Breve rassegna geopolitica fra vicino-oriente, lontano-oriente ed Europa...


Ai primi di dicembre il Presidente Trump ha deciso di spostare l’ambasciata americana in Israele direttamente a Gerusalemme. Questa decisione, non ancora messa in pratica, ha suscitato forti reazioni nel mondo mediorientale. Ovviamente in primis da parte dell’ANP (autorità nazionale palestinese) guidata da Abu Mazen, seguita dal presidente turco Erdogan e via via il resto dei paesi della regione. Maggiormente distaccata la reazione dall’Arabia Saudita e del resto degli Stati della penisola araba (escluso il Qatar).


La mossa statunitense, al netto della sua reale concretizzazione, è una mera provocazione. Attualmente Washington è ai margini politici del Medio oriente e le parole di Trump sono da osservare in tale ottica: un recupero, parziale, della centralità americana nella regione. Tuttavia senza un intervento diretto sul campo gli Stati Uniti non possono incidere sulle dinamiche regionali. Da un punto di vista squisitamente militare gli Usa possiedono il potenziale per intervenire ma a Washington l’opinione pubblica ha una propria rilevanza (diversamente dal resto del mondo). Dopo l’avventura irakena del 2003, avviata con delle prove poi rivelatesi false e con un costante logoramento di uomini e mezzi, l’opinione pubblica americana difficilmente potrebbe accettarne un’altra senza una chiara giustificazione e una netta motivazione.

I confini del Medio Oriente dopo la Prima Guerra Mondiale (accordi anglo-francesi del 1916)

In questo contesto di fatto bloccato, in cui le grandi potenze globali non possono né vogliono intervenire in maniera sostanziale, la Turchia sta cercando di approfittarne perseverando nella sua politica - mirante ad instaurare un “neo-ottomanesimo” basato sulla sua predominanza regionale economica e militare. Il Presidente Erdogan il 13 dicembre ha convocato il vertice straordinario dell’Organizzazione della cooperazione islamica, in cui ha affermato che pure la Turchia aprirà la sua ambasciata a Gerusalemme (est): un’evidente risposta alla mossa statunitense. In ciò Ankara è sostenuta dai paesi mediorientali, anche se ci sono diversi approcci alla questione. L’Arabia Saudita, e i restanti paesi della penisola araba (eccetto il Qatar), ha mantenuto un basso profilo vista la sua dipendenza militare dagli USA.

Nel frattempo la stessa Turchia ha dato inizio all’operazione militare nei pressi di Afrin (Siria nord occidentale), contro l’Ypg (Unità di protezione del popolo curdo), stanziato in Irak settentrionale. Questi ultimi rappresenteranno problemi di confine (che si trascinano dall'implosione dell'impero ottomano, quindi da ormai 100 anni, cfr. mappa sopra) di non facile risoluzione per Ankara. A farne le spese saranno come sempre i più deboli, verosimilmente, cioè i curdi-siriani presenti nella Siria del nord-ovest. L’azione militare rientra nell'accordo precedente tra Iran, Turchia e Russia in merito alla sicurezza, e alla divisione in aree di influenza, della Siria. Concretamente parlando per Erdogan ciò serve a mettere in sicurezza i confini meridionali. D’altra parte il grosso dei curdi-siriani è localizzato nella Siria nord-orientale, senza contare il territorio storico del Kurdistan.

L'Iran e il clan alauita di Assad sono d'altronde di fronte a un bivio: venire incontro alle richieste dell’avversario attuale (i curdi), ovvero prevedere di concedere anche di più a quello di un quanto mai prossimo futuro (la Turchia). Senza escludere la via più comoda, ma probabilmente fatale: continuare a stare a guardare, nella speranza che l'equilibrio (instabile) attuale non muti. Ma raramente la storia concede questa alternativa per molto tempo...



Lo scacchiere geopolitico Asia-Pacifico

In Asia orientale è da rilevare una parziale distensione politica fra le due Coree. Si è tenuto un dialogo tra i due paesi, in un villaggio di confine. Vi sarà la presenza di atleti nordcoreani alle olimpiadi invernali che si terranno, in febbraio, a Pyeongchang, città della Corea del sud. Inoltre si è deciso di riaprire la “linea rossa” di comunicazione militare tra i due stati. E’ una conseguenza della vittoria politico-diplomatica del dittatore Kim-Jong, nella recente disputa con gli Stati Uniti guidati dal Presidente Trump. Il regime nordcoreano, libero appunto da altre preoccupazioni, riesce così a concentrarsi sul proprio vicino senza l’assillo di altre potenze e in questo modo guadagna margini di manovra nella regione, anche verso il proprio ingombrante alleato cinese. Tuttavia è bene ricordare come la stessa Cina complessivamente di fatto non ostacoli le mosse del dittatore nordcoreano.


In Europa è da rilevare l’attivismo del Presidente Macron: bilaterali con Gentiloni, May ed Erdogan, senza dimenticare il rapporto, di maggior rilevanza rispetto agli altri, con la Germania. La vivacità francese è comunque da collegare alla momentanea assenza tedesca dalla politica internazionale viste le articolate trattative per garantire un governo di grande coalizione (il socialdemocratico Schulz ha dovuto contraddire le sue precedenti affermazioni su una possibile coabitazione SPD con la CDU/CSU).

Non a caso, a fine gennaio, i parlamenti di Germania e Francia discuteranno su una maggiore integrazione. Tuttavia, sul lungo periodo, è difficile ipotizzare costanti buone relazioni tra due paesi storicamente gelosi delle proprie prerogative.

Da sottolineare anche le imminenti elezioni italiane. In Italia per la prima volta durante una campagna elettorale, l’Agcom ha ritenuto opportuno estendere la par-condicio anche ai giornalisti.


Politicamente parlando è da rilevare la diffusa richiesta di autonomia da parte delle regioni (Piemonte, Emilia-Romagna, Lombardia, Veneto e Puglia) in presenza di uno Stato debole. Questo combinato (periferie forti, centro debole) non può che indebolire l’Italia sullo scacchiere internazionale e far sì che diventi semplice terreno di scontro fra le potenze regionali: Francia e Germania



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