Tremonti: "Banche, il rischio per l’Italia nasce dalle regole Bce su Npl e titoli di Stato»





Il rischio «molto serio» per l’Italia sul fronte bancario «arriva dal lato dell’Europa». Lo dice Giulio Tremonti (foto) in questa intervista al Sole 24 Ore, mettendo in guardia dalle regole che Bce sta preparando su Npl e titoli di Stato nei bilanci bancari. «La Bce - dice Tremonti - sta concentrando la sua attenzione sugli Npl, di cui soffrono le banche italiane, ma ignora i derivati su cui si basano tante banche europee. E perché? Dicono perché hanno i modelli matematici per gli Npl ma non per quelli per i derivati!». E sui titoli pubblici si prospetta «un metodo obliquo di sindacato per il loro impatto sui portafogli delle banche».

Ma Tremonti parla anche delle crisi bancarie, della «focalizzazione asimmetrica» delle due autorità Bankitalia e Consob e dell’indebolimento del ruolo «di raccordo» che il governo avrebbe dovuto svolgere tramite il Cicr e il Comitato per per la salvaguardia della stabilità finanziaria. Senatore Tremonti, sulle crisi bancarie stiamo assistendo a qualcosa di inedito? La storia “bancaria” italiana, dall’Unità a oggi, ha conosciuto una lunga serie di crisi bancarie, una volta si chiamavano “crack”. In questo l’Italia non ha fatto e non fa eccezione rispetto agli altri Paesi europei. Storicamente le crisi bancarie sono state gestite con strumenti eterogenei, alcuni palesi, altri occulti, a seconda dell’origine e dell’ambiente in cui le crisi si manifestavano. L’effetto finale era comunque quello di ridurre quanto più possibile gli effetti negativi sulla pubblica opinione conservando il maggior grado possibile di fiducia riducendo per quanto possibile il discredito sul sistema. Lo schema più folcloristico applicato per la gestione delle crisi bancarie è quello che corrisponde al cosiddetto «decreto Sindona», che quando fu approvato, nel 1974, fu stampato in Gazzetta Ufficiale in copia quasi unica, ora è reperibile nelle riviste scientifiche. Come funzionava questo «schema»? Lo «schema Sindona» si basava su un modello utilizzato nel primo dopoguerra per gestire le crisi bancarie che poi portarono alla creazione dell’Iri. Fu riapplicato negli anni ’80. Il «salvataggio» era operato prima identificando la banca salvatrice che acquisiva il passivo (la raccolta) della banca fallita. Dato che era fallita mancava l’attivo. Per coprire la differenza fra il passivo che c’era e l’attivo che non c’era veniva aperta dal Tesoro in favore della banca salvatrice una linea di credito a tasso agevolato. Il capitale dato a credito era investito in titoli di Stato allora ad alto rendimento. Tutto in forma riservata, sotto la linea di bilancio. Lo spread fra il tasso agevolato e il rendimento ottenuto riemergeva da sotto a sopra la linea reintegrando in forma di stock l’attivo mancante. Dopo il caso della Banca Privata italiana, da qui il nome di «decreto Sindona», c’è stata una lunghissima serie di salvataggi operati con quel modello, dal Piemonte alla Puglia alla Calabria alla Sicilia. L’ultima volta il salvataggio fu operato per legge con il Banco di Napoli. Ricordo il caso della Carimo (Cassa risparmio del Molise): l’attivo era migrato via Roma in Argentina ed era il primo caso di salvataggio operato dopo la tassazione dei titoli di Stato. Il cavaliere bianco chiedeva che l’attivo fosse after tax e non dimezzato dalla tassa. L’alternativa allo «schema Sindona», applicata su scala forse ancora più vasta, era costituita dalle acquisizioni o fusioni, imposte o suggerite dalla Banca d’Italia. Ma perché avveniva tutto questo, com’era possibile e perché gli strumenti erano più o meno occulti? Allora tutto si basava su due principi fondamentali: la sacralità della moneta, la sacralità del risparmio. La sacralità della moneta: se la Vigilanza coincide con la Zecca, non puoi mai incriminare la Vigilanza perché il popolo perde la fiducia in chi stampa la moneta. E questo è il senso dei regimi di speciale impunità riservati alla Vigilanza. L’altra sacralità era quella del risparmio, bene supremo tutelato dalla Costituzione. Per questo i crack e le crisi bancarie devono e possono essere evitati a ogni costo. Quando cambia tutto questo e perché? Tutto cambia con l’Europa, più o meno a partire dal 2000. La moneta non si stampa più in Italia e vengono quindi meno le vecchie ragioni di impunità. La divinità del mercato, sacralizzata in Europa, esclude la vecchia tipologia di intervento ormai qualificata come aiuto di Stato vietato. È per questo che cambia la legge bancaria e diventa legge per la tutela del risparmio? In termini di sistema è per questo. In termini meno di sistema e più specifici è per l’emersione degli scandali finanziari Cirio, Parmalat ecc. Per inciso scandali che anticipavano per tanti aspetti la crisi finanziaria che poi sarebbe venuta. Quando