Quasi tutta l’Ue critica le nuove vie della seta


Il quotidiano tedesco Handelsblatt sostiene che 27 su 28 ambasciatori di paesi Ue (Ungheria esclusa) hanno firmato un rapporto in cui si afferma che l’iniziativa “va contro l’agenda dell’Unione Europea per la liberalizzazione del commercio e spinge l’equilibrio di potere a favore delle aziende cinesi sovvenzionate”. Il documento – non ancora pubblicato ufficialmente – sarebbe stato realizzato in attesa di un summit Cina-Usa previsto per luglio.

Perché è importante

Il Vecchio Continente mostra nuovi segni di malcontento riguardo la gestione cinese della Bri. Nell’ultimo anno Germania e Francia hanno fatto capire alla Repubblica Popolare di esigere maggiore reciprocità e trasparenza, al fine di far decollare realmente l’iniziativa. Inoltre, Bruxelles si è già mossa per monitorare meglio gli investimenti cinesi nell’Ue (318 miliardi di dollari negli ultimi dieci anni) e adottare nuovi metodi di calcolo dei dazi antidumping.

A ciò si aggiunga che Roma e l’Ue stanno indagando su una presunta frode fiscale da parte di gruppi criminali che importano prodotti nel Vecchio Continente tramite il Pireo, scalo marittimo greco controllato dalla cinese Cosco.

Non sottoscrivendo il sopramenzionato documento, Budapest lascia intendere quanto consideri importante la partnership con Pechino. La Repubblica Popolare sta sviluppando una rotta ferroviaria dal Pireo fino alla Germania passando per Ungheria, Macedonia e Serbia. Proprio nel primo paese il progetto ha subìto una battuta d’arresto poiché la costruzione del tratto ferroviario era stato assegnato a un’azienda della Repubblica Popolare senza una gara d’appalto pubblica. Budapest ha dovuto indirla lo scorso novembre, in seguito all’indagine attuata dall’Ue.


Dettaglio della carta di Laura Canali intitolata “L’Impero del Centro nell’Europa di Mezzo“

LE PRIMA AUTO CINESI COSTRUITE IN EUROPA

Il settore automobilistico è tra quelli da osservare nei prossimi anni. Nel 2019, la Volvo, di proprietà della cinese Geely, produrrà il Suv della casa Lynk & Co a Ghent in Belgio. È la prima volta che un’azienda della Repubblica Popolare produce automobili in Europa.

Li Shufu, proprietario della Geely, possiede anche la London Taxi Co., la Lotus e il 10% della Daimler, di cui fa parte la Mercedes Benz. L’azienda cinese collabora con la Volvo per specializzarsi nel settore delle auto elettriche. Tale dinamica interessa da vicino la Repubblica Popolare, che vuole abbattere gli alti tassi d’inquinamento non solo diversificando le fonti d’approvvigionamento energetico, ma anche riducendo le emissioni inquinanti dei veicoli a motore. La Volkswagen sta investendo circa 10 miliardi di dollari per cogliere l’occasione offerta dal mercato cinese.

LA BRI E IL DEBITO DEI PARTNER CINESI

Nello sviluppo delle nuove vie della seta la Cina deve prestare attenzione alla sostenibilità finanziaria dei progetti da parte dei paesi partner. Lo ha sottolineato anche Christine Lagarde, direttore del Fondo monetario internazionale (Fmi).

Secondo un rapporto del Center for Global Development, tra quelli più esposti al rischio di non poter ripagare il debito accumulato vi sono Maldive, Laos, Montenegro, Mongolia, Tagikistan, Kirghizistan, Pakistan e Gibuti.

Pechino pare consapevole di tale circostanza. Per questo ha recentemente lanciato con l’Fmi un centro congiunto per addestrare gli specialisti cinesi che operano all’estero nel settore dello sviluppo.

Yi Gang, a capo della Banca popolare cinese, ha sottolineato inoltre la necessità di creare un sistema di raccolta dei fondi degli investitori privati e uno di valutazione dei rischi di credito legati ai progetti nella cornice della Bri.

L’ITALIANA ESAOTE PASSA ALLA CINA

Un consorzio composto da fondi di private equity e compagnie cinesi prenderà il controllo dell’azienda nostrana produttrice di apparecchiature biomedicali. Tra i partecipanti vi è anche la Shanghai Yunfeng Xinchuang Investment Management Limited, co-fondata da Jack Ma, presidente di Alibaba, e David Yu, un tempo alla guida di Focus Media.

Elevare la qualità dei prodotti utilizzati nel settore sanitario risponde all’esigenza di Pechino di accrescere il benessere degli abitanti della Repubblica Popolare, nel quadro del ritorno a rango di potenza mondiale prefissato da Xi Jinping. Esaote accederà al mercato della Repubblica Popolare e il consorzio che la possiede venderà i suoi prodotti in Italia.

Il CENTRO DI BEIDOU APRE IN TUNISIA

Il primo centro all’estero del sistema di navigazione satellitare cinese Beidou è stato aperto in Tunisia. Si tratta di un progetto pilota tra la Repubblica Popolare e l’Organizzazione araba per l’informazione e la tecnologia della comunicazione. Tra i suoi obiettivi vi è addestrare gli scienziati che si occupano di navigazione satellitare e lo sviluppo dell’economia digitale nei paesi arabi.

Nel lungo periodo, Pechino vuole diffondere l’utilizzo di Beidou, rivale dello statunitense Gps, lungo le diramazioni della Bri ed estendere la propria rete a tutto il mondo entro il 2020. Lo sviluppo dei sistemi di navigazione satellitare ha implicazioni economiche e strategiche. Per la Cina, che punta a diventare una potenza cibernetica, il “dominio delle informazioni” – che comprende raccolta, analisi e sfruttamento delle informazioni – è infatti essenziale per vincere le guerre moderne.

