratterizzano il mondo arabo dal 2010 rimettono in questione l’equilibrio politico regionale. Indipendentemente dall’esito di questi conflitti, occorre sottolineare due tendenze: da una parte, l’emergere di correnti politico-religiose che l’Occidente aveva temuto a lungo, come i Fratelli musulmani e i partiti fondamentalisti, che hanno preso il potere in alcuni paesi arabi, come la Tunisia o l’Egitto; dall’altra, la redistribuzione dei poli di influenza del mondo arabo, in ragione dell’indebolimento dell’Egitto e del crollo della Siria, è ancora in corso, e non permette di intravedere un nuovo ordine mediterraneo.


[Deux exemples d’études de cas (vedi: http://www.cndp.fr/mediterranee-une-histoire/epoque-contemporaine )

  1. Histoire de l’autre : regards croisés sur l’histoire d’Israël et de la Palestine au XXe siècle

  2. Le bassin méditerranéen, un espace migratoire]



Conclusioni

Con il periodo contemporaneo, la storia sembra accelerarsi nel Mediterraneo, producendo una frattura Nord-Sud di ordine demografico, economico, sociopolitico e culturale. Si moltiplicano conflitti, dovuti algli strascichi della colonizzazione e della decolonizzazione, dovuti alle controversie territoriali nei Balcani e nel bacino orientale, a causa della discordia fra Greci e Turchi, a proposito di Cipro, e fra Israeliani e Palestinesi. Si moltiplicano egualmente a causa dello scontro di idee, di credenze, di modi di vita e di ideologie in un mediterraneo circondato interamente da Stati, dalla fine del XX secolo. Il fatto è che questo spazio, geograficamente chiuso, ma culturalmente aperto, non manca di attrattiva. La sua posizione geografica, le sue vie strategiche di comunicazione, le sue risorse naturali suscitano molti appetiti. Parallelamente a questi conflitti, i tentativi degli Stati per riavvicinarsi non mancano, ma è nella società civile che si sta affermando sempre di più una coscienza mediterranea, sia per promuovere un «ideale democratico», sia per «rinforzare la cooperazione culturale e scientifica fra i paesi rivieraschi».

Note

[1] Questo intervento si basa sugli scritti degli autori di Méditerranée, une histoire à Partager. Bayard 2013.

[2] Per un approccio comparato sullo spazio del Mediterraneo nell’insegnamento della storia nei tre paesi che si affacciano su questo mare – la Francia, il Marocco e l’Italia – vedere: Nicole Tutiaux-Guillion , Khadija Wahmi e Luigi Cajani, sotto la presidenza di Mostafa Hassani-Idrissi, Un débat croisé sur la Méditerranée dans l’enseignement de l’histoire, in Le Cartable de Clio, n° 5, 2005, p. 28-43.

[3] Ibid. p. 41. Parole di Luigi Cajani.

[4] Christian Laville, Minorités, compréhension mutuelle et usage de l’histoire, in Cahiers de Clio, n° 84, 1985, p. 28.

[5] Su questa questione vedere specialmente Nicole Lautier, Enseigner l’histoire au Lycée, Armand Colin, 1997, 149 p. Charles Heimberg, L’histoire à l’école. Modes de pensée et regard sur le monde, ESF Éditeur, 2002, 125 p. Mostafa Hassani-Idrissi, Pensée historienne et apprentissage de l’histoire, L’Harmattan, 2005, 326 p. Didier Cariou, Écrire l’histoire scolaire, Paideia, PUR, 2012, 226 p.

[6] Fernand Braudel, La Méditerranée et le monde méditerranéen à l’époque de Philippe II, Armand Colin, 1976, 2 volumes.

[7] Peregrine Horden, Nicholas Purcell, The Corrupting Sea. A Study of Mediterranean History, Oxford, Blackwell Publishers, 2000, 761 p.

[8] David Abulafia, The Great Sea. A Human History of the Mediterranean, Oxford University Press, 2011, 783 p.

[9] Henri Moniot, Sociétés et civilisations non-occidentales dans l’enseignement de l’histoire de France: portée et problèmes didactiques, XVIe Congrès international des sciences historiques, Stuttgart, août 1985.

[10] Henry Laurens, Le rêve méditerranéen, CNRS Editions, 2009, p. 62.

[11] Henry Laurens, L’Orient arabe, ibid., p. 142. Voir également Gérard Khoury, La France et l’Orient arabe, Armand Colin, 1994, p. 93-94.

[12] La Russia era stata coinvolta in queste trattative, ma non ne trasse profitto a causa della rivoluzione dell’ottobre 1917.

[13] Xavier Baron, Proche-Orient, du refus à la paix — Les documents de référence, Hachette Pluriel, 1994, p. 23.

[14] Henry Laurens, L’Orient arabe, ibid., p. 149.

[15] Marc Michel, Décolonisations et émergence du tiers monde, Hachette éducation technique, 2005, p. 68.

[16] R. Hough, The longest battle The War at Sea 1939-1945, London, Cassel & Co, 1986 (chapitre 10 “The long Struggle for the Midland Sea”).

[17] Joseph-Henri Denecheau, Jacques Giraut, et al., La Méditerranée arabe et le Proche-Orient au XXe siècle, Masson, 1976, p. 31-32.

[18] Articolo 8 del trattato di Maastricht, 1992.

[19] Bernard Rougier, Le jihad au quotidien, PUF, 2004 et Gilles Kepel, Jihad, Gallimard, Paris, 2003.


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