Lavoro, lo Stato padrone è generoso (fin troppo...)

Un’ennesima mina vagante grava sui conti pubblici: le trattative in corso per il rinnovo del contratto degli statali rischiano di riaprire una voragine di spesa. Ma non c’è nessun motivo perché ciò avvenga, visto che le retribuzioni dei dipendenti pubblici sono già solidamente più alte di quelle dei privati, almeno stando a quanto si legge nel rapporto “La divergenza degli stipendi pubblici” realizzato dall’Osservatorio Cpi (Conti pubblici italiani), voluto e coordinato da Carlo Cottarelli, già commissario alla spending review e fino al mese scorso direttore esecutivo del Fondo Monetario Internazionale a Washington. È il primo rapporto sfornato dal neonato think-tank di Cottarelli, che è insediato presso la Cattolica di Milano e animato da un giovane, competente e agguerrito gruppetto di ricercatori dell’Università stessa. «In Italia le retribuzioni lorde pro capite sono state storicamente superiori rispetto a quelle del settore privato», si legge nel rapporto, che sarà pubblicato a partire da stasera sul sito dell’Osservatorio e che Affari & Finanza è in grado di anticipare. Cottarelli e i suoi collaboratori hanno analizzato analiticamente i dati Istat degli ultimi 36 anni, ovvero dal 1980 a tutto il 2016. Lo scostamento è visibile (cfr. grafici in pagina) ed è pari al 27,5% come media generale. Se i dipendenti privati, nel loro complesso, hanno guadagnato 100, quelli pubblici hanno avuto un reddito di 127,5. E con questo viene sfatato un primo luogo comune, e cioè che chi lavora per lo Stato guadagna meno di chi è impiegato in un’azienda privata. Almeno secondo questo studio, è esattamente l’opposto.

