3 marzo 1918. L'Utopia: la Russia dalla rivoluzione d'ottobre alla pace di Brest-Litovsk


Ogni popolo ha il diritto di decidere sulla propria appartenenza o meno a uno Stato e sul proprio regime politico: ne consegue che un popolo non può essere assoggettato alla sovranità di uno Stato contro la propria volontà, mentre può ottenere l’indipendenza come Stato separato o distaccarsi da uno Stato per aggregarsi a un altro. Questo principio comporta, inoltre, la libertà per ogni popolo di scegliere il proprio regime politico ed economico

Questo era il principio dell’autoderminazione dei popoli che già si era affermato in Europa da alcuni decenni: era tanto caro al presidente americano idealista Wilson, e fu comunque un pilastro del trattato di Versailles alla fine della Grande Guerra.


Diritto all'autodeterminazione dei popoli

Applicando alla Russia stessa ciò che richiedeva formalmente a tutti i paesi europei, il governo sovietico il 5 novembre 1917 emanò un decreto (firmato dal commissario del popolo, Stalin e da Lenin) valido immediatamente, in cui si proclamava:

1) Uguaglianza e sovranità di tutti i popoli della Russia (dagli Urali al Pacifico)

2) Diritto dei popoli della Russia alla libera autodeterminazione, fino alla separazione e alla costituzione di uno Stato indipendente

3) Soppressione di tutti i privilegi e di tutte le limitazioni religiose nazionali

4) Libero sviluppo delle minoranze nazionali e dei gruppi etnici abitanti sul territorio della Russia.

Come diretta conseguenza, la Finlandia proclama la propria indipendenza già il 6 dicembre 1917 ad opera dei partiti della borghesia agraria, nonostante la resistenza armata dei comunisti finlandesi ben radicati nelle città industriali nel sud del paese e fedeli all’ internazionalismo proletario. La guerra civile provocò alcune decine di migliaia di morti e durò ben due anni.

La Lituania otterrà l’indipendenza il 12 luglio 1920 dopo una guerra civile in cui “l’esercito tedesco ormai in ritirata supportava i lituani nazionalisti, i sovietici supportavano i lituani comunisti ed i polacchi combattevano contro tutti...”

La Lettonia otterrà l’indipendenza l’11 agosto 1920 dopo una guerra civile tra nazionalisti lettoni contro i tedesco-baltici ed infine contro i bolscevichi locali appoggiati dall’Armata Rossa.

L’Estonia combatté la sua guerra di indipendenza contro l’Armata Rossa che invase il paese alla fine del 1918 ed installò un governo fantoccio, sedicente ”La comunità dei lavoratori estoni”. Con l’appoggio delle nazioni scandinave e della Gran Bretagna (che inviò una squadra della Royal Navy) l’Armata rossa fu respinta, anche perché seriamente impegnata nello sconfiggere i “ controrivoluzionari bianchi” in casa propria per tutto il 1919. Si giunse alla firma del trattato di pace a Tartu il 2 febbario 1920 con il riconoscimento dell’indipendenza. L’ Ucraina proclama l’indipendenza contro la decisa ostilità dei bolscevichi russi il 22 gennaio 1918 (mentre erano in corso i negoziati per il trattato di pace) e firma una pace separata con le potenze centrali. Il Paese si spacca in due: ad ovest i filo austriaci, i borghesi (i piccoli e grandi proprietari terrieri) ad est i filorussi, (minatori, operai, contadini) che con l’aiuto dell’Armata Rossa riconquisteranno a varie riprese il Paese in due anni di sanguinosissima guerra civile.

La Polonia, (quell’insieme di territori occupati prima della guerra dai russi, dagli austriaci e dai tedeschi e abitati da una popolazione coesa di religione cattolica, resa omogenea dalla lingua e dalla storia) proclama l’indipendenza l'11 novembre 1918, lo stesso giorno della firma della resa delle Germania; insensibile alle sirene della rivoluzione marxista internazionalista si compatterà sotto l’egida nazionalista faticosamente riconquistata e combatterà contro l’Armata Rossa con successo per riaffermare la sua indipendenza.


