Fisco: come uscire dal paradosso italiano

Il tema del fisco è tornato tra gli argomenti più dibattuti in questa campagna elettorale. Il che non è certo un male visto che per il suo peso e per le sperequazioni nel gettito, esso è fonte di una insoddisfazione profonda nell'opinione pubblica. Sul primo punto si registra da anni un'incidenza della pressione fiscale sul PIL di oltre il 40 % , che pone l'Italia nel gruppo di testa dei paesi europei più tartassati senza però poter vantare lo stesso livello dei servizi e del welfare (fatta eccezione per la spesa pensionistica).



Sull'altra questione è ben noto quanto sia estesa l'area dell'evasione fiscale che carica sulle spalle di una parte del paese il peso maggiore del finanziamento della spesa pubblica. I recenti studi dell'università Ca' Foscari confermano una tendenza ormai in atto da tempo: i redditi che sfuggono all'imposizione ammontano intorno ai 130 miliardi e riguardano essenzialmente il lavoro autonomo e le locazioni immobiliari. Per quanto riguarda i primi, pur presentando un'incidenza inferiore ai secondi (23 contro il 44%) contribuiscono con 20 miliardi di evasione IRPEF contro i 14 delle rendite immobiliari ; ma bisogna aggiungere che nel caso delle partite IVA chi occulta i propri redditi, oltre all'IRPEF evade l' IVA ed i contributi pensionistici. Parliamo di cifre che almeno a livello teorico vanno ben oltre i 50 miliardi l'anno. E' ragionevole considerarle teoriche perché alcune attività economiche si reggono grazie all'evasione, in assenza di essa il loro volume si ridimensionerebbe e così anche le imposte evase. In ogni caso parliamo di cifre pur sempre elevate che se recuperate farebbero la felicità di qualsiasi ministro del MEF, da sempre alle prese con la quadratura dei conti.

Questo ci porta fatalmente alla conclusione che se tutti pagassero le tasse la pressione fiscale calerebbe e sarebbe finalmente risolto l'annoso problema. Per gran parte dei cittadini la questione fiscale finisce qui. In realtà quella dell'evasione è solo una faccia del problema; accanto a questa, ma di segno opposto, ve n'è un'altra che riguarda l'equità del sistema fiscale italiano soprattutto per quanto concerne l'imposta sui redditi. Parliamo quindi proprio di IRPEF, istituita negli anni '70 nell'ambito della riforma tributaria realizzata dal ministro socialdemocratico Luigi Preti e destinata a diventare l'imposta di maggior gettito in previsione di una crescita del welfare, come di fatto poi avvenne. Il punto è che il welfare che venne a consolidarsi in Italia fu fortemente sbilanciato a favore di alcune categorie di contribuenti, a cui vennero riconosciuti prestazioni sociali crescenti che solo in parte venivano finanziate dai beneficiari mentre in larga misura veniva coperta dalla fiscalità generale. Mi riferisco a quegli istituti che intervengono per coprire i periodi di assenza dal lavoro per i più svariati motivi o per le mancate remunerazioni legate a crisi aziendali. Si tratta di cassa integrazione, mobilità, maternità, legge 104 e così via.


Oltre a questo si deve aggiungere il regime di Irpef ridotta su alcuni voci di stipendio (straordinari, premi di produzione) o addirittura l'esenzione totale quando questi vengono erogati dal fondo di Welfare aziendale. Accanto a questo vi è poi il capitolo della fiscalizzazione degli oneri sociali legate alla riforma del lavoro del Jobs-Act e ripristinata nella nuova finanziaria. Misure che probabilmente sono ineluttabili per far ripartire l'occupazione giovanile ma che di fatto aumentano la sperequazione. Ma le differenze non si fermano qui. La riforma tributaria che ha istituito l'IRPEF non si è limitata a questo ma ha introdotto una seconda tassa rivolta esclusivamente alle imprese, chiamata inizialmente ILOR e successivamente, a seguito di alcune modifiche, ribattezzata IRAP. Per le ditte individuali in cui reddito di impresa e reddito personale sostanzialmente coincidono l'IRAP è diventata di fatto un'addizionale IRPEF. E' evidente quindi che nel corso degli ultimi decenni il fisco che si è affermato in Italia ha caratteristiche profondamente sperequative tra le diverse categorie di contribuenti determinando un effetto paradosso: chi ha meno tutele sociali è sottoposto ad un maggior prelievo tributario. Non sorprende che tali categorie siano le più attive nel praticare l'evasione fiscale. Se veramente vogliamo contrastare efficacemente l'evasione la prima cosa da fare è rimuovere l'iniquità che è alla base del sistema.

Ciò è possibile se si introduce il principio che le prestazioni sociali mirate ad alcune categorie di contribuenti, devono essere finanziate dagli stessi beneficiari con una contribuzione ad hoc (che potrebbe essere dal 3 all'8% a seconda delle tipologie di contribuenti).

Ciò aprirebbe la strada ad un alleggerimento di pari entità delle aliquote irpef da applicare preferibilmente ai primi scaglione di reddito (fino a 30-35000 euro). Per i contribuenti intereressati a questa operazione (dipendenti della PA e delle aziende medio-grandi) ci sarebbe un'invarianza di imposizione . Accanto a questo intervento andrebbe prevista l'abolizione totale dell'irap a cominciare dalle ditte individuali. La minor tassazione che beneficerebbero le partite iva, per effetto di queste misure, dovrebbe essere colmato da una seria lotta all'evasione fiscale.

Se consideriamo che il 45% delle imprese a contabilità semplificata dichiaravano nel 2015 un reddito non superiore a 15000 euro non sembra irraggiungibile l'obbiettivo di far salire questo valore di almeno un terzo. Per quanto riguarda l'IRAP poi, essa grava minimente su questa fascia di contribuenti in virtù degli sgravi applicati ai redditi più bassi. La sua abolizione non solo inciderebbe poco sul gettito totale ma toglierebbe di mezzo un meccanismo che incentiva l'occultamento del reddito imponibile.

E' evidente che abbracciare questo progetto non è una scelta facile per nessuna forza politica ancor meno per una forza di sinistra riformista dove forti sopravvivono le tradizioni operaistiche. Eppure senza un riformismo coraggioso il partito democratico perde la sua ragion d'essere. Con i governi da esso presieduti molte sfide sono state vinte ma molte altre aspettano ancora di essere affrontate. Ora però , con il nuovo quadro politico emerso dalle elezioni , questa tematica prenderà sicuramente un'altra direzione : non un riequilibrio all'interno delle stesse fasce di reddito ma un esclusivo vantaggio dei contribuenti più ricchi. Non è certo questo di cui ha bisogno oggi l'Italia.









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