Piemonte, ecco come l'industria ha cambiato pelle in un ventennio


C'ERA UNA VOLTA l'industria piemontese, ma per fortuna c'è ancora. Si è un po' ridotta, ha cambiato pelle, però continua a contribuire all'economia regionale con oltre 22 miliardi di valore aggiunto. Negli ultimi 20 anni questo numero è calato del 12,5%, come racconta una ricerca dell'Ufficio studi Unioncamere Piemonte guidato da Sarah Bovini. Se nel 1995 il manifatturiero creava il 24,3% della ricchezza della regione, ora la percentuale è scesa al 20,6%. Ma si è modificata pure la struttura dell'industria.Nell'ultimo ventennio hanno acquistato maggior peso il settore alimentare (valeva il 10% ed è salito al 13%), quello chimico-farmaceutico (da 5% a 8%) e il comparto della gomma-plastica (da 6% a 9%). È invece sceso molto il valore aggiunto garantito dal tessile e dall'abbigliamento (da 12% a 7%), così come si sono registrati cali pure nella metallurgia (da 17% a 16%) e nei mezzi di trasporto (da 17% a 16%).Questa trasformazione, però, non è stata indolore. Tra il 1995 e il 2016 il numero di imprese manifatturiere piemontesi è sceso da 59 mila a 43 mila. Nel ventennio sono poi andati persi 123 mila posti di lavoro e oggi gli occupati sono circa 374 mila. L'industria regionale, però, è ancora in piedi. E ora vuole ripartire. I dati del primo trimestre 2017 sono positivi: la produzione è aumentata del 4,5%, così come sono cresciuti pure gli ordinativi interni (più 2,8%), quelli esteri (più 6,7%) e il fatturato (più 3,8%). A parte l'industria del legno (meno 3,2%), crescono tutti i settori, soprattutto i mezzi di trasporto (più 16%) e si registra un segno più in tutte le province. Questi numeri, commenta il presidente di Unioncamere Piemonte Ferruccio Dardanello, «ci confortano. La vera questione è come cogliere, interpretare e rafforzare i segnali positivi».Fabio Ravanelli, numero uno di Confindustria Piemonte, è cauto: «La tesi del declino della manifattura è semplicistica, ma i segnali di crisi non vanno sottovalutati. C'è un ritardo di innovazione e di investimento che ha reso meno concorrenziali alcuni segmenti importanti ». Per questo occorre agganciare l'industria 4.0 basata sul digitale. Da un'analisi di Unicredit emerge che un pezzo di Piemonte è ancora fermo alla terza rivoluzione industriale: il 77,2% delle imprese ha un sito internet, contro il 71% di media italiana, ma solo il 10,5% vende online, contro l'11% italiano. Anche l'utilizzo di software per la manifattura nel Nord-Ovest è al 29,3%, di poco sotto la media del Paese. Il 26,4% dei piemontesi è raggiunto da una connessione web a 30 megabit, contro il 35,4% dell'Italia intera.La regione può però fare leva su un altro atout, come evidenzia invece una ricerca di Intesa Sanpaolo: tra il 2008 e il 2015 le micro-imprese piemontesi che fanno parte di una filiera seguita dalla banca hanno aumentato il fatturato dell'8,1%, mentre le aziende che ne sono escluse hanno perso il 17% del giro d'affari, così come sono migliori anche gli indicatori delle realtà di dimensioni maggiori che hanno mostrato di saper fare gioco di squadra.

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