Meno tasse e reddito minimo: M5S bifronte




Fisco modello Trump per convincere il Nord produttivo - Resistono le misure anti-povertà

Da «onestà, onestà, onestà» a «competenza ed esperienza». Dal «qui da noi gli indagati non si candidano» (Luigi Di Maio, 2014) al lasciapassare nelle liste anche per chi è coinvolto in procedimenti penali, ma per reati minori che non ledano l’immagine del Movimento. Dalle parole d’ordine del 2013 dell’ambiente, dell’acqua pubblica e dell’Europa matrigna a quelle della campagna 2018: fisco modello Trump, che sostenga il ceto medio e il Nord produttivo dove Di Maio sta andando a caccia di voti, «smart nation», un’Italia che scommetta sull’innovazione e abbatta il peso della burocrazia, referendum per l’addio all’euro come «ultima ratio» e non più come priorità. Con un unico trait d’union tra passato e presente: quel reddito di cittadinanza che fa presa nelle aree disagiate del Paese, proposta di cui il M5S vanta la primogenitura rispetto a chi, da ultimo Silvio Berlusconi, promette misure anti-povertà. I toni barricaderi e i “vaffa” sono un ricordo. Il 2017 dei grillini si chiude con il poker di novità annunciate ieri sul blog da Di Maio (nuova associazione con sede a Roma e uno statuto vero e proprio, organigramma, codice etico e regolamento per la selezione dei candidati alle elezioni del 4 marzo) e con il controdiscorso di fine anno diffuso da Beppe Grillo sul web con un video. Qui la visione generale del cofondatore del Movimento, che resta nel ruolo di garante (la sola carica a tempo indeterminato, che diventerà elettiva), là le novità sostanziali che cambiano pelle al M5S. L’orizzontalità lascia il passo a una struttura più verticistica, pure se Davide Casaleggio assicura: «Non siamo un partito». Il capo politico Di Maio (figura che in futuro sarà eletta dagli iscritti in rete per cinque anni, rinnovabili fino a dieci) ha l’ultima parola sulle candidature per le politiche, nonché il potere di scegliere i volti nei collegi uninominali, di concerto con Grillo, tra coloro che avanzeranno la candidatura entro il 3 gennaio. Le parlamentarie, a metà mese, di fatto serviranno esclusivamente a designare i candidati nelle liste proporzionali. I big avranno la “bis-candidatura” nel collegio e nel listino collegato. Dall’impalcatura giuridica ridisegnata i Cinque Stelle sperano di ricavare un doppio risultato: arginare le grane giudiziarie (sempre che dalla rottamazione della vecchia omonima associazione del 2009, che però resta in piedi, e dall’uso del simbolo non ne derivino di nuove)e selezionare il più possibile le new entry in Parlamento. Esigenza cruciale per evitare di ripetere il copione di questa legislatura, con ben 40 parlamentari persi. È il nuovo codice etico a imporre il vincolo di mandato vietato dalla Costituzione. Per esempio quando obbliga gli eletti a «votare la fiducia, ogni qualvolta ciò si renda necessario, ai governi presieduti da un presidente del Consiglio espressione del M5S». O quando prevede una penale di 100mila euro per gli espulsi (che dovranno dimettersi dalla carica) e i «voltagabbana». Il ricambio sarà forte, anche se si confida nella riconferma di più della metà degli uscenti. I pentastellati stimano che i seggi passeranno dagli attuali 123 a 250-300, di cui 150-170 alla Camera (40-60 dai collegi uninominali). L’esigenza di fedeltà aumenta, insieme a quella di scrollarsi di dosso l’etichetta di improvvisati senza qualità, che il caso della giunta Raggi a Roma non ha aiutato a rimuovere. Da qui l’insistenza di Di Maio sui «competenti», perché «è ora di pensare in grande». La metamorfosi del M5S è rafforzata da un’altra novità eclatante: sparisce per gli eletti l’obbligo a non associarsi con altri partiti o gruppi, presente nel codice del 2013 e ora sostituito dal dovere di «compiere ogni atto funzionale all’attuazione e realizzazione del programma del M5S». In controluce c’è la strategia di Di Maio e Casaleggio: puntare a diventare il primo partito (il 35% è l’obiettivo del candidato premier) per lanciare, la sera del voto, un appello alle altre forze e proporre un’intesa sui programmi da presentare al presidente Mattarella durante le consultazioni. Prima delle urne nessun cenno alle alleanze, anzi la rivendicazione della «chiarezza contro le ammucchiate». Dopo, tutto è possibile. Buona parte dei grillini aspetta il risultato di Liberi e Uguali di Pietro Grasso per sondare la fattibilità di un asse a sinistra. Ma l’ipotesi Lega resta. Certo è che l’avversario principe non è più il Pd di Renzi, ma proprio il centrodestra il cui radicamento al Nord si tenta di insidiare, non senza difficoltà (non giova l’ostilità al Jobs Act). Le promesse? Una manovra choc per abbassare le tasse sulle imprese attingendo anche a risorse in deficit. Una riforma Irpef per alleggerire il ceto medio. E un pacchetto di semplificazioni, con il progetto delle «400 leggi da abolire». Molta della agognata credibilità si giocherà sulla squadra di governo. I corteggiamenti a nomi di peso (magistrati, economisti e “uomini di Stato”) sono aperti.



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