Medio Oriente ed estremo Oriente: Francia e Gran Bretagna non contano più nulla...


Il 5 giugno l’Arabia Saudita, il Bahrein, gli Emirati Arabi Uniti e l’Egitto, decidono la rottura dei rapporti diplomatici con il Qatar. La motivazione ufficiale è il sostegno di Doha a diversi gruppi islamisti (i quali destabilizzerebbero il Medio Oriente secondo i quattro paesi sopracitati) e il mantenere buoni rapporti con l’Iran. E’ da sottolineare come quindici giorni prima vi sia stato il viaggio del Presidente Trump in Arabia Saudita.

L’incontro di Ryadh, oltre a diversi accordi di natura militare-finanziaria ed energetica, è stato importante per il suo significato politico. Trump, dopo un relativo disimpegno obamiano (tuttavia senza sostanziali modifiche nella dislocazione militare statunitense nella Penisola araba), con questo viaggio ha ribadito le priorità americane in Medio Oriente: solidi rapporti con la monarchia saudita e implicito riconoscimento della stessa come soggetto di riferimento, per Washington, nella Penisola araba e nella regione.

Il rapporto saudita-americano è importante per Washington mentre è assolutamente vitale per Ryadh. In un mondo ormai multilaterale, e dunque in continuo mutamento, l’Arabia Saudita, senza il supporto politico-militare statunitense, difficilmente potrebbe mantenere sul medio-lungo termine la propria forza confrontandosi con i diversi players regionali (Turchia, Iran ed Egitto). Questi ultimi possiedono caratteristiche demografico-militari maggiormente più solide di quelle saudite.

Tradizionalmente la Penisola araba è sempre stata area di influenza saudita. Questo significava che la politica estera di Ryadh rappresentava le linee guida anche per i restanti paesi dell’area (Oman, Qatar, Bahrein, Emirati arabi uniti e Kuwait). Ciò si concretizzava nel Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC). Vi è invece da sottolineare il caso, riguardante gli ultimi anni, del Qatar.

Nel recente passato Doha ha mantenuto una certa autonomia in campo internazionale (rapporti con l’Iran, Siria, Libia ecc.) rispetto alla politica estera saudita; senza contare il canale televisivo qatariota Al Jazeera. Quest’ultimo, occupandosi dei diversi scenari esteri, amplifica a livello mediatico l’autonomia dell’emirato. Detto questo si deve anche aggiungere la recente instabilità mediorientale, con maggiori sviluppi nelle classiche dinamiche di forza di politica estera, e la rinnovata alleanza tra l’Arabia saudita e gli Stati Uniti. Probabilmente tutto questo ha portato alla dimostrazione di forza dei sauditi.

In questo nuovo contesto il piccolo Qatar (circa due milioni e mezzo di abitanti) possiede margini di manovra molto ristretti: da una parte Ryadh, sostenuta da Washington, con la sua fermezza dall’altra l’impossibilità per altri attori regionali (Turchia e Iran) di poter attivamente intervenire nella Penisola araba e offrire così una “sponda” politica a Doha.

Nella regione mediorientale si è comunque giunti ad un punto di cristallizzazione politica. Nonostante la guerra strisciante in Siria, la presa di Aleppo, ha spostato gli equilibri a favore di Assad. Il Presidente siriano dopo il “monito” missilistico americano si è sostanzialmente fermato, tuttavia in una posizione di vantaggio. L’Arabia Saudita si riconferma a guardia della Penisola araba mentre l’Iran ha il proprio universo sciita (Irak centro-meridionale, Alauiti siriani e Hezbollah in Libano). Due aree di influenza in competizione ma con margini di convivenza forzata. Resta fuori da tutto questo la Turchia.

La Turchia è l’unico paese che può cambiare l’attuale assetto mediorientale. Sia per motivazioni politiche (neottomanesimo, “usare” l’Islam come collante) ma soprattutto per le proprie potenzialità (forza militare e demografica). Non è un caso che nonostante una certa retorica Washington non abbia nessuna intenzione di indebolire Assad poiché ciò significherebbe un favore ad Ankara e in questo caso, sul medio-lungo periodo, potrebbe mettere in discussione l’attuale equilibrio della regione. Lo stesso dicasi per le affermazioni del Presidente Trump sull’Iran: mettere in difficoltà Teheran significherebbe migliorare la posizione di Erdogan. Quindi facile pensare alle parole di Trump come fini a se stesse.

Per ovvi motivo geografici le ambizioni turche non possono che indirizzarsi verso la Siria settentrionale, ma sino a quando Assad rimarrà in forze ad Aleppo, i margini di manovra turchi saranno limitati.

Circa a metà ottobre l’esercito turco ha completato l’operazione nella Siria nord-occidentale (nei pressi di Idlib). Il passo seguente è l’attacco alle forze curde (Pyd) presenti nella vicina enclave di Afrin. Nondimeno tali azioni fanno parte del passato accordo di Astana fra Iran, Russia e Turchia, sulla stabilizzazione della Siria. Infatti il 22 novembre a Sochi si è tenuto un nuovo summit fra i tre paesi in merito al paese in questione. Ribaditi gli obiettivi di pace e di stabilità.

Ai primi di novembre il Presidente Trump si recato in Asia orientale (Corea del sud, Cina, Filippine, Giappone e Vietnam). A prima vista l’incontro cruciale si è svolto a Pechino. In realtà il confronto fra le due potenze non ha mutato la situazione precedente. Pechino ha confermato di nuovo la sua impostazione: denuclearizzazione della Penisola coreana e sanzioni al regime nordcoreano. Washington invece, avrebbe privilegiato una postura maggiormente dura verso Pyongyang.

Dopo le ennesime provocazioni fra Trump e Kim-Jong, il contesto geopolitico dell’area si è cristallizzato. Di fronte all’atteggiamento razionale-difensivo di Cina e Corea del nord, gli Stati Uniti si sono quasi visti azzerati i propri margini di manovra.

In quest’area è da sottolineare come, a fine ottobre in Giappone, abbia vinto le ultime elezioni Shinzo Abe (per la terza volta Primo ministro). Quest’ultimo ha in cantiere la riforma della costituzione e nello specifico dell’articolo 9, il quale vieta a Tokyo di possedere un esercito. In questo caso si potrebbe parlare di uno spartiacque fondamentale nella politica giapponese del dopo-guerra: il “primo” riarmo giapponese dalla sconfitta del 1945. Con la Penisola coreana stabilizzatasi, potrebbe essere il Giappone, sul medio-lungo termine, a modificare gli equilibri in Asia orientale



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