Il Rapporto Rota su Torino: la fotografia di una città in declino

Soltanto Venezia sta più indietro: Torino, nella classifica che censisce il valore aggiunto prodotto dalle città metropolitane del Centro Nord, arriva penultima. Ma questo è solo uno dei «segnali negativi» che secondo l’annuale Rapporto Rota «tendono a prevalere». E registrano un impoverimento del tessuto produttivo torinese e della sua capacità di creare ricchezza. Gli altri: il triste posizionamento, al secondo posto, nella graduatoria delle metropoli per saldo negativo tra imprese nate e imprese chiuse; il «paradosso giovanile», come viene definito dai ricercatori del Rapporto che è stato presentato stamattina nel salone della Biblioteca Nazionale: quello di «una città tra le più vecchie e invecchiate del pianeta, che fatica a dare lavoro ai giovani, i cui livelli di disoccupazione sono tra i più alti in Europa». Si scopre in declino, Torino, dopo una stagione durata venticinque anni, nell’affannosa ricerca di una nuova vocazione che potesse rimpiazzare o quantomeno ridurre le perdite causate dal tramonto della “città fabbrica”, proiettandola sul turismo, la cultura, gli eventi. Così, mentre la sindaca Chiara Appendino punta il dito su chi l’ha preceduta, addossando le responsabilità della crisi finanziaria del Comune a «trent’anni di governo» di centrosinistra, sembra svanire sotto il peso della ricerca del Centro Einaudi il mantra del suo ultimo predecessore Piero Fassino: «La città non si è fatta piegare dalla crisi». Ciò che resta della Torino industriale («Oggi le fabbriche producono solo il 17,4 per cento della ricchezza, meno di quanto accade a Firenze e Bologna») si scopre, insomma, in difficoltà, insieme a tutta la città. Un travaglio di cui, secondo gli estensori delle studio, «non sempre pare emergere oggi una piena consapevolezza, né tra i cittadini né tra i membri della classe dirigente locale». È quello che i ricercatori definiscono «effetto anestetizzante di una certa retorica autocelebrativa basata sulla parola d’ordine della “città migliorata” e su alcune ricorrenti esemplificazioni: le piazze-salotto del centro, le code di turisti ai musei, la movida, i trionfi della Juventus, il prestigioso Politecnico e (ultimamente un po’ meno citato) il successo olimpico del 2006». Gli analisti non sottovalutano lo sforzo fatto per trovare vocazioni “alternative”. Ma «se è indubbia l’esistenza di tali punti di forza – scrivono nelle loro conclusioni – il rischio è che diversi preoccupanti segnali di criticità sociali ed economiche moltiplicatisi negli anni vengano derubricati a effetti temporanei della crisi, a problemi comuni a tutte le città, in tal modo esorcizzando le debolezze strutturali che gravano, spesso più che altrove, sul contesto torinese». Torino è diventata più povera. Giovani e stranieri hanno subito una «crescente emarginazione sociale», solo in parte attenuata dal «virtuoso mix tra pubblico e privato sociale». E la rotta tracciata venticinque anni fa con l’operazione che portò all’elezione a sindaco di Valentino Castellani sembra lontana ed è arrivato il momento, secondo il titolcominciare a ragionare sulle cause»o dato alRapporto Rota di quest’anno, di «recuperare la rotta». E « di ciò che non va, a cominciare «dal ricambio generazionale tra imprenditori privati, in particolare nel settore dei servizi», «vero punto di debolezza competitiva». Qualche segnale positivo eppure c’è: l’economia torinese è diventata più brava a esportare e ha continuato a investire in ricerca e innovazione.


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