In questi stati la popolazione locale conviveva da anni con varie popolazioni di origine russa, polacca e tedesca, e la guerra di indipendenza era principalmente supportata dal principale gruppo etnico. La novità di queste guerre civili consisteva nel fatto che le due fazioni contrapposte si schierarono sui principi di divisione di classe. Da una parte i nazionalisti borghesi (appoggiati da Francia, USA e Gran Bretagna) dall’altra gli internazionalisti proletari fedeli al sogno di una rivoluzione socialista. In Russia vi era la certezza di essere le 'avanguardie della rivoluzione'. Quella vera doveva però scoppiare in Germania, laddove il proletariato era la maggioranza della popolazione ed il più avanzato culturalmente. La Germania era allora il Paese più industrializzato in Europa, eccettuato il Regno Unito.

Si sostiene spesso che il governo sovietico concedesse l'indipendenza ai popoli a costi limitati, perché non occupava più questi territori a causa dell'avanzata tedesca ed inoltre la Germania era allo stremo, ma di fatto anche dopo la resa germanica questi Stati furono riconosciuti e ed il governo sovietico abolì ogni discriminazione sulla base delle nazionalità e della religione. Furono creati 5 stati indipendenti e all'interno della Federazione Russa furono istituite 17 repubbliche e regioni autonome.


Eguaglianza giuridica tra cittadini e tra uomini e donne
Il governo sovietico prese tutte le misure democratiche radicali nel campo politico, garantendo uguaglianza formale di tutti i cittadini. Gli ordini (nobiltà, clero, ecc) ed i privilegi ad essi collegati furono aboliti, e così pure tutti i titoli nobiliari e qualifiche. I beni di questi privilegiati furono immediatamente confiscati. Il decreto del 23 gennaio 1918 segna la separazione tra Chiesa e Stato. La legge dà esattamente gli stessi diritti alle donne e agli uomini, incluso il diritto di voto e piena uguaglianza di diritti nel matrimonio e il divorzio. Come ha spiegato un legislatore, il matrimonio "deve cessare di essere una gabbia in cui marito e moglie vivono come detenuti". La discriminazione contro i bambini illegittimi fu stata interrotta nel dicembre 1917 e l'aborto fu legalizzato nel 1920. Inoltre, l'omosessualità fu depenalizzata nel 1922.

Repressione politica, Elezioni ed annullamento del parlamento.

Nel novembre del 1917 si tennero le elezioni per l’Assemblea Costituente, a suffragio universale e a scrutinio segreto, che erano già state indette da Kerensky. Il partito bolscevico, con il 23,9% dei voti (ottenuto nelle grandi città), fu messo in minoranza da quello social-rivoluzionario, con il 40% dei consensi ottenuto nelle zone rurali; il partito Cadetto prese il 4,7%, i menscevichi il 2,3%.

Quando la Costituente il 5 gennaio 1918 si riunì si rifiutò di riconoscere “la dichiarazione dei diritti dei lavoratori” che avrebbe avallato tutto l’operato fino ad allora dai bolscevichi, ed addirittura reclamò di essere l’unica autorità suprema di tutte le Russie. I bolscevichi abbandonarono l’aula parlamentare e la Costituente fu fatta sciogliere con la forza il giorno successivo al suo insediamento da Lenin. Con tale atto si concretizzava, secondo Lenin, la dittatura del proletariato, prevista dallo stesso Marx, come necessaria fase di transizione alla società comunista...


La vittoria e l’affermazione della rivoluzione è il primo obiettivo. I bolscevichi cercano di ridurre per via negoziale tutte le rivolte, anche armate (i soldati hanno l'ordine di non sparare mai per primi). I bolscevichi intendono dimostrare a tutti che non vogliono la guerra civile. Ufficiali catturati e junkers, e persino generali come Krasnov, vengono subito rilasciati contro la loro parola di non prendere le armi contro i soviet. Ma la maggior parte, a malapena rilasciata, tradisce la parola data e addestrerà i quadri dell'esercito bianco nei mesi successivi.

Il decreto sull'arresto dei leader della guerra civile contro la rivoluzione (Pravda, n ° 23, 12 dicembre (ns) 1917) afferma che "I membri degli organi direttivi del partito cadetto sono suscettibili di essere arrestati e portati davanti al tribunali rivoluzionari".

