La lezione sulla crisi di Lehman Brothers è stata appresa...?


Tutto cambiò il 15 settembre 2008. Era un lunedì. Durante il fine settimana, il Segretario al Tesoro degli Stati Uniti Henry Paulson, il governatore della Federal Reserve Ben Bernanke e i dirigenti di Wall Street avevano disperatamente cercato un acquirente per la banca Lehman Brothers, che si stava pericolosamente avvicinando al collasso.

I loro sforzi furono vani e Lehman dichiarò bancarotta: tutto ciò che restava erano i suoi debiti (514 miliardi di euro). Circa 25 mila dipendenti hanno perso il posto di lavoro e milioni di persone hanno visto sparire gran parte delle loro attività finanziarie, mentre i prezzi delle azioni sono crollati in tutto il mondo.

Come se un cortocircuito avesse causato una totale interruzione di corrente, l'economia globale si immerse nella più profonda recessione della sua storia postbellica. La produzione mondiale è diminuita di oltre il 2% e il commercio globale è crollato di oltre il 10%. Solo grazie alla nazionalizzazione delle banche, alla socializzazione delle perdite private e alle pressioni monetarie delle banche centrali è stato possibile prevenire una situazione peggiore.

Dieci anni dopo, è possibile sostenere che la lezione derivante dal fallimento di Lehman è stata appresa? Rispondono alla domanda: Yanis Varoufakis, Ann Pettifor, Mark Littlewood, David Blanchflower, Olli Rehn, Nicky Morgan e Michea White


Yanis Varoufakis, ex ministro greco dell’Economia: "ll rischio non è stato ridotto, è solo meno visibile e disperso geograficamente"...

I salvataggi e l’austerity hanno aumentato il debito dei paesi a livello globale del 40% dal 2007. Le banche britanniche ed europee hanno, inoltre, ridotto le attività in dollari, così come richiesto dalle autorità statunitensi. Tuttavia, ciò ha indotto l’intermediazione finanziaria a spostarsi dalle banche ai mercati dei capitali e dalle economie avanzate a quelle emergenti, che hanno preso a prestito 3,7 miliardi di dollari nell'ultimo decennio e con i risultati che ora vediamo in Turchia e Argentina. Cosa dovrebbe essere fatto? Primo, abbiamo bisogno di un programma di investimenti globali nella green economy per destinare l'eccesso di risparmio inutilizzato verso scopi utili e condivisi. Secondo, gli accordi commerciali dovrebbero prevedere condizioni di lavoro migliori nei paesi più poveri, come ad esempio salari minimi di sussistenza. Terzo, occorre un nuovo accordo di Bretton Woods per riequilibrare il commercio.


Ann Pettifor, direttore di Policy Research in Macroeconomics e fellow della New Economics Foundation: “Per prevenire un'altra crisi occorre tornare a Keynes”

C'è stato qualche aggiustamento ai margini del sistema creditizio tradizionale. Alle banche è stato detto dalle autorità di regolamentazione di detenere più capitali a fronte dei rischi assunti. Ora, sostenute dai governi e dalle banche centrali più potenti del mondo, le istituzioni finanziarie private globalizzate sembrano troppo grandi per fallire. Ma fino a quando i regolatori non gestiranno i flussi transfrontalieri e il credito non sarà destinato a finanziare attività produttive e non speculative, non sarà possibile tassare le società globali.


Mark Littlewood, direttore generale dell'Istituto per gli affari economici: “I regolatori dei sistemi finanziari hanno trascorso la maggior parte del loro tempo ad elaborare requisiti più stringenti da sottoporre alla banche, ma non hanno capito in che modo proteggere il settore finanziario dal fallimento delle singole banche”

Se da un lato non ci sarà mai una fase nella quale le aziende non falliranno - è l'essenza del capitalismo – dall’altro un fallimento bancario non dovrebbe mai rappresentare un rischio sistemico.


David Blanchflower, membro esterno del comitato di politica monetaria presso la Banca d'Inghilterra da giugno 2006 a maggio 2009: “Non è stato imparato molto in un decennio”

Il fallimento di Lehman era il sintomo, non la causa. E non fu esattamente una sorpresa visti i precedenti crolli di Bear Stearns, Countrywide e Northern Rock. Oggi le banche sono in condizioni migliori, anche se i governi hanno poche armi per affrontare la prossima crisi. Tassi di interesse negativi e politiche monetarie meno espansive sono, infatti, all'orizzonte.


Olli Rehn, commissario europeo per gli Affari economici e monetari dal 2009 al 2014: “Il debito rende l'economia globale vulnerabile agli shock futuri”

La lezione più importante da apprendere è quanto vitale sia la stabilità finanziaria per l'intera macroeconomia, inclusa la crescita e l'occupazione. Questo fatto è stato trascurato prima della crisi. Sono, tuttavia, stati compiuti progressi significativi. Le banche dell'eurozona sono ora più resilienti e anche le finanze pubbliche degli Stati membri sono state mediamente migliorate. La priorità ora dovrebbe essere il completamento dell'unione bancaria con un'assicurazione comune sui depositi e il rafforzamento del meccanismo europeo di stabilità. Ma resta una preoccupazione a livello mondiale la dipendenza della crescita dall'accumulo di ancora più debito, che a sua volta rende l'economia globale più vulnerabile a qualsiasi shock futuro.


Nicky Morgan (deputato conservatore): “La cultura tossica del settore bancario deve (ancora) cambiare”

Dopo la crisi finanziaria di 10 anni fa, il settore bancario è diventato significativamente più capitalizzato. Eppure, sotto molti aspetti, questo settore è ancora troppo concentrato e sembra molto simile a quello che ha minacciato di mettere in ginocchio l'economia globale dieci anni fa.

Michea White, co-ideatore di Occupy Wall Street:Il crollo è stato una crisi sociale che, a differenza di quella economica, non è ancora stata superata”

Oltre ad essere una crisi economica, il crollo del 2008 è stato una crisi sociale, in quanto è andata in frantumi la fiducia delle persone nell'ordine mondiale dominante. Una crisi, quest'ultima, che non si è mai davvero arrestata: tutto ciò che stiamo vivendo oggi sul palcoscenico politico globale, dall'ascesa dei movimenti sociali che iniziano con Occupy Wall Street alla clamorosa apparizione del populismo, è un sintomo della crisi sociale irrisolta del 2008.



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