Referendum per l'autonomia





Non sfugge a nessuno che il referendum indetto da Maroni e dalla sua maggioranza si presenta solo come una parte del processo che prepara la campagna del presidente in carica per le elezioni regionali, e questo è stato ancor più palesemente dimostrato dalla pervicacia con cui fino all’ultimo lo stesso ha cercato di convincere la sua maggioranza a chiudere in maniera anticipata la legislatura.

La lettura del testo poi oltre a non essere palesemente chiara, chiama gli elettori a votare su qualcosa che Maroni potrebbe fare comunque: decidere se ha il diritto o deve usufruire del diritto che la Costituzione gli dà per chiedere al Governo una diversa ripartizione delle risorse che la Regione Lombardia invia a Roma, mantenendone di più in casa.

Si lascia capire che l’obiettivo sono i 54 miliardi di euro di differenziale tra il gettito delle imposte lombarde e la quantità di denaro che ritorna, senza entrare però in un dettaglio operativo di cosa, come e dove si chiede.

Siamo quindi nell’ambito opportunista del referendum consultivo, con nessun potere di decisione o costrizione che può dal punto di vista concreto lasciare aperta una discussione istituzionale da accelerare o meno a seconda dei quadri istituzionali che il voto determini.

Se tutto questo è pur vero, il voto del 22 ottobre ha però inequivocabilmente sull’elettorato più attento fortissimi poteri evocativi su un tema come quello dell’autonomia di decisione istituzionale che, da tempo, la ripresa di una attività politica di base con “senso civico” ha risollevato e che, invece, la sinistra al Nord Italia ha sempre accuratamente evitato, quando non combattuto con miopia.

Va colto comunque che non si tratta soltanto di una mera discussione su chi sappia gestire meglio le risorse. Se vogliamo cercare anche qualcosa di più del pelo nell’uovo possiamo affermare senza tema di smentite che anche la Regione Lombardia (da 5 lustri amministrata dal centro-destra ), pur essendo sicuramente virtuosa rispetto a buona parte delle altre Regioni italiane, ha la sua bella storia di spreco di risorse e progetti non proprio brillanti: dalla Pedemontana alla Brebemi per non parlare della disastrosa gestione delle case popolari o dei deficit spaventosi di Trenord.

Su temi simili sempre nello stesso territorio il Comune di Milano a dimostrato con MM e Atm che si può fare anche della buona gestione senza grosso sforzo.

Dietro un tema a prima vista quindi di mere risorse si nasconde invece un insieme di scelte sempre più ineludibile sui livelli di governance utili per ridare fiducia nelle istituzioni alle popolazioni governate e concreti strumenti ai cittadini per indicare priorità di investimento delle risorse stesse. Risorse per altro sempre più scarse in una situazione in cui al di là dei facili ottimismi siamo lontani dai livelli economici pre 2008.

La Lombardia inoltre è una regione in cui il 75% della popolazione vive in quelle aree urbane che la stessa Unione europea indica sempre più come livello istituzionale decisivo per una più funzionale ripartizione dei poteri di governante. Poteri che lasciati in maggior parte allo Stato centrale o anche alla sola Regione finiscono per aumentare il logoramento del prestigio delle istituzioni e impedire reali processi di riforma e razionalizzazione della PA. Oltre a non favorire la possibilità di sostenere concretamente nuove idee di sviluppo, a ostacolare i processi di integrazione sociale e culturale combattendo le nuove povertà e rilanciando quei processi di formazione sui giovani e la nuova forza lavoro che soli possono invertire l’indirizzo della nostra economia e fermare il preoccupante deterioramento del nostro sistema di formazione a carattere nazionale.

Il centro di una nuova proposta civica sta qui: non tanto o solo una battaglia per le risorse, ma la ripresa di un ormai irrinunciabile processo di riorganizzazione dei livelli di potere istituzionale ricreando quel minimo di fiducia non solo nei cittadini, ma nella vita delle impresa, del lavoro e dell’associazionismo senza la quale parlare di politica con la P maiuscola in Italia è ormai impossibile.

Nel bene e nel male quindi la scadenza del 22 ottobre si caratterizza con tutte le sue contraddizioni come un momento in cui si chiede agli elettori un parere sull’apertura di un processo che non può che essere positivo e che se fai politica con vero spirito riformista non puoi eludere. Lasciare questi contenuti in mano alla sola Lega e ai 5 stelle sarebbe errore gravissimo.

Per questo non ci convincono i ragionamenti delle solite anime belle sull’astensionismo in positivo (invitare oggi l’elettorato ad astenersi su qualcosa nella situazione di sfiducia esistente è realmente irresponsabile) o peggio ancora il no da sinistra che ci riconsegna la solita immagine della sinistra italiana che fa dello status quo istituzionale il suo tratto distintivo dai tempi dell’ultimo Berlinguer.

Per questo ci sembra molto più convincente la posizione dei Sindaci civici e di sinistra lombardi che chiamano a votare sì come un primo passo per l’apertura di una lotta politica per la costruzione di reali livelli di autonomia tra Comuni, Area metropolitana e Regione innanzitutto, e Regioni e Stato centrale in seconda battuta.

Per questo a Milano eletti e militanti della lista Sala Noi Milano chiamano a votare Sì il 22 ottobre e a formare in vista del voto comitati che sappiamo dare a questo voto la giusta caratterizzazione: contro la gestione attuale della Regione ma per la costruzione di una reale autonomia e la preparazione dello scontro elettorale del 2018 per il governo della regione.


Emilio Genovesi

Coordinatore lista Beppe Sala Sindaco – Noi x Milano


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