IL GRANDE INGANNO GLI ABBAGLI DEGLI ECONOMISTI SULL'IMMIGRAZIONE

Il fronte di coloro che si dichiarano favorevoli all'apertura delle frontiere agli immigrati può essere distinto, a grande linee, in due poli : i solidaristici , costituiti per lo più dai cattolici ( e da credenti di altre confessioni ) e dai settori più ideologizzati della sinistra e gli economicistici,collocati nel mondo imprenditoriale, inclusi i loro organi di comunicazione (stampa , radio,web) e nell'ambiente intellettuale universitario ,soprattutto di estrazione economica. Se all'inizio del fenomeno migratorio i solidaristici invocavano l'accoglienza in nome dei principi di altruismo e misericordia col tempo , per dare più forza alla loro posizione, hanno fatto proprie le tesi degli economistici basate invece sull'assunto che l'immigrazione rappresenta l' antidoto al declino del nostro paese. Le motivazioni addotte sono quelle che sentiamo quotidianamente da molti loro esponenti: il paese invecchia la natalità è bassa e la popolazione è in calo le pensioni sono a rischio per mancanza di contribuenti i consumi ristagnano per carenza di nuova domanda ecc,ecc L'idea che si evince da questa tesi è che il destino di ogni paese è quello di crescere perennemente e che per farlo deve affidarsi ad una crescita continua della popolazione ( soprattutto giovanile ), il cui scopo è garantire una costante lievitazione dei consumi su cui poggiare la crescita economica e quindi la sostenibilità del welfare stesso. Che tali meccanismi siano stati importanti come molti altri, quali il progresso tecnico-scientifico ed il possesso di materie prime , nello sviluppo socio economico è indiscutibile; ciò che non convince è che tale processo debba o possa avere carattere perpetuo soprattutto in presenza di uno scenario mondiale ormai irreversibilmente mutato. Per quanto riguarda l'Italia, che tra i paesi più sviluppati rappresenta l'anello più debole, gli effetti che tali cambiamenti hanno già prodotto nella società sono ben noti e sono oggetto costante di dibattito dei vari osservatori . Ciò che però manca in quasi tutte queste analisi è il dovuto rilievo alla vera questione emergenziale e cioè che la nostra società si sta avviando verso un futuro in cui il lavoro diventerà sempre più difficile da creare e che la vera sfida sarà mantenere gli attuali livelli occupazionali. In altre parole il vero pericolo che corrono le nostre pensioni non è legato alla mancanza di lavoratori per coprire i posti vacanti , ma viceversa alla carenza di posti di lavoro per chi lo ha perso o per chi si appresta ad entrare nel mondo del lavoro.

Gli ultimi dati al riguardo sono piuttosto illuminanti e riguardano propria la forza lavoro : a luglio essa è ritornata a livello del 2008 , 23 milioni di unità ,un dato solo apparentemente positivo perchè il tasso di disoccupazione resta ben al di sopra dell'11% contro il 6,5 % che si registrava in quell'anno. Come si spiega questa contraddizione, che nessun economista ha evidenziato? Semplicemente perchè nel frattempo la popolazione italiana , per effetto dell'immigrazioni è cresciuta di 2 milioni. In altre parole i nuovi arrivati non sono andati a creare occupazione aggiuntiva ma ad ingrandire la platea degli inoccupati oppure a sostituire lavoratori italiani. A questo dato se ne aggiunge un altro altrettanto negativo : il PIL attuale resta inferiore a quello del 2008 del 6 % ,addirittura del 10 % se guardiamo al PIL pro capite e questo per effetto dell'aumento della popolazione. Insomma con l'immigrazione abbiamo più disoccupati e più povertà !


