Libia, Trump e Medio Oriente





Libia, Trump all’Onu e Medioriente

Il 28 agosto incontro a Parigi sull’immigrazione tra Italia, Francia, Germania e Spagna. Inoltre vi sono presenti anche Libia (con il Presidente Al-Sarraj, riconosciuto dalla comunità internazionale), Ciad e Niger. Non invitato il Generale Haftar, “uomo forte” della Cirenaica e del Parlamento di Tobruk.

Nel summit è stata riconosciuta, all’interno dell’Unione europea, la preminenza italiana nella questione libica. Stesso discorso per la Francia per l’Africa subsahariana (area geografica storicamente affine a Parigi), focalizzandosi sui confini meridionali libici: Ciad e Niger.

Nel contesto libico tuttavia rimane un soggetto importante l’Egitto. Esso esercita una notevole influenza verso la parte orientale di questo paese (Cirenaica) con uno scopo ben preciso: mantenere un equilibrio per impedire che la Libia possa divenire un paese unito e dunque competitivo ai propri confini occidentali. Nello specifico Il Cairo sostiene il Generale Haftar, uomo a capo delle forze militari della Cirenaica. Nondimeno, dopo il determinante accordo italo-libico sulla questione immigrati, è possibile sottolineare come sia stata raggiunta una sorta di “pax” libica fra Tripoli e Tobruk. Soprattutto grazie anche alla normalizzazione dei rapporti tra Italia e Egitto. I quali appunto hanno una forte influenza rispettivamente su Tripolitania e Cirenaica. Da questo quadro, sulla situazione libica, rimane ai margini la Francia.

Grazie all’attuale esecutivo e in particolar modo al Ministro degli interni Minniti, i continui sbarchi di immigrati clandestini sulle coste italiane si sono alquanto ridotti.

Il Presidente Trump in occasione del suo esordio all’Onu (19 settembre) ha sottolineato come in primis vi siano gli interessi americani, dandogli un significato di disinteresse verso i diversi scenari mondiali, anche se in seguito ha comunque confermato l’impostazione interventista della politica estera statunitense. Insomma, nonostante un iniziale approccio “isolazionista”, l’amministrazione Trump non rinuncia ad interpretare il ruolo da “Gendarme del mondo”. D’altra parte è la stessa postura militare a stelle e strisce (presenza in Europa, Medio oriente e Estremo oriente) ad influenzare la politica della stessa.

Tralasciando la scontata e inutile invettiva contro il regime nordcoreano il Presidente Trump si è soffermato su Venezuela e Iran. Per il paese sudamericano ha sottolineato come sia importante il ristabilirsi della democrazia e della pace mentre verso la Repubblica islamica ha riferito della possibilità di recedere dagli ultimi accordi.

Nello specifico riguardavano la fine delle sanzioni della Comunità internazionale (i 5+1) in cambio della rinuncia, da parte di Teheran, allo sviluppo del programma nucleare in ambito militare. Tuttavia questo incipiente contrasto tra gli Stati Uniti e l’Iran, osservando con attenzione l’attuale contesto mediorientale, è probabile che si tratti solo di retorica e dialettica. Poiché un indebolimento iraniano significherebbe un indiretto rafforzamento per la Turchia e Ankara è l’unico paese in grado di egemonizzare la regione grazie alle proprie caratteristiche (forza militare, demografia e islamismo sunnita). L’Iran può dunque rappresentare un concreto contrappeso alla Turchia. Un Medioriente dominato da un’unica potenza “locale” vorrebbe dire la forte limitazione per una qualsiasi influenza per una potenza esterna alla regione (Usa). Indubbiamente non è da escludere un confronto diplomatico fra Washington e Teheran, in fin dei conti vantaggioso per entrambi poiché legittimerebbe tutti e due, ma è difficile ipotizzare un tentativo concreto americano di indebolimento per la Repubblica islamica, risulterebbe un favore alla Turchia.

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