Una nuova sanita' per la cronicita'


Negli ultimi venti anni abbiamo assistito in Italia ad un costante aumento dell’aspettativa di vita che oggi sfiora gli 80 anni, con relativa diffusione delle malattie croniche e tutto questo comporta una sempre maggiore insostenibilità per il nostro Servizio Sanitario Nazionale. Il rapporto Oasi 2016 a cura dl Cergas Bocconi rileva che la sola spesa sanitaria in Italia vale 149 miliardi (2015) di cui 115 miliardi finanziati dal SSN mentre 34 miliardi sono stati coperti da esborsi diretti delle famiglie, inoltre da quando è scoppiata la crisi, la spesa sanitaria è scesa dal 26% al 23,5% del totale dei fondi destinati al welfare. Altro dato significativo a fronte di circa 600mila fra medici e infermieri del SSN abbiamo oltre 800mila badanti ed infine su 2,5 milioni di non autosufficienti il sistema ne prende in carico appena 200mila. Oggi il Paese è diviso in due: da un parte c’è chi può pagare, tra cui gli assicurati che ormai hanno varcato la soglia dei 10 milioni, dall’altra chi ha disponibilità economiche minime e per loro sul lato dell’offerta c’è poco o nulla. Nello stesso tempo è essenziale mantenere l’attuale modello universalista per cui tutti i cittadini hanno diritto alla salute e all’accesso alla sanità, condividendo quanto espresso dall’Organizzazione Mondiale della Sanità che definisce la salute come un bene comune da tutelare sulla base dei principi della cooperazione, partecipazione e reciprocità. Come afferma il prof. Stefano Zamagni: ”Ora, l’errore che fanno in tanti è dividere gli operatori sanitari in pubblici e privati. Questo dualismo è sbagliato e fa danni, perché la sanità mutualistica (non profit) è certamente privata dal punto di vista giuridico, ma è ben diversa da quella profit. Lo schema corretto è quello composto da pubblico, privato e civile. Un settore, quest’ultimo che si muove con gli strumenti dei fondi sanitari, delle società di mutuo soccorso, delle casse di assistenza sanitaria, che appartengono al Terzo settore. Così facendo non si privatizzerebbe la sanità, come molti paventano, ma si sosterrebbe una sanità integrativa che fa dei principi di mutualità reciprocità e volontariato le proprie linee guida”.

La situazione è particolarmente critica con prospettive ulteriormente gravi che ci invitano ad analizzare come impiegare le risorse sempre più insufficienti. Come dicevamo il nostro paese detiene il record europeo per le percentuale degli ultraottantenni e l’invecchiamento porta l’aumento di patologie croniche e progressive, spesso più d’una, con le quali gli anziani convivono per un tempo sempre più lungo. Importante quanto indicato dal prof. Luca Moroni direttore Hospice di Abbiategrasso che dichiara: “Prendersi carico di chi è ammalato oggi significa superare una medicina orientata prevalentemente a fare diagnosi e terapie attive per guarire patologie di un organo; significa invece prendersi cura dei bisogni clinici, relazionali, psicologici e assistenziali di persone che non guariranno. Una persona malata, una famiglia in difficoltà a causa di una malattia inguaribile, richiama alla responsabilità delle Istituzioni Sanitarie, ma anche delle comunità locali che sole possono rispondere ai bisogni di relazione, inclusione sociale e solidarietà. In Italia le persone malate possono contare su un Terzo Settore e un volontariato sempre più preparato ed organizzato.” E’ necessario perciò superare l’organizzazione ospedale-centrista, con le sue eccellenze encomiabili nella cura delle singole patologie, incrementando le cure intermedie rafforzando il servizio sanitario domiciliare. Costruendo una rete di cure primarie e ambulatoriali che mantengono l’ammalato in casa nel suo ambiente abituale e i suoi affetti, riducendo così notevolmente i costi della degenza in ospedale (un posto letto in ospedale costa tra gli 800/1.000 euro al giorno contro i 60/70 euro per l’assistenza domiciliare) e l’inevitabile stress che questo ambiente genera.

L a Regione Lombardia da almeno due anni sta affrontando la problematica della cronicità la cui domanda annovera circa 150.000 pazienti con quattro e più patologie, 1.300.000 pazienti con 2/3 patologie e ben 1.900.000 pazienti con cronicità iniziale. Una iniziativa che si sta sviluppando, affrontando diverse difficoltà legate non solo ai notevoli fondi da impegnare, ma anche all’organizzazione del sistema riguardo al gestore della presa in carico dell’ammalato. Essenziale il pensiero del prof. Marco Noli dell’Università Cattolica di Milano riguardo all’ammalato cronico: ”Sappiamo che il paziente cronico necessita non solo e non tanto di presa in carico, ma di qualcuno che si “faccia carico”, perché la cronicità non è un evento solo clinico ma esistenziale. Infatti la domanda che porta il paziente cronico è “ che ne sarà di me visto che non posso guarire”. Questo implica non soltanto un intervento sanitario, ma il supporto di quello che si chiama welfare generativo e di comunità, che esprima vicinanza e prossimità”.

Agnesi Giovanni Milano 31/8/2017

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