I bolscevichi attuano insomma quello che Marx aveva chiamato la dittatura del proletariato. Lo scioglimento della costituente, alimentò la reazione antibolscevica da parte di alcuni gruppi della rivoluzione del febbraio 1917, menscevichi e social-rivoluzionari, ma soprattutto da parte delle armate controrivoluzionarie “bianche” (dal colore delle giubbe dei cosacchi), organizzate da ex ufficiali dello zar. Si ebbe così un periodo di sanguinosa guerra civile, combattuta tra il 1917 e il 1919 soprattutto nella zona del Don, in Ucraina e lungo la linea ferroviaria transiberiana, grazie all'appoggio delle potenze occidentali (Gran Bretagna, Francia, USA e Giappone) che, preoccupate dell’orientamento comunista assunto dalla rivoluzione russa, fornirono aiuti economici e militari alle armate bianche controrivoluzionarie. Furono due anni sanguinosi, funestati da eccidi e brutalità da entrambe le parti, a spese soprattutto della popolazione contadina, senza battaglie campali ma con uno stillicidio di scontri locali.

In questa frenesia di sangue si colloca anche l’eccidio da parte bolscevica dell’intera famiglia Romanov, la famiglia reale, detenuta a Ekaterinburg, nel luglio del 1918.


Per quanto i Cosacchi fossero preparati militarmente, l’ordine fu ristabilito dai bolscevichi che potevano contare su una potente ala militare: l’Armata Rossa, organizzata da Troztkij ed improntata ad alti livelli di disciplina e fedeltà alla causa rivoluzionaria. Sciolto l’esercito zarista si reclutarono (tranquillizzando le loro famiglie) 50.000 ufficiali competenti del disciolto esercito zarista, che giurarono fedeltà alla causa rivoluzionaria, e soldati di estrazione operaia o contadina altamente politicizzati: sopra tutti vi era comunque il commissario politico, che doveva vigliare sulla lealtà degli ufficiali e sulla etica rivoluzionaria. Il controllo della produzione e degli arsenali era già in mano ai Soviet, ma vi fu imposta ”un’autorità responsabile” del buon funzionamento. I “bianchi” non riuscirono a fidelizzare le popolazioni “liberate” dai “rossi”, dato che non seppero regalare loro altro che dittature spietate e la prospettiva di un ritorno al passato, con la restaurazione dei privilegi zaristi.

La polizia politica, la Ceka, fu fondata già nel dicembre 1917. Seminò il terrore nel paese con 50.000 esecuzioni, dopo processi sommari nel migliore dei casi, nel solo 1918. Nel 1922 i suoi effettivi erano arrivati a circa il 10% di quelli delle Forze Armate.

La questione della libertà di stampa

Già il 24 ottobre Kerensky aveva bandito i giornali dell'estrema sinistra e i giornali di estrema destra). Il 7 novembre 1917 i sette giornali della capitale sono banditi. Va notato che la maggior parte dei quotidiani vietati riappare molto rapidamente con nomi diversi. Anche se di fatto Lenin od il partito bolscevico non soppressero formalmente la libertà di stampa essa fu affossata dalle espropriazioni dei comitati rivoluzionari e dai consigli dei soviet operai contadini e soldati da loro controllati. I bolscevichi volevano dare agli sfruttati e agli oppressi l'opportunità di fare la propria stampa, queste misure repressive furono spacciate come un passo verso la vera libertà di stampa. Nel corso della guerra civile era inoltre indispensabile il controllo della stampa e propaganda.


La terra ai contadini
Nel 1918 30 mila latifondisti possedevano la stessa quantità di terra quanto 10 milioni di contadini. Il decreto sulla terra fu emanato il 6 febbraio 1918. La proprietà privata della terra è abolita (la terra non può essere venduta, acquistata o ipotecata), così pure il suolo e il sottosuolo (minerale, petrolio, carbone, ecc.)
Diventano proprietà dello stato sovietico i latifondi compresi quelli della Chiesa, con tutti i loro edifici e annessi, ed il bestiame. Il tutto è confiscato senza compensazione, ma non la terra o il bestiame ai semplici contadini e cosacchi. Il decreto prevede già che le grandi proprietà non saranno divise in piccoli lotti ma dovranno essere coltivate collettivamente. La legge specifica le condizioni di possesso della terra: "Entro i limiti della Repubblica Federativa Sovietica della Russia, possono godere di una porzione di terra per garantire le esigenze pubbliche e personali : A) per opere di educazione culturale: 1. lo Stato rappresentato dagli organi del potere sovietico (...). 2. Organizzazioni pubbliche (sotto il controllo e con l'autorizzazione del potere sovietico locale). B) per l'azienda agricola: 3. I comuni agricoli. 4. le associazioni agricole. 5. le comunità rurali. 6. le famiglie o individui ... " (articolo 20).
Essa afferma che la gestione del territorio, sotto la guida del potere sovietico, è volta a "sviluppare le fattorie collettive più vantaggiose in termini di economia del lavoro e dei prodotti, per incorporazione di singole aziende, al fine di garantire la transizione verso l'economia socialista " (articolo XI, paragrafo e). I Kulaki, piccoli proprietari terrieri, sono individuati come nemici della rivoluzione e negli anni seguenti saranno espropriati dei loro beni, dei loro prodotti ed animali, e decine di migliaia moriranno in campi di lavoro forzato.

