Maroni "lascia ma resta a disposizione". Incredibile ma vero.


Il cursus honorum...

Maroni il "Talleyrand nordista”, equilibrista ineccepibile, solo sfiorato da giudici micragnosi, uomo capace di sopportare Bossi per due decenni e più, sempre pronto a rivendicare le ragioni della sua vocazione lombarda, ma perfetto come nessuno per reggere l’impatto con la feroce morbidezza romana... Maroni è un soldato pronto a metterci la faccia quando serve (lo ha ribadito anche oggi). Maroni che da sempre è tra Silvio e Umberto, è stato l'unico a non finire stritolato dai disastri del centrodestra.

Torniamo al drammatico autunno del ‘94. Bossi si lascia convincere da Scalfaro (e da Borrelli): Berlusconi è trafitto politicamente e la Lega deve abbandonarlo al suo destino. Maroni è ministro dell’Interno da pochi mesi e compie il primo dei suoi tanti capolavori di equilibrismo: sceglie di stare con il Cavaliere ma senza rompere con Bossi (a parte qualche mese di rapporti gelidi). I fatti gli danno ragione e mese dopo mese, anno dopo anno, Silvio e Umberto tornano amici e nel 2001 vincono insieme le elezioni. Maroni è leghista, federalista, a tratti autonomista. Però siede sulla poltrona di ministro dell’Interno (2008-2011) con la naturalezza con cui Bolt corre verso il traguardo, guidando il ministero più centralista che c’è nella Repubblica (con i suoi prefetti che sono i nemici giurati di leghisti piccoli e grandi in tutte le province del nord). Roma lo accoglie e lo venera, con quella sua ruffiana capacità di far sentire tutti a casa senza dare la cittadinanza a nessuno. Lui sta al gioco e conosce tutto e tutti, mettendo piede nei ristoranti e nei salotti. Ci va, con moderazione, senza averne paura ma senza farsi fagocitare, presente il giusto, presenzialista mai. Gioca di tacco e punta: non vende l’anima al diavolo, non resta fuori dai giochi.

I tre anni del Viminale sono il suo capolavoro: quel Palazzo, che tutti pesa al grammo e tutti passa ai raggi X, lo ricorda con stima e rispetto, mentre di solito fa poltiglia di quasi tutti gli inquilini.

Dopo cinque anni da governatore molla il colpo, sorprendendo molti. Lo fa in sintonia con il Cavaliere, un po’ meno con Salvini, ma anche qui senza rompere con il suo segretario, che infatti fatica a trovare parole di critica (che vorrebbe tanto pronunciare). Molla il colpo senza nulla chiedere, sapendo però che molto probabilmente ci sarà bisogno di lui, perché governare non è un mestiere che s’improvvisa. Dal 5 marzo ci sarà da fare un governo e non sarà una passeggiata di salute. Adesso Maroni è più forte che mai, proprio come quelli che sanno fare un passo indietro per poterne fare due avanti.

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Credo che il candidato del centrodestra per la Lombardia sarà Attilio Fontana. Salvini lo ha indicato, noi abbiamo chiesto di fare dei sondaggi che hanno dato esito positivo per il nome indicato dalla Lega». La conferma arriva da Silvio Berlusconi, intervistato stamani a Radio_anch'io dopo il passo indietro da parte di Roberto Maroni.

A riaprire la partita della leadership tra Forza Italia e il Carroccio è stata la mossa a sorpresa del governatore nella corsa al Pirellone, che ha complicato i giochi soprattutto dal lato di Matteo Salvini. Ma molti segnali raccolti già nella giornata di ieri indicavano un rapido raffreddamento delle tensioni con il placet del Cavaliere al nome dell’ex sindaco di Varese («non c'è nessuna azione partita da Forza Italia sul passo indietro di Maroni in Lombardia: "... è stata una sua scelta personale e ribadisco che per lui non ci sono ipotesi di ingresso in un futuro governo del centrodestra», assicura ancora una volta Berlusconi.



«Abolirò Jobs act, ha spinto solo contratti provvisori» Intanto, se vincerà le elezioni, Silvio Berlusconi annuncia di voler cancellare il Jobs act. «Lo abolisco perché è stata solo un'iniezione per i contratti provvisori. Su dieci contratti otto sono stati temporanei». In special modo sull'occupazione giovanile «si tratta di lavoro a termine. Il Jobs act a gennaio finirà e si esaurirà la sua azione». Più tardi una nota diffusa dalla segreteria del presidente di Forza Italia corregge il tiro delle dichiarazioni della mattina. «Le parole del presidente Berlusconi sul Jobs act sono state parzialmente fraintese. Il presidente, intervenendo questa mattina alla trasmissione Radio Anch'io, si è limitato a constatare che il Jobs Act è sostanzialmente fallito, perché non ha indotto le imprese a creare occupazione stabile, ma quasi esclusivamente lavoro precario. In ogni caso, è una norma che sta esaurendo i suoi effetti». Per concludere: «Quando saremo al governo non torneremo naturalmente al regime precedente, ma introdurremo strumenti più efficaci del Jobs act per correggerne gli effetti distorsivi e incentivare le imprese a creare lavoro stabile».

«Pensioni, non è giusto lo scatto immediato dell’età» Parlando della legge Fornero il leader azzurro ragiona sugli spazi di modifica che ha in mente, limitati ad alcuni aspetti della norma. «Elimineremo i provvedimenti che riteniamo iniqui. Per esempio siamo d'accordo che l'età pensionabile sia legata all'aspettativa di vita, ma non riteniamo giusto farlo immediatamente quando la gente ha già fatto progetti di vita. Quindi cambieremo quello che è giusto cambiare». Sul lavoro e in generale i risultati dell’azione di governo degli ultimi anni la critica è netta. «Prendo atto che la campagna elettorale spinga gli avversari a cambiare il loro modo di comunicare, con stupidaggini che non vale la pena di commentare. In realtà è la sinistra che ha lasciato in eredità una disoccupazione più alta, una pressione fiscale più alta e un numero di migranti più alto, non so come possano accusare il mio governo».

«Faremo flat tax, aliquote non superiori alle minori di oggi» Confermate poi da Berlusconi le proposte fiscali in caso di successo alle urne. «Faremo la flat tax: pagare meno, pagare tutti. Si tratta di un sistema di grande semplicità con aliquote che non saranno superiori a quelle minori che ci sono oggi. È un sistema che ha portato molti vantaggi dove è stato realizzato. Negli Stati Uniti ha fatto aumentare le entrate e ha abbattuto l'evasione fiscale».

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