la Sec di Washington mi chiese informazioni sul caso Parmalat, conclusi dicendo che erano forse loro che dovevano prepararsi per una global Parmalat. In ogni caso, come dice il nome stesso, la legge si concentrava sul risparmio, inteso come bene pubblico fondamentale. Lo ricordo abbastanza bene perché me ne sono occupato dal lato del governo. Cosa è successo dopo quella legge? L’obiettivo politico e civile costituito dalla centralità del risparmio si basava su due aree di competenza e su una forma di coordinamento. La competenza della Banca d’Italia, la competenza della Consob, la competenza prima del Cicr, comitato interministeriale per il credito, e poi del comitato per la salvaguardia della stabilità finanziaria. Questo è un comitato istituito nel marzo del 2008 e formalizzato, è vero in termini di soft law, ma corrispondente allo schema europeo e rivelatosi essenziale. Per quanto mi risulta questi strumenti di raccordo tra autorità di vigilanza e autorità di governo sono stati sostanzialmente disattivati a partire dal 2012 e se c’è stata attività, è stata un’attività semiclandestina e poco incisiva. Questo spiega le forme di asimmetria che si sono manifestate e si manifestano con la focalizzazione sulla stabilità (si fa per dire) da una parte e sulla trasparenza (si fa per dire) dall’altra parte. È così, come nella Magna Grecia, che vediamo da una parte gli Acusmatici, che ascoltavano senza parlare, dall’altra gli Acroamatici, che parlavano senza ascoltare. Ciò che è abbastanza evidente nei reciproci scambi di accuse che si stanno sviluppando in questi giorni fra varie autorità. E i governi recenti hanno responsabilità? Tra governo e autorità si è sviluppato un intenso ma informale traffico di influenze telefoniche o forse anche fisiche. I tabulati e i passi dei vari Palazzi potrebbero darne evidenza. È stato fatto ciò che forse non doveva essere fatto, non è stato fatto quello che invece certo doveva essere fatto, cioè portare nelle sedi ufficiali e funzionali previste dalla legge tutte le casistiche di crisi potenziali o attuali. In definitiva non credo che valga la categoria quantitativa della “banchetta”. Considerando il volume delle perdite realizzate dai risparmiatori, considerando la caduta di fiducia e di immagine prodotta anche dalla mala gestio anche governativa, credo evidente che l’insieme sia quello di una crisi di sistema molto grave con effetti di caduta dell’immagine nazionale. E non è finita. Che rischi stiamo correndo? Il rischio molto serio che tante volte ho prospettato, tra l'altro anche in Senato, viene dal lato dell’Europa. La Bce sta concentrando la sua attenzione sugli Npl, questa la criticità di cui soffrono principalmente le banche italiane. Ne soffrono per una ragione molto semplice: che, pur a valle di tanti oggettivi errori, hanno comunque fatto le banche e non le bische, come negli usi di altri operatori europei che stavano sui subprime, come il giocatore di Dostojevski, e continuano a starci. Come mai la Bce insiste sugli Npl ma ignora i derivati su cui si basano tante banche europee? Pare che rispondano che hanno i modelli matematici per gli Npl ma non per quelli per i derivati! Perché non si occupano delle criticità immobiliari che affettano le banche spagnole? Perché c’è questa selettiva concentrazione sull’Italia a fronte di una selettiva disattenzione per casi diversi ma ancora più gravi pur in essere nell’area dell’euro? C’è un altro fattore di rischio e criticità che riguarda il nostro Paese. È il metodo obliquo di sindacato dei titoli pubblici per il loro impatto di portafoglio sui bilanci bancari. Eurogruppo, Ecofin, le sedi europee competenti per la valutazione sui pubblici bilanci, operano con criteri statistici e pubblici dialogando con i governi e, per questa via, con i Parlamenti. Sono queste in qualche modo forme di potere democratiche. Molto diverso il tipo di valutazione che si andrebbe a fare a Francoforte manovrando in forma misterica algoritmi indecifrabili, così trasferendo potere da sedi in qualche modo comunque democratiche in sedi comunque definibili tranne che in questo modo. Considerando che i pubblici bilanci contengono e rappresentano una quota non marginale dell’interesse nazionale, si pone la questione essenziale della forza del governo e del Parlamento che devono tutelare l’interesse nazionale. Forza che non è precisamente in essere oggi in Italia, tanto più in fase elettorale. La commissione d’inchiesta rischia di distrarci rispetto a questa priorità di difendere l’interesse nazionale? Gli inquilini attuali del Palazzo, e credo anche una quota degli inquilini futuri, tendono alla sineddocche, a scambiare una parte per il tutto, a guardare il passato ma non a valutare il futuro. © RIPRODUZIONE RISERVATA Giorgio Santilli


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