Ultime analisi: dalla Libia alla Corea...


Il 5 luglio le truppe di Haftar hanno definitivamente conquistato Bengasi, la capitale della Cirenaica. La parte orientale libica, facente capo al Parlamento di Tobruk e con lo stesso Haftar come “braccio armato”, non riconosce ancora il Governo di Tripoli, di Al Sarraj, legittimato invece dalla Comunità internazionale. Il paese nordafricano è ancora tuttora ben lontano da una stabilizzazione politica. A occidente vi è il Governo di Al Sarraj, riconosciuto dalla Comunità internazionale e in cui l’Italia mantiene un ruolo primario. Tuttavia l’esecutivo tripolino controlla solo una parte della Libia. Vi sono le milizie islamiste attorno a Misurata, ove mantengono rapporti con la Turchia ormai indirizzatasi verso un islamismo politico, funzionale al Medio oriente, visto ormai come obiettivo primario per Erdogan, fautore dal “neo-ottomanesimo”. Comunque le milizie misuratine sono sostanzialmente alleate di al-Sarraj.

Tuttavia, alla fine di luglio, il fronte libico riceve una “scossa” politica con la decisione del Presidente francese Macron di indire un incontro a Parigi tra le parti libiche: il Presidente del governo di Accordo nazionale al-Sarraj e il capo della fazione militare della Cirenaica, Generale Haftar. Incontro che si tiene il 25 luglio. Dopo tale incontro Macron annuncia una tregua tra le fazioni ed elezioni imminenti. Il giorno successivo al-Sarraj incontra il Premier Gentiloni. Il Presidente libico chiede all’Italia un sostegno tecnico, con unità navali, atto a contrastare il traffico di esseri umani. Richiesta accettata dall’Italia e confermata dall’iter parlamentare. Il 27 luglio Macron afferma la disponibilità francese alla creazione di hotspot in Libia. Inoltre l’inquilino dell’Eliseo, afferma, se necessario, di perseguire tale politica anche senza l’Unione europea. Ma nello stesso giorno Parigi compie una parziale retromarcia su UE e tempistica riguardante gli hotspot. In ultima analisi l’approccio francese alla Libia è stato molto mediatico e poco di sostanza, visto che il summit di Parigi non ha cambiato la situazione sul campo. Diversamente per l’Italia, la quale con la missione navale, su richiesta di Tripoli, ha cominciato ad intervenire concretamente sull’instabilità del paese. I primi risultati ci sono stati con la forte limitazione di sbarchi clandestini sulle coste italiane (ridotti almeno della metà, a luglio). Dunque nello scacchiere libico è indubbio l’equilibrio fra al-Sarraj e Haftar (Tripolitania e Cirenaica). Haftar è sostenuto dal vicino Egitto. Tale sostegno ha una chiara motivazione geopolitica: l’Egitto predilige una Libia divisa, e dunque più debole, ad una unita, e quindi più forte, ai proprio confini occidentali. Egitto e Italia sono così su due posizioni diverse. Mentre in una prospettiva di medio-lungo termine è probabile la storica competizione italo-francese nell’area mediterranea. L’Italia ha un punto di forza, la propria posizione geografica, e un punto debole, la storica ingovernabilità. Confermatasi con il referendum del 4 dicembre.

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Il 4 luglio la Corea del nord ha lanciato un missile di ultima generazione nel Mar del Giappone. Da un punto di vista tecnico l’arma nordcoreana potrebbe colpire il territorio americano. Tuttavia il contesto politico della Penisola coreana è rimasto immutato rispetto all’ultima crisi diplomatica. Kim-Jong, al netto delle cicliche provocazioni, non è materialmente dannoso per nessuno visto che militarmente non pratica azioni offensive. Ciò, unito al proprio potenziale militare, mette al sicuro il regime nordcoreano. Ovviamente è determinante la posizione cinese seppur Kim-Jong riesca a sfruttare al massimo i margini di autonomia. Pechino preferisce una Corea del nord potenzialmente nucleare (a scopi difensivi) ma comunque alleata piuttosto che avere il rischio di ritrovarsi le forze americane direttamente ai propri confini, in caso di collasso del regime di Pyong Gyang dovuto ad un attacco militare convenzionale statunitense, possibile senza il deterrente nucleare di Kim-Jong. E’ da sottolineare come il 5 agosto il Consiglio di Sicurezza dell’ONU abbia approvato all’unanimità una risoluzione, proposta dagli Stati Uniti, per inasprire le sanzioni alla Corea del Nord. In questo caso vi è stata la “novità” del voto favorevole cinese. Nondimeno Pechino si pone come obiettivo le denuclearizzazione dell’intera Penisola coreana, dunque anche delle unità statunitensi in Corea del sud. Insomma, sostanzialmente l’approccio cinese verso l’alleato meridionale potrebbe cambiare solo in presenza di una ritirata americana dalla Penisola coreana, cosa improbabile.

Inoltre vi è stato un altro scambio di battute tra Kim-Jong e Trump. Il dittatore nordcoreano ha minacciato di colpire l’isola di Guam (sede di una base militare statunitense) in risposta alle precedenti minacce, del Presidente americano, verso le ambizioni nucleari di Pyong Gyang contro Washington. Tuttavia è difficile ipotizzare che il regime nordcoreano possa veramente cercare di colpire Guam. Poiché in quest’ottica sarebbe un’azione militare offensiva, legittimando di fatto la reazione americana. Ma soprattutto la Corea del nord uscirebbe dalla postura difensiva militare, finora mantenuta, e che garantisce una quasi certezza di sopravvivenza per il regime (unita al deterrente nucleare).


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