Decreto sul controllo dei lavoratori

Dal 27 ottobre 1917, il potere sovietico stabilì la giornata lavorativa di 8 ore, ma anche la generalizzazione del controllo operaio. Ciò riguardava la produzione, la conservazione, l'acquisto e la vendita di tutti i prodotti e le materie prime in tutte le imprese con almeno 5 dipendenti e un profitto di almeno 10 000 rubli. Doveva essere esercitato, a seconda delle dimensioni dell'impresa, direttamente dai lavoratori o attraverso i loro rappresentanti. Il decreto dichiarava che "tutti i libri contabili e documenti, senza eccezione, così come tutti gli inventari e depositi di materiali, strumenti e prodotti, senza eccezione, devono essere aperti a rappresentanti eletti dai lavoratori e dipendenti" e "le decisioni dei rappresentanti eletti dai lavoratori e impiegati sono obbligatori per i proprietari di imprese e non possono essere annullati se non per i sindacati e congressi sindacali."

L'obiettivo di queste misure è duplice: da un lato spetta al governo sovietico assicurare il più efficiente funzionamento dell'economia e il prima possibile, il che significa innanzitutto fornire i mezzi necessari per combattere il probabile sabotaggio da parte dei capitalisti e di molti tecnici specialisti legati alla borghesia; d'altra parte l'obiettivo è quello di consentire ai lavoratori di formarsi poco alla volta nella gestione di un'impresa. In questo senso, il controllo dei lavoratori è una misura transitoria diretta alla gestione diretta del lavoro... (in questa fase i salari degli operai giunti al controllo delle aziende schizzano verso l’alto). Le nazionalizzazioni operate dallo Stato sovietico preparano la nazionalizzazione completa e l'organizzazione di tutta la produzione secondo i bisogni, cioè la pianificazione socialista. Esse sono quindi orientate verso il socialismo (scompare l’economia di mercato sostituita da un'economia di piano - tipicamente quinquennale - con prezzi imposti dall'alto).


Nazionalizzazione delle banche. Il governo sovietico nazionalizzò il 14 dicembre il sistema bancario. "Tutte le banche private e tutti gli sportelli bancari esistenti sono fuse in una banca di Stato", che "riprende le attività e le passività delle istituzioni liquidate". Il decreto afferma che "gli interessi dei piccoli depositanti saranno pienamente salvaguardati". Questa misura mira in primo luogo a rompere uno degli strumenti chiave di dominio del grande capitale ed è il presupposto di qualsiasi riorganizzazione dell'economia nell'interesse della maggioranza.

Armistizio con le Potenze Centrali

Il giorno successivo alla presa di potere bolscevico il 7 novembre 1917 (nel calendario giuliano è il 25 ottobre), il governo sovietico promulgò il suo "decreto sulla pace", esortando tutti i combattenti a concludere una "pace giusta e democratica senza annessioni e senza risarcimenti".

Gli Alleati decisero il 22 novembre di non rispondere (terrorizzati dall’idea di perdere i finanziamenti concessi durante la guerra all’esercito zarista). Ma le potenze centrali stavano aspettando solo quell’invito. La Germania aveva finanziato il ritorno in Russia di Vladimir Ilich Lenin (1870-1924) sperando che avrebbe posto fine alla guerra sul fronte orientale.

Il 15 dicembre la Germania, l' Austria-Ungheria, l' Impero Ottomano e la Bulgaria conclusero un armistizio con la Russia. I negoziati si svolsero nella sede centrale del commando tedesco ad est, nella fortezza di Brest-Litovsk. Mentre i tedeschi in qualità di padroni di casa corteggiavano i russi con ostriche e oca arrosto, il commissario per gli affari esteri del popolo, Leon Trotsky (1879-1940), avrebbe invece voluto che i colloqui si trasferissero a Stoccolma, con il mondo come spettatore ed dove i tedeschi avrebbero avuto meno potere.