L’INDIA NON SOSTIENE LA BRI

Difficilmente assisteremo a un riavvicinamento tra Cina e India durante l’incontro informale tra Xi Jinping e Narendra Modi fissato per il 27-28 aprile a Wuhan. Durante il recente summit dei ministri degli Esteri della Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (Sco), Delhi infatti non ha mostrato il proprio supporto alla Bri, a differenza dei governi di Kazakistan, Kirghizistan, Pakistan, Russia, Tagikistan e Uzbekistan.

L’India teme che la Cina si serva delle nuove vie della seta per accerchiarla, consolidando la sua presenza economica e militare nei paesi limitrofi (Pakistan, Nepal, Sri Lanka, Maldive). Ciò è parso evidente durante il faccia a faccia della scorsa estate tra le truppe dei due paesi nell’area del Dokhlam, contesa tra Repubblica Popolare e Bhutan.

A preoccupare Delhi è soprattutto la cooperazione tra Pechino e Islamabad, che insieme stanno sviluppando il corridoio economico sino-pakistano. Il porto di Gwadar, suo terminale marittimo, consentirebbe alla Cina di accedere all’Oceano Indiano alleggerendo la dipendenza dallo Stretto di Malacca. Non è da escludere che un giorno Pechino costruisca in prossimità dello scalo marittimo pakistano una base militare simile a quella operativa a Gibuti.

Carta di Laura Canali – 2009

LE ESERCITAZIONI CINESI A LARGO DI TAIWAN E NEL MAR CINESE ORIENTALE

La scorsa settimana, la Repubblica Popolare ha condotto delle esercitazioni di tiro nello Stretto di Taiwan e nel Mar Cinese Orientale. Tutto ciò si è verificato dopo che la Repubblica Popolare ha realizzato la più grande parata navale della sua storia a largo dell’isola di Hainan.

La Cina di Xi Jinping punta a riprendersi Taiwan entro il 2050, possibilmente in maniera pacifica. Pechino vuole mostrare la sua superiorità militare a Taipei per convincerla che optare per la formula “un paese, due sistemi” (già usata per Hong Kong e Macao) è il migliore compromesso possibile per evitare un conflitto. Tuttavia, i rinnovati tentativi di Usa e Giappone di rafforzare i rapporti con Taiwan incoraggiano quest’ultima a non cadere tra le braccia di Pechino. Non a caso, Taipei ha annunciato che anche le sue Forze armate condurranno esercitazioni di tiro a fine giugno.

La partecipazione della Liaoning alle operazioni citate ha avuto probabilmente solo un valore simbolico. La portaerei di fabbricazione ucraina è stata dichiarata “pronta a combattere” nel 2016. Eppure i diversi limiti tecnici e di personale inducono a ritenere che la nave avrà solo un ruolo simbolico nelle strategie navali cinesi.

I PRIMI TEST DELLA SHANDONG

Discorso diverso vale per la Type-001A (soprannominata Shandong), seconda portaerei cinese e unica 100% made in China, pronta a cominciare i suoi test in mare. Lunedì 23 aprile, il giorno del 69° anniversario della Marina cinese, è stata diffusa sul Web una foto in cui la nave era attraccata al porto di Dalian affiancata da due rimorchiatori. La 001A, modello più evoluto della Liaoning, evidenzia la determinazione di Pechino a colmare il divario tra la sua Marina e quella degli Usa.

XINJIANG, IN METRO SOLO CON IL DOCUMENTO D’IDENTITÀ

Per il governo locale del Xinjiang, la regione è stabile, ma la dura campagna antiterrorismo non si fermerà. Al contrario, le autorità prenderanno provvedimenti sempre più severi al fine di erigere un metaforico “muro di ferro” per respingere il jihadismo. Tra le misure recenti, vi è la registrazione del documento d’identità per coloro che vorranno utilizzare la prima metropolitana della regione, pienamente in funzione a fine 2018.

Il governo cinese vuole impedire che i jihadisti di etnia uigura conducano attentati nel Xinjiang e nel resto del paese. Allo stesso tempo, Pechino non vuole permettere che quelli recatisi in Iraq e Siria per combattere nello Stato Islamico e nel qaidista Partito Islamico del Turkestan facciano ritorno in patria. Tuttavia, questo sforzo potrebbe inasprire i rapporti con la minoranza etnica musulmana e turcofona, costretta a sopportare misure di sicurezza sempre più stringenti. Questa dinamica potrebbe paradossalmente alimentare il malcontento della popolazione e quindi le possibilità di radicalizzazione.

IL TRENO FRA PANAMA E COSTA RICA

Panama sta valutando la costruzione di una linea ferroviaria lunga 450 chilometri verso il Costa Rica da realizzare con investimenti cinesi. Il progetto, di cui si sta valutando la fattibilità, dovrebbe prendere il via nel 2022.

Le relazioni diplomatiche tra Panama e Repubblica Popolare sono iniziate ufficialmente nel giugno 2017, dopo che la prima ha deciso di non riconoscere più la sovranità di Taiwan. Ciò ha determinato un rafforzamento delle attività economiche cinesi nel paese latinoamericano, strategico sia per la presenza del canale che collega l’Oceano Atlantico al Pacifico sia per la vicinanza geografica agli Stati Uniti. Il consolidamento della presenza cinese a Panama rientra infatti nel piano di Pechino per guadagnare il consenso in quello che Washington considerava un tempo il “giardino di casa”.



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