Bacino elettorale

Ci sono però delle differenze notevoli nell’analisi anno dopo anno, che coincidono realisticamente con i momenti di maggior “manica larga” da parte del potere politico verso il settore pubblico, tradizionalmente un bacino elettorale di primaria rilevanza: si pensi che i dipendenti del settore pubblico allargato (compresi cioè quelli delle società parastatali e degli enti locali ma non comprendendo le partecipate) sfiorano oggi i tre milioni e mezzo, con una riduzione di 250mila unità negli ultimi otto anni per il blocco parziale del turnover. Nel 2013, epoca in cui Cottarelli era commissario alla spending, secondo i dati della Ragioneria generale dello Stato erano per la precisione 3.232.495, cui si aggiungevano 79mila dipendenti a tempo determinato o con contratti di formazione, e circa 20mila docenti universitari a contratto o ricercatori. Nel 2015, anno di riferimento per il rapporto odierno, il numero era di pochissimo inferiore ai 3,4 milioni, quasi il 15 per cento del totale degli occupati, costituito per un terzo da scuola e università. Il monte salari, e qui sta la preoccupazione di Cottarelli e il pericolo dello scoppio della “bolla”, era nel 2015 di quasi 160 miliardi, un quinto della spesa pubblica totale al netto degli interessi, che era di 760 miliardi (gli interessi com’è noto sono molto ridotti in questi tempi di quantitative easing ma sono sempre di 40-50 miliardi l’anno). Differenziale oscillante Vediamo allora le differenze nei vari anni. Il massimo assoluto è stato raggiunto negli anni del pentapartito e del consociativismo: si pensi che fra il 1989 e il 1990, ricorda il dossier di Cottarelli, il differenziale a favore dei dipendenti pubblici salì dal 28,3 al 38,5%. «Significa che nel settore pubblico si guadagnava quasi il 40% in più», puntualizza lo stesso Cottarelli. Ancora nel 1991 la differenza era del 37,5%. A quel punto il disfacimento della prima repubblica e l’era dei primi governi tecnici (Amato e Ciampi dal ‘92 al ‘94 e poi Dini dopo una breve prima parentesi berlusconiana fra il ‘95 e il ‘96) arrestò la deriva. Nel 1995 la differenza era del 20,5%. Quindi, anche se l’anno dopo ebbe una breve impennata fino al 24,5%, la tendenza al riequilibrio si consolidò ulteriormente con i governi di centrosinistra, Prodi e D’Alema («ma soprattutto Padoa-Schioppa al Tesoro», precisa Cottarelli). Nel 1999, il minimo storico con il 19%. Poi è iniziata però di nuovo la risalita, favorita realisticamente da un atteggiamento più benigno verso il settore pubblico dei governi di centrodestra. Sta di fatto che fra il 2000 e il 2008 il divario è tornato al 33,8%. Poi con la moralizzazione del governo Monti, «e soprattuto con il blocco dei contratti pubblici», ricorda Cottarelli, una nuova inversione di tendenza fino al livello del 18,2% di fine 2016. Il “wage premium” «Erano comunque livelli immotivatamente alti, ora invece spiega Cottarelli - soprattutto perché lo stipendio pubblico incorpora una parte che non riusciamo a spiegarci, e che non sembra dovuta a differenze nella “composizione”, ad esempio parametri competenza o di livello di preparazione. Insomma, anche se ci fossero, come non è escluso, più laureati, magari più bravi, in possesso di competenze particolari, in buona parte quest’aumento di stipendio non sembrerebbe avere giustificazioni, se non un “regalo” politico o un generico favoritismo di qualsiasi natura. L’abbiamo cominciato a studiare dall’inizio degli anni 2000 ed è chiamato dagli esperti del settore wage premium, “premio salariale”». Il problema di questo “premio” non è solo italiano ma di tutta Europa, ricorda il rapporto che cita infatti uno studio della Bce che concludeva che nel periodo 2004-07 la parte del differenziale pubblico- privato non spiegabile dalle differenze di composizione (età, istruzione, sesso, ore di lavoro, settore lavorativo) era di circa 19 punti percentuali. «Visto che in quegli anni il differenziale italiano era sul 33% - spiega Cottarelli significa che oltre la metà era composta da un “wage premium”, cioè da una componente retributiva che non trovava conforto nella realtà». In seguito è sceso il differenziale ed è quindi sceso anche il “premio”, fino a un livello attuale intorno ai 4 punti sempre a favore del settore pubblico, che sarebbe peraltro in linea con quanto succede all’estero. Anche un recente studio del Fmi stimava il premium in circa il 5% nella media dei Paesi Ocse. Una spiegazione possibile a questo vantaggio apparentemente iniquo, scrive il rapporto, “sta nel maggior grado di sindacalizzazione dei lavoratori pubblici oppure nella minore esposizione alla concorrenza delle aziende pubbliche, spesso mono o oligopolistiche, rispetto a quelle private”. I contratti Fattore decisivo nella normalizzazione della situazione italiana, o almeno nel suo adeguamento agli standard europei, scrive il dossier, è stato sicuramente il blocco dei contratti pubblici degli ultimi dieci anni. «Senonché - dice Cottarelli - ora la contrattazione è ripresa, il governo ha messo a disposizione diversi miliardi e ci si aspetta che gli enti locali aggiungano qualcosa, e c’è il rischio di invertire ancora una volta il senso di marcia riportando il premio dei salari pubblici rispetto a quelli privati sui valori anomali registrati in passato, con pesanti conseguenze sulla contabilità di Stato». È questo il punto politicamente più qualificante del rapporto: «Il blocco dei contratti ha eliminato lo squilibrio fra retribuzioni pubbliche e private esistente storicamente nel nostro Paese. Di questo - si legge nel rapporto - bisognerà tener conto nei prossimi rinnovi contrattuali adeguando gli aumenti concessi a effettivi aumenti di produttività. “Vale la pena di sottolineare - scrive ancora il dossier - che queste conclusioni valgono per la media delle pubbliche amministrazioni, non necessariamente per specifici settori. All’interno della P.A. stessa esistono infatti discrepanze retribuite spesso non giustificate da differenze nelle attività svolte”. I dirigenti Dove non c’è bisogno di sofisticate elaborazioni per capire che siamo di fronte a un’ingiustizia dannosissima per le finanze statali, è nel capitolo sulla dirigenza, che secondo il rapporto Cottarelli è quello dove più si potrebbe recuperare economicità. Nel dossiere si mette a confronto l’Italia con gli altri tre principali Paesi europei (Francia, Germania, Uk): per tutte le situazioni i dirigenti pubblici italiani guadagnano più del loro equivalente estero, nel caso dei dirigenti apicali quasi il doppio della media Ocse e in quello dei dirigenti di prima fascia due terzi in più. Insomma, come si legge nel dossier, “gli stipendi dei dirigenti restano significativamente più elevati di quelli degli altri principali Paesi europei”.E questo nonostante il tetto dei 240mila euro introdotti nell’aprile 2014 («del quale anche io fui vittima quand’ero commissario», sorride Cottarelli). L’eccesso di retribuzione dei dirigenti italiani rispetto ai colleghi dei tre Paesi europei (vedere tabella) si attesta in media al 65% per gli apicali, al 96 per i dirigenti di prima fascia, al 18 per uqelli di seconda con funzioni di coordinamento. Anche qui ci sarebbe tanto da recuperare con sicuri benefici per la finanza pubblica.





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