Fase uno: Joffe contro i diplomatici della vecchia scuola (22-27 dicembre 1917)

Brest-Litovsk evidenziò due approcci completamente diversi: da una parte la tradizionale diplomazia delle potenze centrali, dall’altra i rivoluzionari entusiasti per il loro successo politico. Sebbene le potenze centrali continuassero a usare il francese tra loro, fu concordato che le lingue del trattato dovessero essere il tedesco, l'ungherese, il bulgaro, il turco e il russo. Desiderosi di abolire la diplomazia tradizionale, i bolscevichi inviarono tra i ventotto delegati a Brest-Litovsk il 22 dicembre 1917: un marinaio, un soldato, un contadino, un operaio e una terrorista femminile che si vantava di aver assassinato un governatore generale. I rappresentanti delle potenze centrali, al contrario, erano di origine aristocratica e rimasero comme il faut” in tutti i rapporti con i loro "ospiti". Il capo della delegazione Richard von Kühlmann (1873-1948), incontra i bolscevichi guidati da Adolf Abramovich Joffe (1883-1927) per sei giorni con scambi di opinione garbati, solo per giungere ad un vicolo cieco: ogni parte, invocando il "diritto all'autodeterminazione nazionale", insistendo sul fatto che alla firma della pace gli imperi centrali avrebbero dovuto ritirare le loro truppe dai territori russi occupati.


Fase due: Trotsky e la "neo-diplomazia" (7 gennaio - 10 febbraio 1918)↑

La delegazione russa, ora guidata da Trotsky, ritornò a Brest-Litovsk il 7 gennaio 1918. Lenin aveva inviato un agitatore il cui compito era assicurare che i negoziati si trascinassero fino allo scoppio della rivoluzione mondiale o che gli alleati fossero venuti al tavolo visto che con l’entrata in guerra degli Stati Uniti la Germania già allo stremo senza riserve avrebbe dovuto capitolare. Trotsky incarnò una "neo-diplomazia", sostituendo gli sforzi di amicizia con un'opposizione non dissimulata, cortesie con sgarbi, lo spirito di compromesso con la volontà di rialzo. Il vero pubblico di riferimento per la retorica infuocata di Trotsky, che esortava alla liberazione di popoli e colonie, era il mondo in generale. Il 10 febbraio, con la parte tedesca che cercava di costringerlo a un'azione propositiva, Trotsky lasciò perplessi i suoi partner negozianti dichiarando: "Niente guerra, niente pace."



L' Alto Comando tedesco non aspettava altro... L'Operation Faustschlag (Pugno) iniziò il 18 febbraio. Le armate tedesche si spinsero in profondità nel territorio dell'ex impero zarista incontrando scarsa resistenza. Precedentemente i germanici si sarebbero accontentati di mantenere il territorio delimitato dal fronte del 1917; ora avevano conquistato circa il 30% del territorio russo, il che abolì tutte le convenzioni previste dall'armistizio del 17.






Fase tre: la "pace imposta su dettatura" (1 - 3 marzo 1918)

La "neo-diplomazia" russa era finita nel disastro sul terreno dello scontro militare. Per il terzo ciclo di negoziati Lenin sostituì Trotsky con Grigori Yakovlovich Sokolnikov (1888-1939), che accettò integralmente i termini tedeschi. La Russia sovietica perse diciotto province e quasi il 30 percento della popolazione

Nel giro di pochi giorni dalla vittoria tedesca, le truppe britanniche e americane sbarcarono nella Russia settentrionale per impedire l'espansione dell'influenza tedesca e per assicurare forniture militari precedentemente consegnate. Il 12 marzo, a causa della perdita delle "terre periferiche" e dell'intervento degli Alleati, i bolscevichi trasferirono la capitale a Mosca. Diplomazia e ministero degli Esteri furono affidati, fino al 1930, a Georgy Vasilyevich Chicherin (1872-1936), aristocratico di nascita e rivoluzionario per convinzione.

La pace di Versailles del 1919 rese nullo il trattato di Brest-Litovsk, naturalmente.

I germanici dovettero ritirare il loro contingente di occupazione forte di circa 500.000 uomini, senza avere mai ottenuto l’appoggio delle popolazioni, anzi, odiati dai proprietari terrieri che temevano la confisca della produzione agricola...

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