D'altra parte perchè dobbiamo stupirci di questa tendenza ? Da anni ormai il mondo del lavoro in Italia ( come in molti altri paesi europei) deve far i conti con fenomeni che incidono profondamente sulla sua tenuta, quali la globalizzazione economica, la modernizzazione tecnologica e l' immigrazione. Per quanto riguarda i primi due però si tratta di un processo storico del tutto irreversibile visto che il nostro paese ,come molti altri , ha costruito la sua posizione economica grazie ad essi. Ritornare al protezionismo economico , come chiedono Le Pen e Salvini, vuol dire un ritorno al passato i cui benefici ,ammesso che ve ne siano, avrebbero una durata breve, ben presto spazzati via da un nuovo ciclo depressivo. Detto ciò bisogna essere altrettanto consapevoli che i nuovi scenari che si stanno affermando in Italia non consentono grande ottimismo sul nostro futuro occupazionale . L'internazionalizzazione dell'economia e la diffusione di nuovi processi tecnologici hanno ridotto il nostro settore manifatturiero del 20 % ed altrettanto di posti di lavoro. Dal canto suo il settore terziario non sembra in grado di assorbire tutti gli esuberi essendo a sua volta soggetto agli stessi processi di ristrutturazione; si pensi ad esempio al settore creditizio che negli ultimi anni ha visto calare gli occupati di almeno il 20 % e tale emorraggia è destinata a crescere più speditamente nel prossimo decennio. Una realtà ben conosciuta nel commercio al dettaglio dove il fenomeno è iniziato da qualche decennio , quando la grande distribuzione ha rimpiazzato una quota rilevante del piccolo commercio ove si è registrato una perdita 2-3 posti ogni nuovo addetto della grande distribuzione. Adesso è quest'ultima che rischia a causa del commercio elettronico sempre più diffuso. Anche in quei settori a forte sviluppo , come il turismo , la crescita dei posti di lavoro non è stata pari al suo fatturato visto che molti suoi servizi ( come le prenotazioni alberghiere e dei voli aerei ) vengono svolti on line con basso impiego di manodopera. Insomma in ogni settore economico-produttivo il modello che si va affermando è : produrre di più con minor personale. In questo contesto appaiono patetiche le argomentazioni di molti economisti che rifacendosi ad esperienze storiche come la rivoluzione industriale , ci assicurano che ogni posto di lavoro perso in un settore obsoleto verrà più che compensato dai settori emergenti. Una scommessa che ben pochi sono disposti a sottoscrivere. Che futuro avrà dunque il lavoro in Italia? Sicuramente non facile, in cui chi avrà responsabilità di governo dovrà utilizzare tutte le opportunità che i cambiamenti del mondo produttivo offriranno , per massimizzarne le ricadute occupazionali. A tal fine un ruolo importante l'avrà la legislazione fiscale e burocratica che riguarda il lavoro in proprio, l'unico che può essere messo in campo velocemente quando entra in crisi una grande azienda od un distretto industriale.A tutt'oggi però non vedo molto diffusa questa consapevolezza nella classe dirigente. Infine prevedo che nella società del futuro si punterà sempre di più al lavoro part-time che oltre a consentire l'allargamento della base occupazionale assicurerà una vita lavorativa più lunga , unica misura efficace per garantire la sostenibilità finanziaria del nostro sistema previdenziale. In un scenario di questo tipo , così gravido di incertezze , l'unico punto fermo è che il nostro paese non ha bisogno di nuove braccia nè di nuovi cervelli . Ecco perchè ritengo surreale la posizione di coloro che vedono nell'immigrazione la risposta alla crisi del paese. Nè sembra maggiormente credibile la convinzione che gli immigrati non "rubano " il lavoro agli italiani perchè vanno a svolgere attività che quest'ultimi non fanno più. Esiste un solo lavoro dove questa affermazione è applicabile integralmente : l'assistenza domiciliare anziani in quanto questo è un impiego che offre non solo lavoro ma anche una dimora, di cui queste lavoratrici , molto spesso donne sole, hanno bisogno. Non a caso quella della badante è il caso di maggior successo dell'immigrazione come dimostra il buon consenso sociale di cui godono. Certamente altre situazioni in passato hanno beneficiato dell'apporto dei migranti , ma con il diffondersi della delocalizzazione industriale di molte realtà produttive ( come il distretto della rubinetteria a Brescia) esso si è ridimensionato fortemente e da risorsa è diventato costo sociale. Ancor più evidente è la situazione che si è registrata nell'edilizia dove la presenza di lavoratori straniera era molto diffusa. In questo campo , a partire dal 2008 hanno chiuso 100000 imprese con una perdita di posti di lavoro di 600000 unità ( - 30 % ); considerando che questo comparto è costituito dal 20 % di stranieri , si è venuto ad inaridirsi uno degli sbocchi più promettenti per chi cerca lavoro in Italia. Inoltre parliamo di un settore dove è ampiamente diffuso il lavoro nero ( ufficialmente il 20 % ) che ha trovato terreno fertile proprio nel crescente bacino di immigrati , assai più disponibili ad accettare condizioni di irregolarità. Ma il caso più eclatante in questo campo è rappresentato dal settore agricolo dove il lavoro nero è quasi la regola. L'esempio più emblematico è rappresentato dalla Calabria , la regione che vanta ( si fa per dire) il più alto tasso di disoccupazione non solo in Italia ma nell'Europa intera ( o quasi). Eppure per i lavori agricoli si fa largo impiego di manodopera straniera , una contraddizione solo apparente perchè è ben noto a tutti a quali condizioni lavorative e salariali sono sottoposti chi vi lavora. Paghe di 25-30 euro per turni di 10-12 ore in condizioni ambientali pessime! Non si può certo stigmatizzare i disoccupati calabresi se si rifiutano di accettare questo sfruttamento e forse questo caso è quello che maggiormente calza con l'affermazione che gli immigrati fanno i lavori che gli italiani rifiutano. Un ultimo esempio che dimostra come certi economisti siano portati ad avere degli abbagli con una certa facilità è la vicenda degli infermieri ; 15 anni fa molti giornali intitolavano : Senza infermieri stranieri gli ospedali italiani chiuderebbero. Sono bastati pochi anni per vedere come sono andate le cose: migliaia di candidati italiani per pochi posti di infermiere ogni volta che viene indetto un concorso. Insomma ,esaminando in dettaglio il mondo produttivo attuale è difficile ostentare ottimismo; anche i recenti dati favorevoli sul pil non si traducono automaticamente in uguale crescita occupazionale . Inoltre se vogliamo coprire il gap sul tasso di attività che esiste tra l'Italia ed il resto dell'Europa pari al 10-15 % , dovremmo prevedere una crescita dell'economia italiana ben oltre il 2 % per molti anni, un valore che neanche le previsioni più ottimistiche indicano. Ecco perchè su una questione così complessa mi aspetterei da parte degli intellettuali e del mondo accademico un attegiamento più razionale e meno idealistico ma forse chiedo troppo , quello dell'immigrazione è un tema ove i retaggi ideologici hanno il sopravvento .

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